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Riva del Garda, solenne commemorazione dei Caduti

Deposte corone di alloro ai monumenti ai Caduti

RIVA DEL GARDA (Trento) - Riva del Garda ha celebrato oggi - sabato 7 novembre - il 108° anniversario della fine della Prima guerra mondiale e la Giornata dell'unità nazionale e delle forze armate. Erano presenti il sindaco Alessio Zanoni e le rappresentanze della Giunta municipale, del Consiglio comunale, delle forze dell'ordine e delle associazioni d'arma.

Alle 9:45 l’alzabandiera al Pilone della vittoria, cui ha fatto seguito nella chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta la santa messa in memoria dei Caduti; terminata la quale, verso le 11, si è composto il corteo che ha percorso, in testa il gonfalone del Comune e la Fanfara alpina, il tragitto canonico da piazza Cavour ai monumenti a Cesare Battisti e ai Caduti del mare per la rituale deposizione delle corone di alloro. Infine all’Ara dei Caduti in piazza San Rocco, l’allocuzione del sindaco Alessio Zanoni, il suono dell'inno nazionale e la deposizione di una corona di alloro. A seguire, delegazioni hanno deposto corone di alloro ai monumenti ai Caduti a Sant’Alessandro, a Varone, al cimitero del Grez, alla stele al parco della Libertà, al cippo di Alois Štorch, al cippo alpino alla chiesetta di San Michele, al cippo della Medaglia d’oro Bruno Galas e al Cristo silente.

L'intervento del sindaco Alessio Zanoni
"Oggi siamo qui per ricordare la fine della Prima guerra mondiale - ha detto il sindaco - e credo che il modo più serio per ricordarla sia, prima di tutto, chiederci che cosa ci abbia insegnato quella guerra. E, soprattutto, chiederci se abbiamo davvero imparato la lezione. Perché la guerra, a guardarla con gli occhi della storia, appare per quello che è sempre stata: una follia umana. Una follia che diventa ancora più insensata quando a pagarne il prezzo non sono coloro che la decidono, ma milioni di persone che non l'hanno voluta. Qui, a Riva del Garda, lo sappiamo bene. Questa terra apparteneva allora all’impero austroungarico. La guerra arrivò qui già nel 1914, ancora prima che l’Italia vi entrasse. Le nostre comunità furono travolte, le famiglie divise, persone costrette ad abbandonare le proprie case. Il territorio divenne fronte, retrovia, luogo di combattimento e di sofferenza. E dentro quella guerra finirono persone che, nella loro stragrande maggioranza, non avevano scelto nulla. Uomini mandati a morire. Donne rimaste sole. Bambini cresciuti senza padri. Famiglie costrette a lasciare la propria terra. Intere generazioni segnate per sempre. E oggi desidero che il nostro pensiero vada innanzitutto a loro. A chi non è tornato. A chi ha lasciato la propria vita sui campi di battaglia. A chi è tornato ferito nel corpo o nell’anima. A chi ha perso un figlio, un padre, un fratello, un marito. A tutte quelle donne, quegli uomini, quei bambini che la guerra ha travolto senza chiedere loro il permesso. A loro dobbiamo il nostro silenzio, la nostra memoria e il nostro impegno, perché tutto questo non accada mai più. È questa la prima cosa che dobbiamo ricordare: prima ancora delle mappe, prima ancora dei confini, prima ancora degli Stati, ci sono le persone.

Nel 1918 quella guerra finì. E insieme alla guerra crollò un mondo. Crollarono gli imperi che per secoli avevano costruito la propria potenza sulla forza, sulla conquista, sulla gerarchia dei popoli. Finì l’impero austroungarico. Finì l’impero ottomano. Crollò l’impero tedesco. La Russia zarista era già stata travolta dalla rivoluzione. Sembrava che la storia avesse finalmente compreso una cosa semplice: che non può essere la forza a decidere chi ha ragione. Sembrava che dovesse cominciare un tempo nuovo. Un tempo nel quale le controversie tra i popoli non sarebbero più state risolte attraverso la violenza, ma attraverso la diplomazia, il dialogo, il confronto, il riconoscimento della pari dignità. Fu da questa speranza che nacque la Società delle nazioni. L’idea era straordinariamente moderna: creare un luogo nel quale gli Stati potessero confrontarsi e cercare soluzioni comuni, sottraendo le relazioni internazionali alla sola logica della forza. Ma quella grande speranza fallì. La Società delle nazioni non riuscì a impedire il ritorno delle aggressioni, dei nazionalismi esasperati, delle dittature e, infine, di una nuova guerra mondiale.

Solo vent'anni dopo l'Europa precipitò nuovamente nell'abisso. La Seconda guerra mondiale ci ha consegnato una tragedia ancora più grande. Eppure, anche dalle macerie di quella tragedia, l'umanità ebbe la forza di provarci ancora. Nel 1945 nacque l’Organizzazione delle nazioni unite. Dopo due guerre mondiali in una sola generazione, i popoli decisero di costruire uno strumento fondato sulla cooperazione internazionale, sulla ricerca della pace e sulla volontà di sottrarre il mondo alla legge del più forte. Fu una promessa. La promessa che la diplomazia potesse essere più forte della guerra. Che il diritto potesse prevalere sulla forza. Che i popoli potessero sedersi allo stesso tavolo.

Che la dignità di una nazione non dipendesse dalla sua potenza militare o dalla sua ricchezza. E quella promessa, oggi, noi dobbiamo difenderla strenuamente. Perché l’Onu può avere limiti, può essere imperfetta, può essere lenta. Ma il principio che rappresenta è troppo importante per essere abbandonato.
Non dobbiamo indebolire gli strumenti della pace perché sono imperfetti. Dobbiamo renderli più forti perché la pace ne ha bisogno.

E allora la domanda che dobbiamo farci oggi, nel 2026, è inevitabile: che cosa ci è rimasto di quella lezione? Perché guardando il mondo di oggi, viene da pensare che la storia non sia poi così brava a insegnare. Vediamo riemergere, in forme nuove, vecchie idee. Vediamo la forza tornare a essere presentata come criterio per stabilire il diritto. Vediamo confini che diventano nuovamente motivo di guerra. Vediamo la vita umana diventare, ancora una volta, una statistica. E questo dovrebbe farci paura. Non perché la storia si ripeta necessariamente. Ma perché l'uomo può ripetere gli stessi errori quando dimentica la propria storia. Il compito della memoria, allora, non è soltanto ricordare ciò che è accaduto. È impedire che ciò che è accaduto diventi nuovamente possibile. E in questo contesto voglio rivolgere un pensiero anche a chi oggi indossa una divisa. A chi svolge il proprio servizio con la ferma volontà di non dover mai utilizzare un’arma. A chi sa che, quando un’arma diventa necessaria per difendere una persona, proteggere un innocente, fermare una violenza, deve essere sempre e soltanto l’ultima possibilità. A chi porta una divisa sapendo che il vero valore del proprio lavoro non sta nella forza che può esercitare, ma nella responsabilità con cui quella forza viene eventualmente esercitata. Perché anche in un mondo nel quale, purtroppo, essere armati è ancora necessario, si può scegliere di esaltare l’umanità del proprio lavoro. E voglio dirlo in modo particolare alle nostre forze dell’ordine, che ogni giorno, nella nostra città, contribuiscono a tenere viva la coesione sociale, il rispetto delle regole e il rispetto delle persone. Lo fanno spesso lontano dai riflettori, con abnegazione, professionalità e capacità umana. In una società nella quale crescono nuove povertà, aumentano le solitudini e le instabilità sociali mettono a dura prova le regole della convivenza, la sicurezza non può essere soltanto repressione. È anche prevenzione. È ascolto. È presenza. È capacità di intervenire con fermezza quando serve, ma anche di comprendere quando una parola, un gesto, un rapporto umano possono evitare che una difficoltà diventi una tragedia. Per questo vi ringrazio. Perché in una divisa, quando è vissuta con questo spirito, non c’è soltanto l’autorità dello Stato. C’è la presenza dello Stato accanto alle persone. E il compito più alto non è usare la forza. È fare tutto ciò che è possibile perché la forza non debba essere usata.

Ed è proprio qui che la memoria della guerra incontra il nostro presente. Perché se vogliamo evitare che la storia torni a ripetersi, dobbiamo tornare a coltivare ciò che rende l'uomo veramente umano. La storia. La cultura. La letteratura. La musica. La lirica. Il teatro. La danza. L’arte. La bellezza. Non sono ornamenti della nostra vita. Sono strumenti di civiltà. Chi conosce la storia sa quanto sia fragile la pace. Chi conosce l’arte comprende quanto sia preziosa la vita. Chi sa emozionarsi davanti alla musica, a un quadro, a una poesia, a un'opera, impara che il mondo non è soltanto qualcosa da possedere. È qualcosa da custodire. E forse è proprio questo che ci manca, in un tempo nel quale siamo sempre più connessi e, allo stesso tempo, sempre più soli. Abbiamo bisogno di tornare a incontrarci. Di tornare ad ascoltarci. Di tornare a riconoscere nell'altro non una minaccia, ma una persona. Perché l'altro ha la nostra stessa dignità, le nostre stesse paure, il nostro stesso bisogno di essere rispettato e riconosciuto. E allora possiamo forse comprendere che c'è un solo confine per il quale vale sempre la pena di lottare: il confine della dignità umana. Quello dobbiamo difenderlo sempre. Soprattutto quando dall'altra parte c'è qualcuno che non ha voce. Perché una società si misura non dalla forza che riesce a esercitare sui più deboli, ma dalla protezione che riesce a garantire loro. Questa è, per me, la vera lezione del 4 novembre.

La Prima guerra mondiale ci ricorda dove può portare la legge del più forte. Il fallimento della Società delle nazioni ci ricorda che la pace ha bisogno di istituzioni capaci di difenderla. La nascita dell’Onu ci ricorda che i popoli possono scegliere il dialogo al posto della guerra. E il nostro tempo ci chiede di non dare nulla di tutto questo per scontato. La pace non è mai conquistata una volta per tutte. Va costruita ogni giorno. E comincia molto più vicino di quanto pensiamo. Comincia nel modo in cui guardiamo l'altro. Nel modo in cui ascoltiamo. Nel modo in cui accogliamo. Nel modo in cui scegliamo di stare insieme. Perché stare con l'altro è la via della pace. E forse è proprio questa la sfida che la storia affida a noi: non essere uomini più forti degli altri, ma uomini capaci di essere più umani. Non lasciare ai nostri figli un mondo semplicemente più potente. Lasciargli un mondo più umano. Un mondo nel quale la vita valga più della conquista, la dignità più del potere, il dialogo più della forza. Se sapremo farlo, allora il 4 novembre non sarà soltanto una giornata della memoria. Sarà una promessa per il futuro. Viva la pace. Viva la nostra comunità. Viva l'Italia».
Ultimo aggiornamento: 07/11/2026 16:42

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