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Cles, aperta la mostra sull’opera dell’artista Vallazza. Gli interventi

venerdì, 6 luglio 2018

Cles – Inaugurata in serata a Palazzo Assessorile di Cles (Trento) la mostra sull’opera di Adolf Vallazza, uno degli scultori viventi più rilevanti sulla scena nazionale e internazionale. Alla presenza dell’artista, del curatore dell’opera Gabriele Lorenzoni, del sindaco Ruggero Mucchi, dell’assessore alla Cultura, Vito Apuzzo, del vicepresidente del Consiglio regionale Lorenzo Ossanna, del presidente della Pro loco di Cles, Lorenzo Paoli, della famiglia dell’artista e di esponenti del mondo della cultura e della politica, tra cui Franco Panizza, è stata aperta la rassegna con oltre 100 opere di Adolf Vallazza.

GLI INTERVENTI - Il sindaco Ruggero Mucchi e l’assessore Vito Apuzzo hanno sottolineato l’importanza di una rassegna con uno degli scultori viventi più importanti, mentre il curatore Gabriele Lorenzoni ha evidenziato la tecnica artistica di Adolf Vallazza. “Fino agli anni Cinquanta del XX secolo – ha detto Lorenzoni – questo tipo di arte era relegata alla pratica artigiana, poi ha avuto dignità artistica dopo secoli di oblio e dando vita ad una scuola che sta portando i propri frutti in tutto il mondo. La sua fama è oggi internazionale”.

La rassegna curata da Gabriele Lorenzoni è al centro di un progetto che vuole proporre al pubblico un punto di vista inedito sull’opera di Adolf Vallazza, La sua casa-studio di Ortisei, vero scrigno di arte e cultura, negli anni è diventata un punto di riferimento per critici, curatori e collezionisti internazionali, malgrado la collocazione decentrata rispetto ai grandi centri dell’arte. Nel corso degli anni ha mantenuto una incredibile curiosità e forza creativa e il suo entusiasmo è autentico.

LA COLLABORAZIONE – Il progetto di mostra, supportato dall’Archivio Vallazza, diretto dalla figlia Sabina con Ulrich Kostner, si configura come una nuova sfida per l’artista, che accetta di porre i propri lavori in dialogo con gli spazi del Palazzo Assessorile. L’edificio, che non nasconde le sue stratificate e complesse vicende architettoniche e d’uso, si lascia contaminare dai legni antichi di Vallazza, nella scrittura di una storia comune, quella delle genti di montagna. Il dialogo fra le sculture di Vallazza e il Palazzo si rafforza nell’evidenza di una interessante coincidenza. Il maestro gardenese fin dal 1969 utilizza infatti esclusivamente legname di recupero per la realizzazione delle proprie opere, sfruttando i materiali che vengono scartati nel corso della demolizione e del restauro di vecchi fienili, case contadine, antiche stubi. Si tratta per l’artista di un’urgenza dettata dal desiderio di salvare quanto più possibile delle tradizioni e della vita vissuta nelle valli alpine, andando a scoprire la meraviglia nella semplicità dei segni lasciati dall’uso e dal tempo sul legno, un materiale organico che pare in grado di registrare senza dimenticare, recando ben evidenti i segni delle destinazioni precedenti che lo hanno visto protagonista in qualità di pavimento o di tavolo, di imposta o di trave. Vite passate alle quali l’artista offre un’occasione di rinascita, grazie a una trasfigurazione artistica che ne modifica l’aspetto formale ma non ne copre la storia, anzi la esalta in un rimando di significati di alto impatto emozionale. Alla stessa maniera, i meravigliosi pavimenti lignei di Palazzo Assessorile nascono da una lungimirante operazione di recupero conservativo: le assi utilizzate per realizzarli sono infatti quelle tolte dalle pareti dell’ultimo piano, anticamente adibito a carcere, dove per oltre 200 anni hanno nascosto alla vista gli affreschi, tutelandoli nel contempo.

LE OPERE - La mostra offre l’occasione per ammirare quasi 100 opere dell’artista, su tutte le imponenti e iconiche sculture denominate Totem e gli arcaici e fantasiosi Troni. Non mancherà uno sguardo sulla produzione figurativa, meno nota ma di grande impatto. Sarà questa l’occasione per conoscere inoltre una parte della sterminata produzione grafica del maestro, di grande importanza sia come supporto progettuale alle sculture che come valvola di sfogo creativo, che ad oggi ha trovato poche occasioni di visibilità, in un confronto pressoché inedito fra opere tridimensionali e progetti grafici. La mostra lascia spazio alla forza del dialogo fra architettura e scultura, in un incontro/scontro titanico fra la forza arcaica delle opere di Vallazza, la qualità senza tempo degli affreschi di Marcello Fogolino e la solidità dell’impianto plastico dell’edificio: tempo e memoria, tradizione e ribellione, fantasia e curiosità solo le cifre che paiono accomunare gli attori in gioco, lontanissimi e contigui insieme. L’allestimento, curato dallo studio Campomarzio, di grande sobrietà narrativa, prevede una disposizione libera nelle sale del Palazzo delle sculture, che paiono danzare e saturare i quattro piani dell’edificio, incuranti della presenza degli spettatori. Questi vengono accompagnati dal ritmo delle loro emozioni, trovando nelle opere dei testimoni silenziosi e dei confidenti sinceri insieme: l’unica voce narrante è quella dell’artista stesso, che si racconta in un film/intervista girato per l’occasione dal regista Michele Bellio, con la collaborazione di Massimo Faes e di Thomas Kostner, nipote di Adolf Vallazza. Ulteriore livello di lettura è quello dato dalle incursioni di Gianni Berengo Gardin: il fotografo, uno dei massimi interpreti italiani, è legato da una fraterna amicizia ad Adolf Vallazza fin dagli anni Settanta. Le splendide immagini in mostra, portate ad una dimensione superiore alla scala del vero, ci offrono uno spaccato della vita dell’artista e ci fanno entrare nella profondità delle fenditure del legno antico. Il catalogo della mostra verrà pubblicato nel corso dell’esposizione per permettere ad un altro fotografo contemporaneo, Francesco Mattuzzi, di offrirci il suo sguardo attento e tagliente, capace di analizzare oltre che di documentare, sull’allestimento e di conseguenza sul dialogo fra le opere e il Palazzo. — Profilo biografico Adolf Vallazza nasce nel 1924 a Ortisei, dove oggi ha sede il suo atelier. Figlio d’arte, manifesta fin da subito una particolare attitudine creativa. Frequenta l’Istituto Artistico di Ortisei e apprende il mestiere dello scultore nella bottega di Luis Insam Tavella. Divenuto maestro d’arte, ricava il suo primo atelier in una stube offertagli dal padre, dove si dedica alla scultura figurativa: madonne goticheggianti, scene tratte da saghe ladine, ritratti di contadini e diversi modelli per la ditta ANRI di Santa Cristina. In una prima fase, pur non allontanandosi dal solco della tradizione locale, si distingue per una peculiare interpretazione espressionista della figura umana. Elegge l’intaglio ligneo a sua professione, gestendo una bottega che arriva a contare sette dipendenti. La sua insofferenza verso la pratica artigiana si fa sempre più marcata con il passare degli anni: dapprima dedica il sabato alla realizzazione di opere autonome per poi arrivare, con il sostegno della moglie, alla coraggiosa decisione di dedicarsi a tempo pieno all’arte, abbandonando i modelli e le iconografie delle tradizione. Inizia così, a partire dagli anni Sessanta una vivace attività espositiva, che lo vede protagonista sia in Italia che all’estero, mentre il suo studio è frequentato da importanti critici d’arte come Garibaldo Marussi, Luciano Budigna, Giorgio Mascherpa, Giuseppe Marchiori, Enrico Crispolti e Paolo Viti. All’inizio degli anni Settanta conosce il fotografo Gianni Berengo Gardin, con il quale stringe una sincera amicizia e collaborazione, che prosegue tutt’oggi: alcune delle più intense fotografie delle sue opere sono raccolte in un recente volume, edito da Contrasto. Dagli anni Settanta in poi giungono a maturazione tutti gli stimoli e gli sforzi di ricerca e l’artista si afferma grazie a un linguaggio originale, che si orienta in maniera decisa verso l’astrazione: “ho iniziato a lavorare con il legno antico, quasi per caso. Il mio vicino aveva comprato il legno di un vecchio fienile da ardere durante il rigido inverno. Osservandolo da vicino mi sono reso conto che era perfetto per ciò che volevo scolpire: forme astratte e intersecazioni geometriche. Si stava esaurendo l’influenza dell’impressionismo sulla mia arte: quando ho incontrato il legno vecchio è stata una svolta”. Il linguaggio astratto caratterizza il ciclo dei Totem e dei Troni, serie cardine della sua produzione artistica che gli assicurano il definitivo riconoscimento internazionale. Non abbandona comunque del tutto la figurazione, portando avanti in maniera parallela un ciclo di lavori che indaga il corpo umano, con legami complessi sia con la tradizione iconografica che con la quotidianità del lavoro e della vita in montagna. Ogni scultura è ideata partendo da uno studio grafico mediante disegni, acquerellati o a pastello, che rappresentano un interessante corpus di lavori pressoché inediti. Questi disegni fortemente scultorei si riverberano poi nella loro forma lignea, che mantiene una spiccata vitalità pittorica data sia dal suo sviluppo verticale sia dalla natura policroma. Vallazza resta legato alla Val Gardena durante tutto il corso della sua vita, coltivando nel contempo un ricco intreccio di relazioni esterne, che gli consentono di vivere la doppia dimensione di uomo di montagna e artista consapevole e aggiornato. A novantaquattro anni, dopo aver superato una difficile malattia, ha ripreso a scolpire e disegnare, a leggere e a ricevere nel suo atelier di Ortisei amici e collezionisti, critici e direttori di Museo. Recentemente è stato istituito l’Archivio Vallazza, che cura la catalogazione delle opere del maestro e il rilascio dei certificati di autentica.

Mostra sulle opere di Adolf Vallazza – aperta fino al 23 settembre 2018 – Cles, Palazzo Assessorile. Ingresso libero

Apertura: Lunedì 14.30-18.30. Dal martedì alla domenica 10-12.30 / 14.30-18.30. In luglio e agosto aperture serali sabato e domenica 20-22



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