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Vermiglio e Mitterndorf, un secolo dopo ricordata la deportazione. Il racconto del viaggio e la cerimonia sui luoghi della tragedia. Foto

lunedì, 5 ottobre 2015

Vermiglio -  Un viaggio speciale per i trentini che hanno raggiunto Mitterndorf an der Fischa, la cittadina vicino a Vienna, dove morirono 1.923 trentini deportati durante la Prima Guerra Mondiale.

 

Da Vermiglio, uno dei paesi più colpiti dalla deportazione a Mitterndorf, sono partiti in 173 con tre pullman, poi delegazioni da altre parti della val di Sole e del Trentino, con in testa il presidente del Consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti, quindi il sindaco di Vermiglio, Anna Panizza, l’assessore provinciale Carlo Daldoss, il senatore Franco Panizza e l’ambasciatore italiano a Vienna, Giorgio Marrapodi.

Il presidente Dorigatti ha ricordato gli sfollati della Grande Guerra: “Noi non siamo qui per onorare la memoria di pochi, ma per ricordare il sacrificio di molti”, mentre il sindaco di Vermiglio, Anna Panizza,  ha ripercorso la storia di una paese – quello ai piedi della Presanella – devastato dalla deportazione e della successiva distruzione. “Quel ricordo è ancora vivo – sostiene il sindaco di Vermiglio – e lo dimostra la partecipazione al viaggio a Mitterndorf. Presenti anche don Enrico Pret, che in agosto con un gruppo di ragazzi aveva compiuto un primo viaggio, e don Fortunato Turrini. I  vermigliani hanno compiuto diverse tappe: Vienna, la Chiesa di Loretto, quindi Mitterndorf e il trasferimento a Katzenau, dove vennero internati gli irredentisti

LA CERIMONIA UFFICIALE

La cerimonia ufficiale, che ha visto la presenze delle autorità, è stata allietata dal coro Presanella e corpo bandistico di Ossana-Vermiglio, che sabato sera nella sala della Cultura di Mitterndorf an der Fischa hanno tenuto un concerto che è stato a lungo applaudito. Il presidente del Consiglio provinciale, Bruno Dorigatti, ha ricordato – nel centenario dall’entrata in guerra dell’Italia contro l’Impero asburgico – i profughi trentini sfollati dalle loro case e raccolti nei Barackenlager allestiti in questa vastissima pianura. Durante la Prima Guerra Mondiale vennero deportati a Mitterndorf 1931 trentini, di cui 875 bambini, la maggior parte dalla Val di Sole e Vermiglio si svuotò. Più del 50 per cento dei deportati morì per tubercolosi, polmonite, tifo e chi fece ritorno dopo la guerra a Vermiglio trovò la distruzione totale. A Mitterndorf  morirono 1.923 e in quella pianura furono sepolti.

Da ieri un prato verde ospita il monumento alla memoria dei circa 200 vermigliani morti e degli altri deportati morti un secolo fa. I pullman di trentini, in particolare da Vermiglio, hanno fatto tappa sui luoghi di quel dramma vissuto da centinaia di persone.

Dopo l’intervento del presidente Dorigatti  che ha ribadito “Senza l’Europa non c’è domani,e il compito nostro di europei è salvaguardare il nostro sentimento di umanità attraverso la solidarietà con chi ancora oggi fugge e cerca sicurezza e vita” , ha parlato l’ambasciatore italiano a Vienna, Giorgio Marrapodi, che si è espressamente riallacciato alle parole di Dorigatti e a sua volta ha difeso l’idea di Europa, ricordandone “effetti positivi come la caduta delle frontiere e i soggiorni Erasmus di migliaia di nostri giovani”, quindi il sindaco di Vermiglio Anna Panizza.

IL DISCORSO DI DORIGATTI

“Signor Sindaco, Signor Ambasciatore d’Italia, cari Amici della Croce Nera e dell’Associazione Nazionale Alpini, Autorità, gentili Ospiti di Mittendorf.

Anzitutto, grazie! Grazie di cuore per aver voluto ricordare con noi una pagina difficile e triste della nostra storia di popolo.

Grazie di cuore perché commemorare insieme è sempre uno straordinario atto di pietà e di generosità, ma è anche un’importante prova di amicizia e di affetto.

Sono quindi molto lieto di poter porgere, a tutti Voi, un sentimento di sincera riconoscenza e di simpatia, da parte dell’intero Trentino e del Consiglio della Provincia autonoma di Trento, che ho l’alto onore di presiedere.

A un secolo di distanza da quell’immenso dramma che fu la prima guerra mondiale, ci ritroviamo oggi in un luogo simbolico, perché carico di memorie e di dolore. Ma non siamo qui solo per rendere un mesto omaggio a Coloro che riposano nella terra.

Noi siamo qui per affermare, con la nostra presenza, il superamento di ogni ragione che divise l’Europa d’allora e per dare senso al valore di essere tutti cittadini della medesima idea, cioè quella dell’Unione europea.

Senza unità di intenti e volontà di dialogo non c’è Europa. Senza Europa però non c’è domani, perché non c’è la forza sufficiente per affrontare le grandi e rapide trasformazioni quotidiane che segnano quest’ epoca.

Prima del grande conflitto mondiale, ci sono voluti oltre cinquant’anni per disegnare un nuovo profilo del vecchio continente, dopo i grandi rivolgimenti della prima metà dell’Ottocento.

Sono bastati poi cinque giorni per distruggere quel progetto d’Europa che stava, faticosamente, formandosi. Il crollo dell’antico ordine europeo mandò in frantumi popoli, storie, culture e tradizioni.

Nessuna prospettiva di futuro era però pronta, ma solo un passato che venne riproposto, magari riverniciato, ma non cambiato. Quella scelta segnò la storia e vent’anni dopo, l’Europa e la sua civiltà ritornarono ad essere solo una pira di macerie e di vite umane.

Credo che, davanti all’orrore della guerra, della deportazione di migliaia di civili e del massacro della migliore gioventù, non esistano, in nessun vocabolario, parole sufficienti a raccontare l’enormità delle sofferenze patite; delle perdite di affetti e di cuori; dei traumi che hanno segnato l’esistenza dei nostri avi, indipendentemente dalla divisa vestita, dalla bandiera difesa o dal luogo di provenienza.

Quella tragedia silenziosa dice, attraverso gli anni e più di ogni altra voce, dell’inutilità della guerra e delle politiche dei nazionalismi egemoni. Quella tragedia senza confini parla con il silenzio dei milioni di morti invano; un silenzio che chiede solo di essere ascoltato.

Mentre infatti noi ricordiamo qui, come altrove, il destino feroce che travolse i nostri padri, la storia prova a ripetersi, inesorabile e costante. Altre guerre, altre deportazioni, altre paure innocenti bussano alle porte dell’Europa, chiedendo attenzione e riconoscimento per un’umanità dolente e dispersa.

Guardo questa terra, dove tanti trentini hanno trovato, loro malgrado, l’ultima dimora. Penso agli ordinati cimiteri che, sulle nostre montagne, custodiscono l’eternità di ragazzi austriaci, boemi, cèchi.

Sento quel grandioso silenzio e provo a percorrere, con la mente, i lunghi chilometri dei fronti, zuppi ancora del sangue dell’Europa intera, chiedendomi quando verrà il tempo di imparare.

Mi chiedo quando l’uomo potrà prevalere, finalmente, sugli interessi freddi delle economie e dei mercati.

Mi chiedo, soprattutto, se, davanti alla catastrofe del presente, la lezione della storia di quel tempo, lontano solo cent’anni, può aiutarci ad essere migliori.

Noi non siamo qui per onorare la memoria di pochi, ma per ricordare il sacrificio di molti.
Fu un sacrificio privo di colori e di frontiere. Fu il sacrificio di tutti, perché, alla fine, tutti perdono le guerre: anche chi le vince.

Gli sconfitti infatti abitano ovunque dove c’è povera gente: i nostri padri e nonni di allora e i profughi affamati e disperati di queste lunghe ore dell’Europa che cambia.

Di fronte a tutto questo, il nostro compito primo è quello di ritrovare la nostra umanità, esattamente come stiamo facendo adesso qui. Solo così, cioè riscoprendo il significato profondo della vera solidarietà, potremo costruire un futuro diverso ed una vera accoglienza.

Solo così potremo dire di aver imparato la lezione del ricordo, onorando, in tal modo, la memoria di tutti”.


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