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Chiudere la montagna e la sua economia, il grido di allarme del sindaco di Aprica: “Lo sci é il demonio? Non riapriremo più”

lunedì, 23 novembre 2020

Aprica – La bagarre sul lockdown natalizio degli impianti di risalita ha “risvegliato” le istituzioni locali: dopo mesi trascorsi, quasi trasversalmente – dai Comuni alle Regioni – su posizioni chiusuriste e di massimo rigore, con accettazione e incentivo a una serie di norme apparse fin dalla primavera contraddittorie, inefficaci, illogiche e totalmente controproducenti – come ampiamente prevedibile – dopo aver individuato una sequenza di capri espiatori additando incolpevoli cittadini come “untori” e limitandone le libertà fondamentali, la bagarre scatenatasi sull’idea di chiudere gli impianti sciistici durante il periodo natalizio sembra aver risvegliato l’orgoglio accantonato in questo 2020 anche nelle zone alpine, che vivono di turismo e il relativo indotto e che non sono state esenti fin dallo scorso marzo all’assuefazione generale del Paese all’escalation di chiusure e limitazioni che rischiano di giungere al climax facendo perdere il periodo natalizio a intere località.

Una serie di appelli e attacchi all’Esecutivo si sono susseguiti nella giornata odierna su tutto l’arco alpino, con l’esasperazione e la sopportazione giunte al limite di guardia, e il baratro socio-economico sempre più vicino senza un’inversione di tendenza.  Basterà il sussulto d’orgoglio per evitare la catastrofe socio-economica dell’ennesimo lockdown, o gli appelli sono ormai tardivi in vista dell’imminente Dpcm in arrivo? In serata la risposta del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è stata chiara e lapidaria: niente Natale sulla neve.

Di seguito il commento di Dario Corvi, Sindaco di Aprica (Sondrio), sul tema “Chiudere la montagna e la sua economia”.

Dario Corvi apricaLo sci è ormai diventato il male assoluto, facciamocene una ragione. Il motivo? I potenziali assembramenti generati dagli impianti di risalita. Questo dipinto è esito della campagna mediatica scattata lo scorso 8 marzo, dalla quale sembra che non esista nulla più pericoloso e virale dello sci. Se si raccontasse correttamente cosa accadde quel giorno, esito della follia di chi impose una riduzione della portata senza ridurre il numero delle persone che potevano accedere ai comprensori, ci si accorgerebbe che con le giuste regole lo sci non sarebbe un problema. Tanto che un protocollo è stato definito, con sensibili rinunce ma garantendo la continuità del sistema. Lo sci, uno sport che si pratica in solitaria all’aria aperta. Ma ormai il demone è finito nel tritacarne, facciamocene una ragione.

Quello di cui non si parla è che chiudere gli impianti di risalita significa chiudere le località turistiche invernali e tutta la loro economia. Si, perché quelle infrastrutture tanto demonizzate, che hanno costi di gestione enormi, tengono in piedi interi sistemi, che si compongono di alberghi, scuole di sci, negozi, noleggi, ristoranti, bar e ogni altra attività presente sul territorio. Si chiudono dunque le montagne e la loro fragile economia. Questo significa chiudere gli impianti di risalita. Allora, per paradosso, vorrei che sul prossimo DPCM non fosse scritto “restano chiusi gli impianti di risalita”, ma che più correttamente ci si assumesse la responsabilità di scrivere “restano chiuse le località turistiche montane e la loro economia”. Perché di questo stiamo parlando.

Quando poi sento equiparare il rischio dello sci a quello corso con le discoteche aperte questa estate mi chiedo se chi ha fatto queste affermazioni abbia mai sciato nella sua vita e sappia cos’è la montagna. Credo di no. Ma ripeto, ormai lo sci è il demonio. E noi che di questo viviamo siamo tutti piccoli demoni ai quali non è mai stata nemmeno data la possibilità di dimostrare che questo paventato rischio in realtà non esiste se ben gestito, come invece è stato fatto per tutte le altre attività.

Esito di questa decisione sarà la morte di molti comprensori e attività. Alberghi chiuderanno definitivamente, negozi non riapriranno più, ristoratori appenderanno le pentole al chiodo. E si, le società che gestiscono gli impianti di risalita falliranno, trascinando con sé tutta la montagna e la sua economia. In compenso ci troveremo il prossimo anno sulle piste svizzere, austriache o francesi, perché molte di quelle italiane non riapriranno più“.



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