TRENTO - "In Trentino esiste una rete di servizi per le persone senza dimora: dormitori, centri diurni, sportelli dedicati; una struttura che, almeno sulla carta, appare solida e articolata. Eppure, se si guarda da vicino in particolare alla condizione femminile, emerge una verità più scomoda: per le donne senza fissa dimora, la vulnerabilità non è un’eccezione, ma la regola. E 20 di queste donne, con l’arrivo della bella stagione, anche quest’anno, resteranno senza casa.
Il 29 aprile, infatti, le donne ospitate in Via Saluga hanno ricevuto un messaggio che le avvisava della chiusura definitiva del dormitorio e dell’obbligo di lasciarlo entro le 8 del mattino dopo, portando via tutte le proprie cose. Il giorno dopo le ospiti sono state effettivamente fatte uscire, senza alcuna prospettiva di alternative. In seguito a pressioni esercitate da varie associazioni del territorio, nel primo pomeriggio dello stesso giorno sono state temporaneamente ricollocate: alcune di nuovo in Via Saluga, ma solo per 7 giorni, altre presso l'ostello di Rovereto (con tutte le problematiche legate al trasferimento, stante che alcune non hanno nemmeno il denaro per i mezzi pubblici). Tra di loro ci sono donne richiedenti asilo, donne giovani e di una certa età, donne con problemi fisici o psichiatrici, donne vittime di tratta o violenza.
La proroga della permanenza presso il dormitorio di via Saluga fino all’ 8 maggio sposta soltanto il problema, rimandando tutto di pochi giorni senza individuare soluzioni strutturali.
I numeri raccontano già una parte del problema: i posti disponibili sul territorio per donne con situazioni di fragilità sono del tutto insufficienti e spesso hanno carattere solo temporaneo poichè legati all’emergenza invernale. Questo significa che, durante l’anno, alcune restano fuori e appena arriva il caldo è ancora peggio. Ma il punto non è solo quantitativo.
È qualitativo.
Per una donna, vivere in strada non significa soltanto povertà estrema. Significa esposizione quotidiana al rischio di violenza, sfruttamento, abuso. Molte evitano i dormitori, perchè non li percepiscono come luoghi sicuri. Altre accettano soluzioni precarie pur di avere una parvenza di protezione. In entrambi i casi, il sistema fatica a intercettarle e ad accoglierle.
Chi lavora sul campo lo ripete da tempo: i servizi sono ancora troppo pensati per rispondere all’urgenza, non per costruire un’uscita reale dalla marginalità. Offrono, per altro in numero insufficiente, un letto, un pasto, una doccia. Ma raramente garantiscono continuità, accompagnamento psicologico, percorsi di autonomia. Senza questi elementi, la vita in strada non è una fase: rischia di diventare una condizione stabile.
Il nodo più grande resta quello abitativo. Senza accesso a soluzioni diversificate e sostenibili, ogni intervento rischia di essere tampone. Il dormitorio diventa un circuito chiuso: si entra per bisogno, si resta per mancanza di alternative.
Eppure, modelli diversi esistono, qualche esperienza c’è anche in Trentino. Il principio dell’“Housing First” – prima la casa, poi tutto il resto – ha dimostrato che offrire subito un alloggio stabile riduce drasticamente la vulnerabilità per le donne. Allo stesso modo, strutture esclusivamente femminili, servizi aperti 24 ore su 24 ed équipe multidisciplinari permettono una presa in carico più efficace e sicura.
Trento non parte da zero. La rete c’è, il volontariato è attivo, le istituzioni hanno avviato interventi e non mancano certo le risorse. Ma il salto necessario è un altro: passare da una logica di gestione dell’emergenza a una di soluzione strutturale.
Perché finché una donna è costretta a scegliere tra la strada e un luogo che non percepisce come sicuro, non si può parlare di sistema di protezione. Solo di sopravvivenza".