TRENTO - Icona di fiorentinità come (o più) di Ponte Vecchio. Parte da qui, dalla simbiosi quasi assoluta tra uno tra i più grandi numeri 10 di sempre e Firenze, la chiacchiera tra Antognoni e l’autore di due dei suoi libri - “Una vita da 10” e “10 modi di dirti ti amo” - Luca Calamai al Festival dello Sport di Trento. “Firenze non mi ha mai messo in discussione” – ha raccontato dal palco – “anzi, mi ha sempre protetto. Mi sono sempre sentito amato dai tifosi, che anche quando giocavo male trovavano il mondo di complimentarsi e dirmi che ero stato bravo”. Dalla sua infanzia, al suo presente da allenatore della Nazionale Under-21, l’icona viola ha ricordato soprattutto la complessa forbice del biennio ‘81-’82, tra infortunio, scudetto perso, e soprattutto la vittoria dei Mondiali. /Foto @Martina Massetti - Archivio Ufficio Stampa PAT.

“La prima partita che ho visto è stata Bologna-Milan, a 13 anni. La passione mi era stata trasmessa da mio padre” – ha raccontato – “ma in quegli anni, per me il calcio significava per lo più un gioco fatto con mio fratello, con un pallone di stoffa e su campi occasionali. È col trasferimento a Perugia che si è davvero iniziato a parlare di calcio in maniera nuova e importante. Poi è arrivata la Fiorentina…”. 18 anni, pochissime partite in Primavera e poi subito l’esordio in Serie A, la maglia viola sarà per Antognoni una compagna per 15 stagioni consecutive tra il 1972 e il 1987. E soprattutto lo renderà un “pilastro” di Firenze.
E non solo.
“Tra l’81 e l’82 è successo di tutto” – ha continuato – “è stato un periodo tra i più difficili della mia carriera, ma anche – allo stesso modo – tra i più belli. Da un lato – quello negativo - c’è stato l’infortunio, l’operazione alla testa e lo stop di quattro mesi. C’è stata la ripresa, lenta, a combattere coi farmaci che mi rallentavano i riflessi e mi impedivano di giocare come volevo. Ma c’è stata anche quello scudetto perso per un punto contro la Juve, e una finale in cui – oggi me ne rendo conto – abbiamo giocato molto al di sotto delle nostre possibilità”. Però dall’altro lato – quello positivo – il 1982 è anche l’anno dei Mondiali, e della vittoria azzurra: “Eravamo partiti piuttosto male – ha ricordato – con le prime tre partite concluse con tre pareggi. Poi è successo qualcosa di magico: abbiamo battuto l’Argentina e questo ci ha galvanizzato, convincendoci che avremmo potuto battere addirittura anche il Brasile. Ed è successo! Grazie all’exploit di Paolo Rossi abbiamo davvero vinto i Mondiali”.
E concluso il percorso con la Fiorentina – anche se la Fiorentina in fondo non ha concluso quello con Antognoni – è proprio negli Azzurri che ancora oggi colui che detiene il record di presenze col numero 10 mantiene vivo il su rapporto col calcio: “Lavorare con la Nazionale Under-21 dà molta soddisfazione. È un ambiente giovane, che ti permette di dare consigli (a volte giusti), di essere presente per questi ragazzi. E io credo che tra loro ce ne ne siano anche di molto bravi – ha concluso – il problema è che non hanno spazio per giocare più di tanto. Nessuno, ormai, ha interesse a ricoprire un ruolo come il mio, ad essere il numero 10. Nessuno, ormai, dà più spazio ai giocatori “di fantasia””.