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Concesio: convegno internazionale su “Paolo VI e la pace”

sabato, 28 settembre 2019

Concesio – Nel XIV colloquio internazionale di studio sulla figura di “Paolo VI e la pace” in corso a Concesio (Brescia) è stata approfondita la missione della chiesa nella comunità dei popoli.

La seconda giornata del XIV Colloquio Internazionale si è aperta con l’intervento di padre Giampaolo Salvini, che ha introdotto la sessione mattutina, presieduta da José-Román Flecha, con la relazione su “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace: Paolo VI e la solidarietà internazionale”.

Nel suo intervento, padre Salvini ha affrontato l’importanza dell’enciclica Populorum progressio all’interno del contesto storico in cui venne emanata. Pur non essendo un documento sulla pace in quanto tale (come era stata la Pacem in terris di Giovanni XXIII), la tematica della pace rimane sullo sfondo di tutto il testo.

Tuttavia il fulcro è proprio il tema dello sviluppo. In questo senso, il relatore ha osservato come la Populorum progressio “è la prima enciclica che si occupa dei problemi dello sviluppo visto come riedizione su scala planetaria della questione sociale”. Non si tratta di un tema , come spesso si è equivocato, che riguarda solo i Paesi poveri, ma anche quelli ricchi: “l’enciclica presenta lo sviluppo come un problema di qualità e di intensità di umanità e come un problema fondamentale per tutti i popoli del mondo, anche per i Paesi ricchi e anche nei confronti della loro vita interna”. Paolo VI non faceva un discorso rinchiuso in una visione di modelli economico-finanziari. “Quello del Papa – ha concluso p. Salvini – era un discorso umano, che parla di un solo mondo che avrà un futuro degno di questo nome soltanto se saprà essere un mondo abitabile per tutta l’umanità”.

La seconda relazione, “Paolo VI e i regimi comunisti dell’Europa dell’Est”, a cura di Philippe Chenaux, è stata letta da Philippe Levillain. L’autore ha ripercorso la politica della Santa Sede nei riguardi dei Pesi dell’Est, ripercorrendo gli accordi con l’Ungheria e la Jugoslavia, proseguendo con quelli con la Cecoslovacchia e quelli più complessi con la Polonia. Centrale in questa politica verso i Paesi dell’Est è stata la partecipazione della Santa Sede nel 1975 alla Conferenza di Helsinki, sulla sicurezza e la cooperazione in Europa. In essa fu particolarmente importante l’azione della S. Sede, attraverso il card. Casaroli, per inserire la libertà di pensiero, coscienza e religione nell’Atto finale di Helsinki.

La mattinata si è conclusa con l’intervento di Tiziano Torresi, su “Pax Romana: intellettuali cattolici e cultura della pace tra le due guerre”. Pax Romana fu il nome dato all’unione internazionale degli universitari cattolici fondata nel luglio 1921 a Friburgo sotto l’impulso della Société des étudiants suisses. La pace che gli studenti avrebbero contribuito a realizzare non poteva che essere romana, ossia avendo come garante il Vescovo di Roma. Sede di questa associazione fu scelta Ginevra e vennero coinvolti giovani di venti paesi. Tuttavia il rapido precipitare degli eventi costrinse l’associazione a dirottare il proprio impegno più nel versante della formazione. L’opera di Montini, assistente della Fuci, fu in questo senso determinante. Non si trattava di una fuga dal mondo, ma impegno concreto anche nelle circostanze più difficili. Come scriveva Montini, “la legge di Dio non è fatta per disimpegnarci dalla solidale responsabilità con i mali e i bisogni del nostro tempo; e la ricerca del mondo soprannaturale non ci dispensa, ma ci comanda di rintracciare nelle necessità dei nostri fratelli più vicini e più sofferenti la faccia afflitta di Cristo”.

La sessione pomeridiana, presieduta dal prof. Xenio Toscani, è stata introdotta dalla relazione di Jean-Dominique Durand, letta dall’allievo Aurélien Zaragori su “Paolo VI di fronte al terrorismo”. L’autore ha invitato a volgere lo sguardo non solo alla realtà italiana degli anni Settanta, soprattutto alla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, ma anche all’azione di Paolo VI a livello internazionale a contrasto della violenza che toccava vari paesi, dall’America Latina all’Asia, dal Canada al Medio Oriente. Gli anni più difficili furono il 1977-78, in cui gli episodi di violenza politica aumentarono. Nel dicembre del 1977 in un discorso al Sacro Collegio, Paolo VI affermava: “Un’esigua minoranza che agisce nell’ombra abusando del dono della libertà, acquistato a caro prezzo, non può impunemente attentare all’ordine, al progresso, alla convivenza civile, alla sanità morale di tutta una maggioranza ormai stanca di tanto ardire, ma impaurita nelle sue elementari esigenze di lavoro costruttivo, e forse – ma sarebbe tristissima cosa – rassegnata ormai al peggio”. Dopo il rapimento di Moro, egli scrisse come è noto una pubblica lettera alle Brigate Rosse in cui affermava: “a voi, ignoti e implacabili avversari di questo uomo degno e innocente, vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità”.

Rainer Florie ha poi trattato il tema “Paolo VI e le guerre in Vietnam e in Palestina”. Il relatore ha mostrato la continua e paziente opera di Paolo VI, attraverso la strada della diplomazia e del dialogo. Egli ricevette in Vaticano i rappresentanti delle nazioni in guerra, i membri delle delegazioni per le trattative di pace a Parigi, offrendosi come mediatore. Nel 1968, quando si avvicinava l’avvio di trattative per l’armistizio, egli propose il palazzo del Laterano o il Vaticano come luogo di incontro. Paolo VI si atteneva in tutte le prese di posizione e negli appelli al dovere di una rigorosa neutralità, secondo la chiara linea tradizionale risalente a Benedetto XV nella prima guerra mondiale. Più complessa fu l’azione svolta circa la situazione in Palestina e nel Medio Oriente. Se in Vietnam emergeva sullo sfondo il rapporto tra cattolicesimo e comunismo, in Israele si poneva in misura ancora maggiore la questione circa la chiesa e l’ebraismo. La visita di Paolo VI in Terra Santa nel 1964, il primo viaggio all’estero di un Papa da 150 anni, rappresentò dal punto di vista diplomatico un passaggio importante. Sotto il titolo del “pellegrinaggio apolitico” riuscì al papa di rendere possibile un avvicinamento. Egli propose Gerusalemme come “città internazionale e aperta. Con il tempo Paolo VI avrebbe riproposto l’idea di uno statuto speciale per i Luoghi santi di tutte le religioni. In questo modo la sollecitudine del Papa si manifestava non solo per i luoghi storici, ma per le comunità che vivevano in quei luoghi e per i loro diritti.

Ha concluso la giornata l’intervento di Maria del Camino Cañón Loyes su “Difendere la vita come contributo alla pace”. La relatrice ha esordito ricordando una frase del messaggio di Paolo VI per la Giornata Mondiale della Pace dell’anno 1977: “Pace e Vita: sono beni supremi nell’ordine civile; e sono beni correlativi”. In quest’ottica il papa affermava l’importanza di: difendere la Vita, prendersi cura della Vita, promuovere la Vita. A partire da queste parole la relatrice ha tracciato quattro scenari che riguardano il mondo contemporaneo. Il primo è quello della povertà, ben presente a Paolo VI nel corso dei suoi viaggi apostolici e da lui denunciato fin dall’enciclica Populorum progressio. Il secondo è quello dei migranti e dei profughi; il terzo è quello della fragilità ed il quarto è la sfida di educare alla cura della vita. In questi quarant’anni trascorsi dal discorso di Paolo VI, ha concluso la relatrice, “lo Spirito del Signore ha suscitato in molte persone che seppero accogliere quella chiamata, hanno modificato la centralità del verbo difendere, così che è il verbo curare che ha preso il suo posto. La sensibilità morale ha sviluppato la portata di questo secondo verbo, curare la vita, così che oggi questa è l’azione che segna il passo di coloro con i quali, a partire da credenze, culture o popoli diversi, ci uniamo in favore della pace”.



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