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Valle Camonica, appello per togliere l’Imu su baite e abitazioni rurali

domenica, 14 giugno 2020

Valle Camonica – Arriva la prima scadenza dell’Imu, l’imposta municipale che dovrà essere versata come acconto entro martedì. Dopo le promesse politiche per l’emergenza Covid-19 non c’è stato alcun rinvio e tanto meno la revisione della “gabella”. Il professor Michele Corti, docente di zootecnia montana, ha lanciato un appello ai Comuni per ridurre “il tributo-gabella” al minimo consentito dalla legge statale sulle baite e abitazioni rurali che rischiano di essere abbandonate. Secondo il professionista Santo Spavetti che da anni si batte per eliminare la gabella c’è il rischio dell’abbandono di abitazioni e aree rurali.

alpeggi montagnaL’INTERVENTO DEL PROFESSOR CORTI - ”Si avvicina la scadenza della gabella che colpisce immobili (ex fabbricati rurali) che, nelle condizioni attuali, non possono fornire alcun reddito. Imponendo aliquote da seconde case, i Comuni (e lo Stato che ha stabilito le norme per l’imposizione) impediscono la conservazione e il recupero di un patrimonio che ha in molti casi un valore culturale ma che potrebbe, cambiando le circostanze, tornare di utilità ai proprietari e alla collettività per iniziative di sviluppo agricolo e turistico. Imponendo il pagamento dell’Imu sulle baite e le costruzioni di cui era disseminata la montagna si costringono i proprietari a scoperchiarle. Torniamo, questa volta a brevissima distanza sull’argomento per alcuni chiarimenti e, soprattutto, per incitare tutti gli interessati a fare pressione, singolarmente e collettivamente, sui comuni perché applichino l’aliquota minima (come loro facoltà). In attesa di una riconsiderazione da parte dello Stato della materia questa è l’unica iniziativa possibile”.

L’ORIGINE - ”L’Imu è destinata al Comune. Lo Stato ha previsto questa imposizione che i Comuni non possono non applicare. Invece di spremere ulteriormente con altre tasse statali il cittadino lo Stato centrale ha preferito ridurre i trasferimenti ai Comuni del gettito raccolto con la fiscalità generale e far riscuotere ai Comuni la gabella sulle case. I Comuni, però, hanno la possibilità di ridurre al minimo consentito dalla legge statale l’aliquota, ovvero applicare quella del 4,6 per mille. Lo fanno in pochi (perché anche i Comuni, come lo stato, sono spreconi con i soldi degli amministrati. Però, limitandoci alla montagna lombarda, vi sono comuni come Grosio (Sondrio) ed Edolo (Brescia) che hanno fatto questa scelta. Sono, purtroppo, molto più numerosi i Comuni che tassano i fabbricati rurali come le seconde case, applicando l’ aliquota massima del 10,6 che può arrivare al 12,6 con accorpamento Tasi. Per molti Comuni l’entrata dall’Imu sui fabbricati rurali non è certo indispensabile. Utile è invece il mantenimento delle aree rurali con i prati sfalciati, i boschi puliti, non solo per la valorizzazione turistica del territorio ma anche per la prevenzione degli incendi. Al Comune converrebbe rinunciare a parte dell’introito piuttosto che contribuire con una tassa all’abbandono e al crollo dei fabbricati che una volta allo stato di ruderi non procurerebbero più alcun gettito. Purtroppo, però, molto amministratori non guardano oltre… la scadenza elettorale.

I Comuni hanno poi la facoltà di rimborsare ai proprietari degli immobili quanto riscosso a titolo di contributi per la manutenzione delle coperture, prevenzione del degrado, conservare il patrimonio storico e architettonico e il paesaggio (i ruderi deturpano il paesaggio).

I proprietari dei fabbricati rurali che non godono delle esenzioni e che. di solito devono rispondere per più fabbricati (numerosi in tutti i paesi di montagna per via delle successioni ereditarie e della disseminazione, funzionale all’attività agricola tradizionale, delle piccole costruzioni), che hanno la sfortuna di risiedere in comuni turistici che applicano l’aliquota massima (ma cosa ci guadagna il proprietario di un vecchio fabbricato rurale?) devono fare, secondo noi, l’unica cosa oggi possibile e utile: scrivere al comune o recarsi di persona dagli amministratori (meglio stampando copie delle delibere dei comuni che abbiamo sopra indicato in modo che non abbiano scuse di sorta) e spiegare loro quale danno stanno contribuendo a infliggere al patrimonio rurale, al paesaggio. Invitandoli, se hanno a cuore questi valori, a deliberare l’applicazione dell’aliquota minima”, sostiene il professor Corti.

IL PROBLEMA - Ruralpini con il professor Corti ha seguito il problema sin dall’inizio, quando è stato imposto l’accatastamento al catasto fabbricati urbani degli ex fabbricati rurali. Seguirono le intimidazioni dell’Agenzia delle entrate contro i rententi, che si rendevano ben conto di quale stangata gli sarebbe piombata addosso. Ora non rinfocoliamo la polemica per il gusto sterile di farlo ma perché, dopo alcuni anni, stiamo assistendo alle pesanti conseguenza di queste politiche fiscali cieche sulle conseguenze sociali e territoriali.

RICHIESTA DI RURALITA’ - Vessati dall’Imu i proprietari delle baite (che nei Comuni dove applicano l’aliquota più alta, pagano in media 100/200 euro, che nei Comuni turistici arriva fino a 500 euro per baita) per non essere assoggettati all’Imu si può fare la richiesta di ruralità, sono molti i casi di esenzione. Molti fabbricati possono essere accatastati come rurali, strumentali all’attività agricola nel caso posseggano i requisiti di ruralità, ai sensi dell’art. 9 del decreto legge 30 dicembre 1993, n. 557, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 1994, n. 133, e successive modificazioni. Non serve essere imprenditori agricoli per quelli non abitativi. Art. 9 – comma 3 – D.l. 557/93. Ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili, che rileva ai soli fini fiscali, i fabbricati o porzioni di fabbricati devono soddisfare congiuntamente le caratteristiche di cui all’articolo 9, comma 3, D. L. 557/93 così come convertito e successivamente modificato ed integrato: c) il terreno cui il fabbricato è asservito deve avere superficie non inferiore a 10.000 metri quadrati ed essere censito al catasto terreni con attribuzione di reddito agrario. Qualora sul terreno siano praticate colture specializzate in serra o la funghicoltura o altra coltura intensiva, ovvero il terreno è ubicato in Comune considerato montano ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 31 gennaio 1994, n. 97, il limite viene ridotto a 3.000 metri quadrati. Pertanto si ritiene che anche chi non è IAP (Imprenditore agricolo professionale) se la superficie dei terreni (che sembra possano essere anche in affitto) è conforme al DL 557/93, può chiedere la ruralità dell’immobile rural agricolo con le conseguenti esenzioni/riduzioni Imu: per i fabbricati rural agricoli in sede di accatastamento all’urbano va chiesto al tecnico, se ci sono le caratteristiche di cui all’articolo 9, comma 3, D. L. 557/93 così come convertito e successivamente modificato ed integrato, di richiedere la sussistenza del requisito di ruralità per i fabbricati rurali strumentali all’esercizio dell’attività agricola (art.2, comma 6, decreto del M.E.F. 26/7/2012), anche se non siete IAP (qualora l’ immobile sia stato accatastato senza richiedere la ruralità, la sussistenza dei requisiti di ruralità può essere richiesta successivamente all’ Agenzia delle Entrate/Territorio, presentando i moduli di richiesta all’Agenzia delle Entrate.



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