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Coronavirus, Ricolfi: “Il lockdown non ha fermato il contagio, la Germania uscirà prima perché non punta tutto sulla chiusura”

domenica, 12 aprile 2020

Milano – Dopo un mese di lockdown, settimane (passate e prossime) di enormi sacrifici e un futuro buio, gli italiani si interrogano sull’effettiva efficacia delle misure adottate dalle istituzioni per contrastare l’epidemia. La preoccupazione per possibili rivolte per i risvolti di questa situazione ha già spinto il ministro Lamorgese a scrivere ai prefetti per prevenire il fenomeno, invitando alla massima attenzione.

Senza aver messo in atto un paracadute alla devastante crisi socio-economica che si sta abbattendo sull’Italia, è stato deciso di chiudere in casa gli italiani senza aver adottato parallelamente concreti progetti per uscire dall’emergenza, scatenando inconsciamente anche un tutti contro tutti tra i cittadini giustizialisti alla caccia del capro espiatorio (turisti e runner su tutti).

L’unico appello che con certezza politici e scienziati fanno in coro è quello di stare a casa, dando la totale sensazione di brancolare nel buio, con poche ma valide eccezioni (vedasi modello Veneto, unico al momento che sembra funzionare e che infatti sta improntando realmente una ripartenza).

LA CONFERMA DI RICOLFI A ‘IL GIORNALE’

A confermare i crescenti dubbi nell’opinione pubblica sulla gestione in atto della pandemia sul territorio italiano è il professor Luca Ricolfi con dichiarazioni decise quanto inquietanti in un’intervista rilasciata a Il Giornale.

Si parte dai numeri, con morti che sono molto di più rispetto a quanto comunicato ufficialmente. “Tutti gli indizi convergono nel farci ritenere che il numero di morti potrebbe essere il triplo dei morti rilevati dalla Protezione Civile, e che la mortalità al Sud potrebbe essere anche 10 volte quella ufficiale. Non credo che le autorità sottostimino la diffusione, semplicemente non vogliono che anche noi sappiamo quel che loro sanno perfettamente“.

Poi sulla gestione dell’emergenza e sulla reale utilità del lockdown: serve la segregazione in casa? “Sì e no. Sì, perché, dopo il duplice lockdown del 5 e del 9 marzo (chiusura scuole + chiusura totale), il numero giornaliero di nuovi contagiati ha quasi immediatamente smesso di crescere, (almeno secondo la ricostruzione della Fondazione Hume, basata sulla dinamica recente delle morti e delle ospedalizzazioni). Ma attenzione: meno nuovi contagi quotidiani non significa che si è fermato il contagio, ma solo che il numero di nuovi infetti cresce a un ritmo via via più lento. Giusto per darle un’idea: se fino all’annuncio della chiusura delle scuole avevamo 100 mila nuovi contagiati al giorno, dopo 10 giorni di arresti domiciliari (ultima settimana di marzo) si può stimare che i nuovi contagiati fossero scesi a solo 60 mila al giorno. Il governo fa bene a mantenere il lockdown perché un mese non può bastare, e finché non si arriva vicini a contagi-zero è estremamente imprudente riaprire. Al tempo stesso, però, non si può non rilevare che la curva di discesa è estremamente lenta, e questo è precisa responsabilità del governo, che non solo si è preso l’enorme responsabilità di ritardare di 2 settimane il lockdown totale (è dal 25 febbraio che c’erano gli elementi per capire che bisognava fermare tutto), ma non ha ancora fatto T-M-T, ossia le tre cose che avrebbero potuto abbreviare il percorso di uscita. T come tamponi di massa, M come mascherine per tutti, T come tracciamento dei casi positivi e dei loro contatti. I Paesi che hanno riportato vittorie significative nella lotta al virus (Cina, Corea del Sud, Singapore), hanno avuto successo perché hanno fatto queste cose. E in Europa tutto lascia pensare che il tributo di morti di ogni Paese dipenderà più da T-M-T che dalla durata del fermo delle attività produttive. La Germania è in vantaggio su molti altri paesi europei, e potrebbe alla fine uscirne meno peggio proprio perché non punta tutte le sue carte sul lockdown“.



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