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Festival dell’Economia a Trento, i governatori Rossi, Serracchiani e Maroni a confronto: “Autonomie a rischio”

venerdì, 3 giugno 2016

Trento – I Governatori di Trentino, Friuli Venezia Giulia e Lombardia a confronto sul tema: “Regioni per la crescita”. Ugo Rossi, Debora Serracchiani e Roberto Maroni: i governatori di Trentino, Friuli Venezia Giulia e Lombardia stamani a confronto su uno dei temi cardine dell’undicesima edizione del Festival dell’Economia, il rapporto fra crescita economica e dimensione regionale. Posto che il nostro Paese si caratterizza da sempre per i forti squilibri territoriali è possibile individuare criteri, parametri, indicatori oggettivi per valutare l’efficacia delle politiche di sviluppo poste in essere dalle regioni e dalle province autonome? E quanto conta il fattore istituzionale, a partire dagli statuti di Autonomia?

Le risposte sono state naturalmente variegate. Se i percorsi sono diversi, e così le risorse a disposizione, comune è però l’auspicio che le peculiarità regionali vengano valorizzate e ampliate. Un auspicio espresso dalle due realtà a statuto speciale ma rilanciato anche da quella a statuto ordinario, “perché se una regione autonoma cresce, i benefici si riflettono su tutto il Paese”.

Incontro ROSSI, SERRACCHIANI. MARONI

Luci ed ombre anche nei giudizi espressi riguardo alla revisione costituzionale che sta avanzando: nelle sue linee generali, è stato detto, essa contiene riforme che attendevano da tempo, ma non valorizza i territori come meriterebbero. Tuttavia, nelle pieghe nella norma, vi sono anche opportunità per un “regionalismo ad assetto variabile”, come lo ha definito Rossi.

IL CONFRONTO

Dunque, due regioni a statuto speciale, ma diverse fra loro, Trentino e Friuli Venezia Giulia, e una terza, la Lombardia, che speciale vorrebbe esserlo, e che ha anche il primato regionale in Italia per la produzione del Pil. Tre regioni che hanno modelli di sviluppo diversi.

Rossi ha ricordato che “il Trentino era, nell’immediato dopoguerra, ai livelli della Calabria come indici di sviluppo socio-economico. Al tempo stesso, qui storicamente si erano date le condizioni per sperimentare forme di autogoverno responsabile. La Repubblica italiana, grazie anche alla conduzione illuminata di un trentino, Alcide Degasperi, ha saputo valorizzare questa peculiarità. Oggi il Trentino ha livelli di qualità della vita di standard europeo. Come è stato possibile? Grazie al fatto che le dinamiche di sviluppo sono state governate localmente, in virtù di uno Statuto di Autonomia, quello del 1948, che nel tempo si è continuamente aggiornato. Da allora sono state varate 146 norme di attuazione, che hanno adattato lo Statuto del Trentino Alto Adige ai bisogni delle popolazioni e hanno ricondotto alla dimensione locale quasi tutti i poteri altrove gestiti a livello centrale. Nelle prossime settimane ad esempio entreremo in possesso delle competenze riguardanti la gestione amministrativa dell’apparato della Giustizia. Questo impegno dunque prosegue, e investe anche il tema degli indicatori. Vogliamo misurare gli indici di soddisfazione delle persone e delle imprese, la qualità del sistema scolastico e formativo, la coesione sociale del territorio, il rischio povertà e così via. Perché vogliamo una crescita di qualità, che vada a beneficio di tutta la popolazione”. Ciò, ha ricordato Rossi, senza alcuna tentazione separatistica, anzi, in un rapporto virtuoso e responsabile con lo Stato, e dimostrando sempre efficacia ed efficienza dell’utilizzo delle risorse pubbliche. Attenzione però: le risorse a disposizioni del Trentino vengono utilizzate per coprire tutte quelle competenze – dalla scuola alla sanità, dai trasporti al welfare – che nelle regioni a statuto ordinario sono a carico del bilancio statale. Se non si chiarisce questo, ogni discussione che parta da un indicatore così imperfetto come il pil pro capite non può che risultare viziata.

Serracchiani ha illustrato il percorso del Friuli Venezia Giulia, “una regione di confine che è ripartita dai ‘fondamentali’. innanzitutto le infrastrutture, come il porto di Trieste. Per farlo è stato necessario cambiare le persone, al fine di collocare i più bravi al posto giusto. La differenza oggi si nota nei numeri: nel 2016 il porto di Trieste è il primo porto italiano. la seconda cosa importante, vista la nostra collocazione, è stata allacciare relazioni internazionali. Ad esempio siglando un accordo bilaterale con la Baviera che fa del porto di Trieste il terzo porto tedesco, e che ci ha consentito di presentarci alla Cina non come singola regione ma in sinergia con la grande regione germanica”. Una sfida ulteriore è stata quella della riorganizzazione delle politiche industriali, andando oltre la logica dei distretti e intercettando le linee di sviluppo dell’Unione europea. “Infine, sfruttando la nostra specialità, abbiamo ridotto il peso burocratico e fiscale a carico delle imprese. Ciò è stato importante ai fini dell’attrattività del territorio nei confronti delle imprese che vengono da fuori. Abbiamo anche varato l’Agenzia degli investimenti regionali, copiando questa idea dalla Carinzia, perché a volte è importante ricalcare gli esempi positivi. Per noi il punto di svolta è stato il terremoto del 1976. Quella è stata la sfida centrale dalla quale siamo ripartiti. Oggi i risultati ci sono, si basano sui conti in ordine di una regione che ha il rapporto debito/pil del 2%. La specialità è utile se ci sono le persone giuste ad applicarla e se viene utilizzata davvero tutti i giorni. Al tempo stesso, ci sono servizi e funzioni che possono essere ottimizzate in una dimensione sovraregionale”.

Infine Maroni. “C’è un dibattito in italia sull’abolizione delle Autonomie – ha detto – . Io non sono d’accordo. Le diversità vanno valorizzate se servono alla crescita complessiva del Paese. Piuttosto, la specialità andrebbe messa nelle disponibilità di tutte le regioni che se lo meritano. Se vi sono regioni che meritano risorse aggiuntive, che possono generare crescita per tutti, ciò dovrebbe essere loro consentito. Ma per le regioni a statuto ordinario non è possibile. La Lombardia è l’unica regione a deficit zero; ciò dovrebbe esserle riconosciuto. Noi abbiamo 10 milioni di abitanti e un bilancio di 20 miliardi, il Trentino poco più di 500mila abitanti e un bilancio di oltre 4 miliardi. Per noi le difficoltà dunque sono molto maggiori, ma riusciamo a gestirle a deficit zero. Nonostante questa difficoltà, la Lombardia è una regione molto impegnate sulla crescita, con risorse nostre, statali ed europee. L’Europa riconosce il nostro buon utilizzo delle risorse e nella nuova programmazione settennale ci ha premiato. Per quanto riguarda l’uso delle risorse proprie, nonostante il nostro ‘magro bilancio’ sosteniamo fortemente la nascita di start up, di imprese innovative create soprattutto da giovani, coinvolgendo le 13 università presenti sul nostro territorio e promuovendo le sinergie pubblico-privato. Nel 2015 la Lombardia è la regione d’Europa che ha attirato più investimenti dall’estero, Dei 4 ‘motori regionali’ dell’Europa noi siamo il primo. Ma se avessi lo Statuto della Sicilia, che consente all’isola di trattenere il 100% delle tasse versate localmente, avrei risolto i miei problemi. Il mio auspicio è che la specialità rimanga e venga estesa, trattando naturalmente con il Governo. Se la specialità andasse estesa alla lombardia, non verrebbero tolte risorse al Trentino. Semmai tutto il paese ne trarrebbe un beneficio”.


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