TRENTO - La
Necropoli preromana di
via Santa Croce tra le sette scoperte archeologiche che hanno segnato il 2025
Importante riconoscimento per la necropoli di via Santa Croce a Trento da parte del prestigioso “Il Giornale dell’arte”. L’eccezionale necropoli monumentale della prima età del Ferro messa in luce a Trento in via Santa Croce è stata inserita al secondo posto nella graduatoria, pubblicata annualmente da “Il Giornale dell’Arte”, delle sette scoperte archeologiche più importanti avvenute in Italia nel 2025. Il contesto funerario trentino figura dunque tra i sette ritrovamenti di straordinaria rilevanza subito dopo la Casa del Tiaso e prima del rilievo funebre della necropoli di Porta Sarno a Pompei, della tomba etrusca di Caiolo nell’area archeologica di San Giuliano (Viterbo), della vasca sacra del Parco archeologico della città latina di Gabii (Roma), della testa di kore di Vulci e del villaggio palafitticolo protostorico e il luogo di culto di età ellenistica delle grotte di Pertosa-Auletta (Salerno).
"Questo ritrovamento rappresenta una rarità nell'arco alpino - ha commentato l'
assessore provinciale Gerosa -
ed è per noi un orgoglio il suo collocamento tra le sette scoperte archeologiche più importanti del 2025. Come già ho avuto modo di dire, sono convinta che questo straordinario ritrovamento possa aprire nuovi orizzonti di studio e approfondimento. Ricordo l’emozione nel visitare lo scavo a febbraio 2025 insieme al dottor Marzatico, allora soprintendente, con la consapevolezza che quella scoperta avrebbe portato a una nuova interpretazione dei vari quadri di civiltà, mostrandoci una nuova storia della città di Trento. Non posso che ribadire, ancora una volta, l’importanza nel sostenere attraverso adeguate risorse le iniziative di tutela e restauro, affinché il patrimonio culturale si tramandi alle generazioni future”.
L’eccezionale ritrovamento della necropoli preromana di Trento è avvenuto a seguito dell’attività di tutela preventiva condotta dall’Ufficio beni archeologici del Servizio tecnico Soprintendenza per i beni culturali della Provincia autonoma di Trento in occasione dei lavori di restauro e riqualificazione di un edifico storico. Questa straordinaria scoperta consentirà di riscrivere la storia più antica della città di Trento e di tutto il territorio provinciale ma costituisce già da ora un fondamentale punto di riferimento per la comprensione di complessi fenomeni sociali della prima età del Ferro su una scala molto più ampia.
L’importante contesto funerario è rimasto perfettamente conservato attraverso i millenni grazie agli episodi alluvionali che hanno sigillato il deposito archeologico. La necropoli, che si è sviluppata sulla porzione mediana del conoide alluvionale del torrente Fersina, è venuta in luce a una profondità di circa 8 metri rispetto all’attuale quota di via Santa Croce, al di sotto di livelli di frequentazione storica, medievale e di epoca romana. Le ricerche archeologiche, tuttora in corso di svolgimento, hanno consentito di mettere in luce 270 tombe, complete di prestigiosi corredi, caratterizzate dal rito della cremazione indiretta, che rappresentano soltanto una parte di quelle potenzialmente conservate nel sottosuolo ancora da indagare. La scoperta della necropoli monumentale di via Santa Croce apre nuovi scenari e suggestive ipotesi interpretative per la ricerca archeologica, considerata la sua collocazione nel centro storico di Trento e la rarità di questa tipologia di contesti nel territorio dell’arco alpino.
Solleva inoltre articolate e complesse problematiche circa le modalità di autorappresentazione in ambito funerario del gruppo sociale di appartenenza di cui, al momento, resta ignoto il contesto insediativo.
Le indagini archeologiche sono dirette dalla dott.ssa Elisabetta Mottes dell’Ufficio beni archeologici della Provincia autonoma di Trento e coordinate sul campo dal dottor Michele Bassetti e dalla dottoressa Ester Zanichelli di Cora Società Archeologica di Trento e dalla loro equipe di ricerca. Il coordinamento delle operazioni concernenti il restauro dei reperti mobili si deve a Susanna Fruet dell’Ufficio beni archeologici e alla dottoressa Chiara Maggioni di Cora Società Archeologica per l’attività di microscavo e recupero dei vasi ossuari.
Nei primi secoli del I millennio a.C. il paesaggio di quest’area della città era caratterizzato dalla presenza dell’ampio alveo del torrente Fersina solcato da una rete di canali torrentizi che si intrecciavano tra loro, separati da barre sabbiose o ghiaiose a carattere temporaneo. In un’area marginale dell’alveo soggetta a periodiche esondazioni è sorta la necropoli monumentale della quale sono state documentate più fasi di frequentazione nel corso della prima età del Ferro (fine X-metà VI secolo a.C.). Il contesto funerario doveva essere posto tra due canali che si potevano attivare in caso di fenomeni di piena. Gli episodi esondativi, iniziati già nelle fasi di utilizzo della necropoli, hanno sigillato la stratificazione archeologica antica consentendo l’eccezionale conservazione del contesto funerario. Questa circostanza ha permesso di documentare in dettaglio i piani d’uso della necropoli e di ricostruire con precisione le pratiche funerarie della comunità che hanno occupato quest’area nella prima età del Ferro.
La caratteristica principale della necropoli, che la configura come un complesso palinsesto monumentale è la presenza di stele funerarie infisse verticalmente con funzione di segnacolo che raggiungono i 2,40 m di altezza, organizzate in file subparallele con direzione principale Nord-Sud. Ogni stele delimita a ovest la tomba principale in cassetta litica coperta da una struttura a tumulo, attorno alla quale si sviluppa nel corso del tempo una densa concentrazione di tombe satelliti.
La materia prima utilizzata per le stele funerarie proviene dall’area della collina est di Trento, zona più prossima di affioramento dei calcari nodulari giurassici del Rosso Ammonitico Veronese, mentre il calcare-marnoso rosato della Scaglia Rossa è stato impiegato per la realizzazione delle cassette litiche.
Lo scavo microstratigrafico delle strutture tombali ha consentito di ricostruire la complessità del rituale funerario. I dati acquisiti dovranno essere implementati da analisi interdisciplinari sui resti antropologici e archeobotanici oltre che dallo studio dei reperti deposti come corredo e offerta.
All’interno delle cassette litiche è presente la terra di rogo, una raccolta intenzionale di ossa calcinate poste entro contenitori in materiale deperibile, meno frequentemente in vasi ossuari. Si ipotizza che i resti combusti spesso collocati sopra il corredo personale, fossero avvolti in un tessuto, di cui in alcuni casi si sono conservate le fibre, chiuso con l’ausilio di spilloni o fibule. In alcune tombe la forma dell’accumulo suggerisce la presenza di cassette lignee quadrangolari.
I corredi funerari messi in luce risultano particolarmente ricchi e rappresentano gli indicatori per definire identità, ruoli e funzioni del gruppo sociale di appartenenza.
Particolarmente significativa è la presenza di reperti in metallo rappresentata da armi e elaborati oggetti di ornamento con inserzioni in ambra e vetro che attestano l’esistenza di influssi e strette relazioni culturali con gli ambienti italici.
Lo studio scientifico del ricco archivio di dati fornito dall'eccezionale necropoli di via Santa Croce sarà effettuato da una equipe di ricerca interdisciplinare che prevede la partecipazione di enti e specialisti di varie istituzioni italiane e straniere.