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Brescia tra le province europee “superspecializzate”

Paolo Streparava: "Manifattura significa innanzitutto ric­chezza, ma anche stabilità e qualità dell’occupazione"

BRESCIA - Calano gli occupati bresciani nell’industria mentre crescono nel terziario, Brescia si attesta comunque al 2° posto tra le province europee “superspecializzate” nella manifattura. Dal 2001 a oggi, il settore privato non agricolo ha visto una crescita degli occupati, passati da 420mila a oltre 479mila (+14,1%); nello stesso periodo la quota degli addetti manifatturieri è invece scesa dal 42% al 32%. Brescia è sul podio delle province europee per valore aggiunto nella manifattura, con 13,8 miliardi, alle spalle della sola Böblingen (Germania) e davanti ad altri territori italiani quali Vicenza, Bergamo, Modena e Treviso.
L’analisi è contenuta nel quarto numero di BFocus, intitolato “Manifattura in trasformazione o deindustrializzazione? Brescia (e l’Europa) a un bivio”; il report, a cadenza periodica, è realizzato dal Centro Studi di Confindustria Brescia e OpTer (Osservatorio per il territorio: impresa, formazione, internazionalizzazione) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Brescia si conferma al 2° posto delle province europee per valore aggiunto nella manifattura, con 13,8 miliardi nel 2022 (ultimo anno disponibile ai fini di un confronto internazionale), alle spalle della sola Böblingen (Germania) e davanti ad altri territori italiani quali Vicenza, Bergamo, Modena e Treviso; nonostante ciò si rafforza il processo di terziarizzazione in atto nella nostra provincia: dal 2001 a oggi, il settore privato non agricolo ha visto una significativa crescita degli occupati, passati da 420 mila a oltre 479 mila (+14,1%), con un’importante ricomposizione a livello di singolo comparto, mentre sono in ridimensionamento gli addetti nelle attività manifatturiere, i cui organici sono diminuiti di oltre 20 mila unità, passando da 176 mila a 155 mila (-11,9%). Ciò ha determinato un’ingente riduzione della quota dell’industria sul totale, attestatasi nel 2023 al 32%, rispet­to al 42% riscontrato nel 2001.

A evidenziarlo è l’analisi contenuta nel quarto numero di BFocus, intitolato “Manifattura in trasformazione o deindustrializzazione? Brescia (e l’Europa) a un bivio”; lo strumento è dedicato ad approfondire le dinamiche economiche globali lette attraverso la prospettiva bresciana, concentrandosi nell’ultima uscita sul futuro della manifattura, tra rischio deindustrializzazione e processo di progressivo spostamento verso il comparto Terziario. In poche pagine, il report – realizzato a cadenza periodica dal Centro Studi di Confindustria Brescia e OpTer (Osservatorio per il territorio: impresa, formazione, internazionalizzazione) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – mira a semplificare temi economici complessi e a diventare una guida essenziale per gli imprenditori del territorio.

Dall’analisi emerge come il percorso di contrazione degli addetti all’interno dell’industria bre­sciana sperimentato in questi de­cenni non sia stato uniforme, ma possa essere diviso in due macro-momenti: il primo, dal 2001 al 2015, è stato contraddistinto da una forte flessio­ne dell’occupazione manifatturiera, che proprio nel 2015, sulla scia del­la Grande Recessione e della Crisi dei Debiti Sovrani, ha toccato il mi­nimo storico (142 mila unità). Dopo quell’anno, il numero degli addetti ha evidenziato un’importante inver­sione di tendenza, non tale, comun­que, da riportarsi ai livelli di inizio secolo. In questo contesto, la pande­mia da Covid-19 non ha provocato significativi scossoni nel settore ma­nifatturiero bresciano, che ha infatti mostrato una non scontata capacità di tenuta.

L’analisi della dinamica del valo­re aggiunto realizzato nel territorio bresciano offre invece una prospettiva in buona parte differente rispetto a quanto riscon­trato per l’occupazione. Nel 2024 la ricchezza prodotta dall’industria in senso stretto (14,7 miliardi di euro) ha rappresentato il 30% di quella totale (48,9 miliardi): una quota non di molto inferiore a quanto rilevato nel 2000 (33%).
Va poi evidenziato come Brescia continui a distinguersi per la sua vo­cazione industriale, più elevata di quanto misurato in Lombardia e in Italia: la quota degli addetti mani­fatturieri sul totale nel nostro territo­rio (32%) è ampiamente superiore a quella regionale (23%) e nazionale (21%).

La fotografia scattata per il valore aggiunto è ancora più illu­minante in tale senso: l’incidenza a Brescia e provincia è pari al 30%, contro il 20% in Lombardia e il 19% nel nostro Paese. Prendendo in con­siderazione esclusivamente quei territori che si connotano per un’in­cidenza del valore aggiunto mani­fatturiero superiore al 25% di quello complessivo e, al contempo, per una quota dell’occupazione mani­fatturiera, superiore al 25% di quel­la totale (nel 2022 se ne contano solamente 168 in Europa, dai qua­si 1.200 di partenza), Brescia si posiziona al secondo posto per valore aggiunto manifat­turiero generato, in una classifica che vede quattro territori tedeschi (tra cui Böblingen al primo, posto, Ingolstadt al terzo e Wolfsburg al quarto), cinque italiani (la già cita­ta Brescia, con a seguire Vicenza, Bergamo, Modena e Treviso) e una sola dalla Repubblica Ceca (Stre­docesky kraj).

Il fatto che solamente tre Paesi contribuiscano a generare le pri­me dieci province “superspecializ­zate” nella manifattura è di per sé indicativo del fatto che l’industria, all’interno del Vecchio Continente, non è diffusa in modo omogeneo, ma si concentra in pochi Paesi, in aree la cui numerosità è in flessione negli ultimi decenni. Questa tenden­za trova conferma nel fatto che nel 2000 il numero di territori inserito in questo aggregato ammontava a 211: in altri termini, in poco più di venti anni, l’Europa ha visto ridursi del 20% la quantità delle province più vocate all’industria.

“Brescia resta – e continuerà a restare – una delle capitali manifatturiere del Paese. È una presa d’atto che emerge con chiarezza dai numeri esposti nel presente numero di BFocus – commenta Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia e che merita di essere ribadita, soprattutto in un mo­mento in cui il dibattito pubblico rischia di interpretare i cambiamenti economici come segnali di arretramento. Manifattura significa innanzitutto ric­chezza, ma anche stabilità e qualità dell’occupazione. Un valore che si traduce in sicurezza economica, in fa­miglie che possono progettare il futuro con maggiore serenità e giovani che trovano un terreno solido su cui costru­ire i propri progetti. Se da un lato, un certo tipo di mani­fattura tende a spostarsi verso nuove aree del mondo, dall’altro i numeri testimoniano come l’in­dustria sia ancora un bene prezioso – anzi, imprescindibile – per Brescia. Da difendere non solo a livello locale, ma soprattutto a livello di istituzioni eu­ropee. Deindustrializzazione significa infatti perdita: di conoscenze, di valore, di opportunità. È nell’alleanza tra industria e terzia­rio, quindi, che si gioca il futuro del Made in Brescia. Qualità, efficienza e innovazione devono continuare a es­sere i tratti distintivi del nostro modello di sviluppo: industria e servizi non sono mondi separati.”

“L’analisi contenuta in questo quarto numero di BFocus, come sempre accurata e ricca di stimoli, affronta le trasformazioni della struttura produttiva delle economie avanzate, e evidenzia come i Paesi a forte vocazione manifatturiera, tra cui l’Italia e Brescia in particolare, continuino a fondare la propria competitività sull’export industriale – aggiunge Giovanni Marseguerra, ordinario di Economia politica nell’Università Cattolica e Direttore di OpTer –. Lo studio mostra una volta di più la centralità del sistema produttivo bresciano, un territorio altamente specializzato e resiliente, un punto di riferimento non solo nel contesto italiano ma anche nel più ampio panorama europeo. La provincia di Brescia si presenta oggi come un’«economia reale» forte in cui capacità organizzativa e razionalità produttiva si applicano a tutti i settori, con straordinarie punte di eccellenza e di capacità innovativa. Un sistema competitivo e coeso, non immune certamente dagli impatti delle guerre commerciali o delle crisi delle materie prime, ma un sistema solido, credibile e capace di affrontare le crisi ricorrenti che caratterizzano questo cambio d’epoca. La vera sfida è ora consolidare un’integrazione forte tra industria e sevizi, tra manifattura, turismo, logistica e infrastrutture, anche con una prospettiva europea.”
Ultimo aggiornamento: 10/02/2026 00:14:13

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