COMO - "Come è ormai tradizione, anche quest’anno, alla vigilia della festa del Patrono, ci raduniamo insieme qui per pregare e per riflettere. A questo appuntamento partecipano non solo fedeli della nostra città e Diocesi, ma, accogliendo un gradito invito, ci fanno dono della loro presenza anche molte autorità civili e militari. Questa diventa, allora, anche l’occasione per pregare per chi nella società civile è investito di importanti responsabilità. San Paolo nella prima lettera a Timoteo raccomanda alla comunità cristiana di pregare “per tutti quelli che stanno al potere”. È questo un segno di affidamento e di umiltà perché, come ci ricorda ancora l’Apostolo, “uno solo è Dio” (cfr. 2Tm 2,1-5).
La nostra preghiera diventa anche momento di riflessione condivisa, a partire dalla constatazione che abitare insieme uno stesso luogo ci rende tra noi comunità di vita. Questa sera vorrei proporvi ancora qualche pensiero che nasce, in me, dall’ascolto della realtà, come è situata nel qui ed ora del nostro tempo. Sono pensieri che nascono anche da uno schietto dialogo con alcune persone e gruppi, in vario modo qualificati e desiderosi anch’essi di proporre letture e soluzioni per una Comunità più umana e fraterna.
La Comunità cristiana vive nel mondo, è in esso immersa. È inserita nella Città dell’uomo e non da essa separata. Ne condivide “gioie e speranze, tristezze e angosce” e, come ci ricorda sempre il Concilio, “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel cuore” dei discepoli di Gesù (cfr. Gaudium et Spes, 1). Questa intima solidarietà con la storia e con tutto il genere umano ce ne fa avvertire i bisogni e le urgenze, prima fra tutte l’urgenza della pace. I credenti non vogliono peccare di indifferenza: di fronte alle ingiustizie non si lavano le mani, dicendo “tocca ad altri”, sulle loro labbra non c’è spazio per l’espressione “non mi importa”.
È a partire da questa urgenza che la Chiesa, oggi, ancora si propone come Madre e Maestra di umanità, non con la presunzione di chi sa tutto, ma con la forza di un messaggio – quello del Vangelo – che avverte di dover portare a tutti. A imitazione del suo Maestro, la Chiesa non è venuta per essere servita, ma per servire (cfr Mc 10,45) e per questo propone a tutti l’insegnamento di Gesù, seguendo il quale noi crediamo che ogni uomo diventi più uomo (cfr. Gaudium et Spes, 41). Di questo messaggio è Lei anzitutto debitrice, avendolo ricevuto come dono. Lei stessa, senza autosufficienza, né superbia, lo reimpara ogni giorno in religioso ascolto. Questa consapevolezza ci mette in atteggiamento umile e fecondo. È una formazione continua, che passa attraverso le vicende della storia, rilette alla luce della Parola di Dio. È una sapienza che matura in chi è umile e lascia risuonare nel cuore gli stimoli che giungono dalle esperienze che si vivono.
1. Il Sinodo come esperienza ecclesiale
È proprio a partire da un’esperienza vissuta che vorrei proporre il messaggio di quest’oggi. Da alcuni anni la Chiesa intera è impegnata nell’esperienza del Sinodo: tanto la Chiesa universale, quanto quella italiana, e pure la nostra Diocesi di Como, lo hanno celebrato o lo stanno celebrando. Vivendolo, abbiamo avvertito che, per quanto si esprimesse in alcuni momenti specifici, il Sinodo non è un’iniziativa occasionale della Chiesa, quanto piuttosto una sua dimensione costitutiva e permanente. Da qui vorrei proporre qualche spunto per la nostra riflessione e così, auspicabilmente, anche favorire un dialogo. La presenza gradita del cardinale Mario Grech, segretario del Sinodo dei Vescovi, mi ha stimolato nel chiedermi cosa questa esperienza ecclesiale possa offrire all’intera società.
Sinodo significa “camminare insieme” e in questi anni la nostra Chiesa locale ne ha fatto esperienza. A partire dal 2017, e per diversi anni, siamo stati impegnati in un lavoro di consultazione, ascolto e confronto. Si sono elaborate proposte, le si è messe in discussione e le si è votate in assemblea. Frutto di questo processo è il libro sinodale “Testimoni di Misericordia”, nel quale ho cercato di sintetizzare l’esperienza vissuta, raccogliere le intuizioni maturate e proporre alcune scelte. Si tratta di uno strumento che, prima ancora che normativo, vuole essere formativo e che, attraverso la visita pastorale nei vicariati, abbiamo riproposto nelle sue linee fondamentali. È stata un’esperienza fruttuosa, non senza limiti e fatiche, per rendere la nostra Chiesa più partecipativa e missionaria, cioè più capace di camminare con ogni uomo e ogni donna, irradiando a tutti la luce di Cristo.
Parallelamente a questa esperienza locale, e in sorprendente sintonia, anche l’intera Chiesa universale ha celebrato il Sinodo. Molta gratitudine dobbiamo a papa Francesco che, con intuizione e coraggio profetico, ha scompigliato molte nostre lentezze, incoraggiandoci ad assecondare il soffio dello Spirito. Anche il Sinodo universale ha elaborato un Documento finale che esorta la Chiesa nelle direzioni di una più coraggiosa comunione, partecipazione e missione.
Papa Francesco, soprattutto attraverso i suoi segni, ci ha insegnato che i documenti e gli scritti sono strumenti utili, ma ciò che più conta sono i passi concreti del cammino, i segni e le opere. Oggi papa Leone, in perfetta continuità, ci stimola a proseguire sulla strada aperta dal Sinodo. Fin dalle sue prime parole ci ha detto che “dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, che costruisce ponti, dialogo, sempre aperta ad accogliere” (Prima benedizione Urbi et Orbi, 8 maggio 2025). Papa Leone ci incoraggia quindi a proseguire in questo stile, i cui elementi caratterizzanti possono essere sintetizzati intorno ad alcune linee.
- Comune dignità di tutti i battezzati. Anzitutto, prima di qualsiasi differenziazione e gerarchia, nella Chiesa occorre affermare la comune dignità di ogni persona. Siamo tutti figli e figlie di Dio e non c’è nella Chiesa titolo più importante di questo. Non ci sono stranieri, ospiti, ma tutti siamo “concittadini dei santi e famigliari di Dio” (Ef 2,19).
- Partecipazione e corresponsabilità. In forza di questa uguaglianza, nella Chiesa tutti sono titolati a partecipare e ad essere corresponsabili dell’unica missione. Tutti hanno diritto a prendere parola e a collaborare al discernimento utile per giungere alle decisioni. Non è la ricerca di posizioni di potere, ma più profondamente la consapevolezza che lo Spirito parla attraverso tutti, senza essere prerogativa esclusiva di nessuno. Nessuna voce deve essere zittita, anzi spesso proprio le voci più deboli – quelle dei piccoli e dei poveri – sono quelle che maggiormente esprimono le intuizioni dello Spirito.
- Pluralità di carismi e ministeri. Uguaglianza non significa che tutti siamo indistinti. Nella Chiesa, come nella società, si esprimono diversità di idee e di carismi che arricchiscono l’insieme. La pluralità di voci, infatti, accresce il dialogo: le diverse sensibilità – maschili e femminili, culturali o di esperienze di vita – sono una ricchezza per la Chiesa. Dentro questa varietà si esprimono anche i diversi ruoli, che non discriminano nella comune dignità, ma differenziano le forme di servizio. Tra questi ruoli vi è, delicatissimo, anche quello dell’autorità, che del cammino di tutti si mette al servizio, anche assumendosi la responsabilità delle decisioni. Per coloro che ne sono investiti, giungono sempre forti le parole di Gesù: “coloro che sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così, ma chi vuole diventare grande si faccia servitore” (Mc 10,42-43).
Questi elementi contraddistinguono la Chiesa sinodale. Non sono le mode di un momento, né un adattamento allo spirito dei tempi, anzi sono le caratteristiche permanenti di una Chiesa che voglia esprimersi per ciò che è chiamata ad essere: un segno e uno strumento di comunione (cfr. Lumen Gentium, 1). Già il Concilio esortava la Chiesa, Popolo di Dio in cammino, a una riforma in tal senso. Con parole rimaste nella mente di tutti, anche san Giovanni Paolo II, alle porte del nuovo millennio, indicava la stessa direzione: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti (…), se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere alle attese profonde del mondo” (Novo millennio ineunte, 43).
2. Il Sinodo come profezia sociale
Lo stile sinodale può rendere la Chiesa una voce profetica. In un mondo che sembra esploso a pezzi, la testimonianza della comunione è reclamata da molti con urgenza. Viviamo un tempo cattivo, segnato da gravi divisioni, crescenti diseguaglianze e dal pericoloso crescere della violenza. È nota la frase di sant’Ambrogio che a coloro che dicevano “i tempi sono cattivi”, rispondeva: “vivete bene e cambierete i tempi!”. Ecco: in questo contesto la sinodalità può indicare a tutti uno stile per camminare nella pace.
Ecco ciò che davvero i popoli di tutto il mondo desiderano: la pace!
Dal Documento finale del Sinodo universale prendo alcune frasi che bene descrivono la situazione attuale: “Viviamo in un’epoca segnata da disuguaglianze sempre più marcate, da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto per il funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, dal predominio del modello di mercato senza riguardo per la vulnerabilità delle persone e della creazione, e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo”. Questo elenco sembra offrirci una diagnosi impietosa, ma dobbiamo seriamente interrogarci, leggere i segni dei tempi, non girarci dall’altra parte. Guardare con verità alla situazione non ci autorizza alla sfiducia, ma ci incoraggia all’impegno. Leggo ancora: “Pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune” (Documento finale, 47).
Siamo qui oggi e mi chiedo: molte delle situazioni denunciate in queste parole non sono forse anche tra noi, nella nostra comunità locale, non segnano il nostro tempo e le dinamiche culturali e sociali in cui siamo immersi? Non si tratta di lanciare accuse a nessuno, ma di esaminarci tutti. Sono possibili pratiche diverse, gesti e parole nuove. Sfidiamo il crescente isolamento ed esclusione di molte persone con un’accoglienza migliore, opponiamoci all’individualismo culturale proponendo spazi e tempi di maggiore condivisione. Sentiamoci tutti richiamati alla cura reciproca, all’interdipendenza e alla corresponsabilità per il bene comune (cfr. Documento Finale, 48). Fondamentale è rifarsi al principio di speranza, fondato sull’unità e la stima, la fiducia e la responsabilità, sull’intelligenza e il buon senso.
3. Per una Città sinodale
Un’ultima riflessione vorrei farla provando a calare in modo ancora più concreto queste intuizioni nella realtà sociale. Non si tratta di entrare in dinamiche che non sono di competenza della Chiesa, ma di esercitare quell’amore politico che è per tutti un dovere. Un contributo di pensiero e di azione per il bene comune, che qualcuno chiama carità intellettuale. La comunità cristiana e i suoi membri sono infatti chiamati a partecipare anche con il loro pensiero “al cuore della democrazia”, come ci ha incoraggiato l’esperienza delle Settimane Sociali a Trieste dello scorso anno. La Chiesa, che pure non è una democrazia, perché vive di dinamiche diverse e proprie, ha però a cuore la democrazia e se ne prende cura promuovendo quei valori che ne stanno a fondamento.
La democrazia esprime, infatti, a livello civile, un desiderio di camminare insieme come popolo, un modo di vivere basato sulla responsabilità sia individuale sia comunitaria. È, quindi, una forma sinodale di organizzazione sociale, impegnativa ed esigente per tutti. Richiede, infatti, che ogni persona si senta, in quanto cittadina, appartenente a una comunità e per questo corresponsabile della sua edificazione. La democrazia rappresenta anche un’esigenza di giustizia, non tanto perché tutti possiedono una parte di potere, ma piuttosto perché ognuno è chiamato ad abbandonare una visione individualista e a ragionare in termini di comunità.
La democrazia vive di atteggiamenti e regole, formali e sostanziali, poste a tutela del bene di tutti e che sottraggono ogni potere al rischio dell’abuso. In ogni società è inevitabile il contrapporsi di visioni, idee e interesse di parte. Il meccanismo democratico non evita questo conflitto, ma lo gestisce in forme di confronto e di dialogo rispettoso e civile. Ecco perché, come recita anche la nostra Costituzione, la democrazia ripudia la guerra (art. 11). Non è la guerra, infatti, lo strumento per risolvere le controversie, perché da essa tutti escono sconfitti. Le guerre non sono solo quelle vergognose di invasione e di attacco ai popoli, ma esse covano anche tutte le volte che tra noi rinunciamo al dialogo e all’ascolto. Anche nelle dinamiche di una città e di un territorio dobbiamo avvertire il bisogno di costruire la pace, attraverso relazioni sincere, buone e rispettose con tutti, anche con chi la pensa in modo opposto a noi. A chi fa questo giunge ancora la beatitudine di Gesù: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9).
In conclusione, vorrei delineare alcuni appelli per una città più sinodale, ovvero per una città che cammini insieme.
Il primo appello è ai cittadini e a tutte le persone che condividono la vita nel nostro territorio. Tutti siamo uguali nella stessa dignità (essa è dovuta all’essere umano per il semplice fatto che egli è umano come afferma Paul Ricoeur), e nella stessa responsabilità, che pure si esprime in forme diverse. Ad accomunarci sono i diritti, che fioriscono dal valore inalienabile di ogni persona, ma anche i doveri, che esprimono la nostra disponibilità al bene. Non a caso, la Costituzione, insieme ai diritti, richiede a tutti anche l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. Diceva san Giovanni Bosco che occorre essere, allo stesso tempo, “buoni cristiani e onesti cittadini”. Tra i doveri vi è quello del rispetto delle regole, ma anche il dovere di informarsi e interessarsi, di partecipare e collaborare al bene comune. È motivo di gravissima preoccupazione la crescente indifferenza e la sfiducia, che si esprime anche nella scarsa partecipazione al voto. È questa, anzitutto. la prima forma, seppure non l’unica, per partecipare alla democrazia. Non si possono avanzare critiche, rivendicare pretese, né reclamare diritti, se non si è disponibili allo stesso tempo all’impegno dei doveri e alla partecipazione. Penso con gratitudine e stima a tante realtà, associazioni e aggregazioni spontanee che arricchiscono il nostro tessuto sociale. Nel campo culturale, caritativo, storico e ambientale molte persone donano con generosità il proprio tempo, creando spazi di impegno condiviso. Occorre promuovere e favorire tali attività, farle conoscere e metterle in rete perché sono promotrici di valore.
Un secondo appello mi permetto di rivolgerlo a chi ha l’onore e l’onere di avere ruoli di responsabilità. Per me anzitutto e per tutte le autorità presenti sono risuonate forti le raccomandazioni che raccogliamo dalle parole di san Pietro nella lettura della preghiera: “curate chi vi è affidato, fatelo volentieri, non per interesse personale, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli. Rivestitevi tutti di umiltà” (cfr. 1Pt 5,1-5). L’umiltà è una virtù preziosa per chi svolge il servizio dell’autorità e ciò si esprime concretamente nella disponibilità al confronto e all’ascolto, anche delle critiche. Queste possono diventare uno stimolo salutare, aiutano a mettersi in discussione e appartengono alla dinamica democratica, le cui assemblee sono i luoghi deputati a questo dialogo che, pur acceso, sempre deve essere rispettoso. Allo stesso tempo, anche fuori dal palazzo, è bene che chi amministra cerchi occasioni di incontro, nell’ascolto delle esigenze di tutti i cittadini, per meglio compiere quel ruolo di sintesi e di decisione che è al servizio della comunione. Come nella vita, così anche nell’impegno sociale, i veri amici non sono tanto gli yes men, ma quelli che con franchezza e sincerità ci propongono anche sguardi complementari e prospettive differenti. È sintomo di grande sapienza non far prevalere sempre se stessi e assolutizzare la propria singola visione.
Ogni città e territorio ha una propria tradizione vivente, che continuamente si arricchisce anche grazie a nuovi apporti. È compito di tutti promuovere i valori migliori che questa tradizione esprime, definire su quali principi occorre fondare la convivenza sociale, se su quelli di efficienza e di utilità, o anche su quelli di solidarietà e giustizia. Si tratta in qualche modo anche qui di mettersi in ascolto di uno spirito vivente che è l’anima della nostra gente e parla attraverso i più semplici e molto spesso attraverso i più giovani. Non è una tradizione immobile, piuttosto si accresce della diversità di voci, di presenze e di colori. La pace ha oggi il nome della convivialità delle differenze, per cui etnie, culture e anche religioni diverse possono conoscersi, stimarsi e, a vicenda, fecondarsi. È, insomma, un gioco di squadra, per il quale tutti dobbiamo sempre più allenarci.
In questi anni Como ha gioito per i successi nello sport, e in particolare nel calcio, con la sua squadra. C’è grande entusiasmo e tifo intorno ad essa. Che bello se lo stesso tifo e lo stesso entusiasmo lo vedessimo anche per quel gioco di squadra che è il nostro essere comunità di vita, dove i ruoli di tutti sono rispettati e valorizzati, nessuno è escluso e si vince insieme, mai l’uno contro l’altro.
La città sinodale si costruisce giorno dopo giorno, grazie al contributo di chi ascolta, dialoga, si mette in gioco e si prende cura del tessuto comunitario. In questo “camminare insieme”, tutti e tutte possono ritrovare il senso profondo dell’essere parte di una Comunità, scoprendo che la responsabilità e la partecipazione non sono solo doveri, ma anche occasione di crescita, di incontro e di speranza per il futuro", cardinale Oscar Cantoni.