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Trento, consegnata al professor Andrea Zanotti l'Aquila di San Venceslao

Oggi il sindaco di Trento Franco Ianeselli ha consegnato al professor Andrea Zanotti l'Aquila di San Venceslao, antico sigillo della città. Di seguito gli interventi del sindaco, di Paolo Piccoli, di Simone Casalini e dello stesso professor Zanotti.

LAUDATIO – ANDREA ZANOTTI

Autorità, pubblico presente, sindaco, Andrea,
c’è un preciso riferimento che Claudio Magris assume per quelle situazioni che fanno da levatrici a viaggi intellettuali o progetti artistici o revisioni di miti e tradizioni che ci giungono dal flusso della Storia. Magris le definisce “esperienze della soglia”: sono quelle dimensioni spazio-temporali che dividono il mondo turbinoso dell’attualità, delle cose, dell’ordine da quello in cui è possibile stabilire altre traiettorie, avanzare nuove visioni, praticare immaginari che aprono una dialettica dove non c’è.
La soglia è etimologicamente “inizio” e “principio”. Punto d’ingresso verso una storia che verrà e che si dispone non tanto come superamento del passato, ma come vascello di collegamento per l’esplorazione di nuove mete concettuali. La soglia è il luogo della coabitazione e della distanza, della tradizione e della rivoluzione, della fissità e dell’inquieto divagare, è il luogo dove la storia si dirama. Non si arriva al “principio”, alla soglia senza essere errabondi. Senza compiere ogni volta un viaggio. “Il vero viaggio”, ci dice ancora Magris, “è quello senza meta, in cui si va in giro, nel mondo e nella testa, non per arrivare da qualche parte ma per vagabondare, come i cani nel film di Jacques Tati, Mon Oncle. È la verifica della nostra capacità o difficoltà di incontrare l’altro, la diversità, l’inatteso. Ma è anche la verifica, in una mescolanza di cambiamento e resistenza, mutamento e fedeltà, della nostra visione del mondo”.
La soglia, dunque, è forse il luogo dove incontrare il pensiero e l’azione di Andrea. Dove conciliare le sue molteplici avventure intellettuali, così eterogenee, così coerenti. Soprattutto nel loro desiderio di ridefinire i contesti, i simboli, le relazioni, i significati. Del resto, cosa c’entrano la cena benedettina e la radicale reinterpretazione della ricerca con la transizione dell’Itc in Fondazione Kessler? Che cosa disputano in comune il Concilio delle città del 1995 che si proponeva un’idea di Europa fuori dall’artificio nazionale con l’epica del coro operaio di montagna? Quale congiunzione stabilire tra la dimensione del giurista e quella della filantropia che guarda in molteplici direzioni (Fondazione Golinelli)? Come si coniugano i ruoli e i suoi poteri con la libertà radicale di dissentire, forse e in primo luogo anche da sé? Cosa accomuna l’alto e il basso, ammesso che questa metrica abbia senso?
Il pensiero della soglia è dunque, la definizione di uno spazio che non c’è e che è proteso sempre a ricercare l’umano, in ogni sua forma, e la relazione. In questo limine si dissolvono le apparenti contraddizioni, si sciolgono i dualismi (innovazione o tradizione? Non è questo il punto), si riformulano i linguaggi.
Sulla soglia Andrea ci ha condotto con il viaggio più estremo, tra la vita e la morte, con il testo “Coronavirus. L’assedio”. Ci ha approssimati all’aldilà, ma anche in questo caso per suggerirci che la relazione autentica, spogliata dei suoi interessi, è una dimensione di salvezza e di ripartenza.
La soglia, ancora, come spazio di convivenza e contaminazione. Quando evochiamo “colto” e “popolare” usiamo un’antinomia. E sappiamo che la vita in comune fatica a esprimere una relazione tra questi due campi che sono sociali, culturali, intellettuali. Andrea non li ha mai potuti pensare disgiunti. Nel timbro delle sue imprese non possono che accompagnarsi. Non esiste un’avventura intellettuale se non produce coscienza o se non crea riflessione e persino spaesamento. Se non genera interazioni e urti. Le cene benedettine che si sono susseguite sul Doss Trento non sono una rievocazione, non appartengono al folklore, ma si propongono come soglia in cui la tradizione diventa proposta di futuro e dove colto e popolare sono elementi costitutivi del percorso, e sono in un rapporto paritario. Lo stesso si può dire del Coro Sosat dove il concetto di identità immutabile si è decostruito sotto la sua presidenza in identità possibili e sperimentali – culturalmente e artisticamente - rivolte al presente e all’avvenire.
C’è un altro aspetto del pensiero di Andrea che non può essere omesso. Ed è il rapporto con la tecnica, con la tecnologia. Nel 2006, conversando intorno al Novecento, eravamo concentrati a comprendere come queste avessero ridefinito la frontiera della morte, rideterminando l’esperienza umana. Oggi, a distanza di vent’anni, quella tecnologia influenza il pensiero, i desideri, gli immaginari. È molto più pervasiva e non è neutrale. Ecco, anche questa è una soglia che Andrea ha considerato nevralgica perché si disputa il concetto di umano. Ed è qui che si apre una nuova sfida, con un altro linguaggio – quello dell’arte, della letteratura, della contraddizione –, forse il solo che può sfuggire alla programmazione algoritmica, che determina un’aporia nell’infinitezza del calcolo computazionale.
In conclusione, pur rifuggendo l’idea che una biografia possa essere catalogata e definita, mi è sembrato che quella di “intellettuale della soglia” possa essere un approdo instabile per definire il contributo di Andrea a questa città, al pensiero della città oltre la stessa città, alla riflessione sulla precarietà del nostro percorso, alla determinazione con cui ha costruito immaginari, cioè spazi, situazioni e concetti che non esistono nella realtà ma che possono essere inseguiti. L’immaginazione, essere qui e altrove, è allora forse la vera chiave di accesso alla soglia, ai tanti spazi immaginari dove si può definire la nostra vita insieme e che Andrea ci ha invitato e ci invita non solo ad osservare, ma a frequentare e curare.
Grazie
Simone Casalini

Laudatio per Andrea Zanotti
Signor Sindaco, Autorità, gentili ospiti,
ci sono donne e uomini che lasciano la propria città per affermarsi altrove, e città che li ricordano come figli partiti.
C’è chi, come Andrea Zanotti, ha portato Trento con sé in ogni luogo del mondo in cui il sapere lo ha chiamato — Bologna, Vienna, Berkeley — per poi tornare, idealmente e spesso concretamente, all'ombra delle sue montagne.
Nato a Trento il 2 aprile 1957, Andrea Zanotti non ha mai smesso di essere trentino: e l'Aquila di San Venceslao che oggi la Città gli consegna riconosce un'appartenenza mai interrotta.
La sua è anzitutto la figura di un giurista. Laureatosi molto giovane con lode e dignità di stampa, ordinario di diritto canonico nell'Alma Mater di Bologna, Zanotti ha dedicato la vita a una domanda antica e attualissima: come fanno gli uomini, diversi per fede, per lingua e per storia, a vivere insieme senza sopraffarsi? La sua risposta è quella di chi conosce il diritto non come gabbia, ma come grammatica della convivenza.
Le regole — ce lo ha mostrato comparando gli ordinamenti giuridici dei tre grandi monoteismi — sono ciò che permette a voci diverse di parlarsi senza distruggersi: sono i muri portanti entro cui una comunità può abitare libera e sicura.
Non è un caso che il suo nome compaia tra gli estensori della Magna Charta Universitatum, il patto che oltre seicento Rettori europei hanno sottoscritto nel 1988 a Bologna per fissare i principi irrinunciabili della cultura libera. Tanto più attuale oggi mentre assistiamo a tagli di fondi ed intimidazioni a chi, oltre oceano, non si allinea al potere.
Dove qualcuno vede soltanto cavilli, il giurista vede la cornice di garanzia che tiene insieme una società civile. Ed è una lezione tanto più attuale oggi: in un tempo in cui vediamo affacciarsi la tentazione di sostituire la forza (se non la prepotenza) al diritto — di piegare la “rule of law” alla ragione del più forte.
Andrea Zanotti però va oltre, applicando i suoi studi alla transizione in atto: ci ricorda che, senza quella cornice di regole, non vi è libertà, ma soltanto potere; che “senza tutela dei diritti dei singoli – per riprendere un concetto di Natalino Irti recentemente scomparso – vi è solo retorica diseducativa e illusione”.
Nel 2017 – sembrano passati decenni – da alle stampe “Quale futuro dopo la democrazia”, nel quale vede lucidamente lo strapotere della tecnocrazia e dei mercati e la necessità di riaffermare il limite, il senso di responsabilità e la mediazione politica come antidoto alle derive autoritarie o all’implosione del sistema.

Ma sarebbe ingeneroso fermarsi al giurista, perché Zanotti è un intellettuale, insieme scienziato e umanista — uno di quegli ingegni che si rifiutano di scegliere tra le due culture.
Ha studiato le manipolazioni genetiche confrontandosi con un premio Nobel come Renato Dulbecco e con il cardinale Joseph Ratzinger; ha guidato per anni la Fondazione Golinelli, casa della cultura bio-genetica e bioetica; ha portato il diritto canonico dentro l'età della tecnica, con un lavoro al quale persino la prima pagina del Corriere della Sera ha reso omaggio.
In lui la scienza non spegne la domanda di senso, e l'umanesimo non teme il laboratorio: i due saperi si tengono per mano, come dovrebbe accadere in ogni autentica civiltà.
E qui torna Trento. Perché tutta questa cultura e curiosità intellettuale Zanotti l'ha messa, con generosità, anche al servizio del suo territorio. È stato presidente dell'Istituto Trentino di Cultura e poi, dal 2007 al 2010, della Fondazione Bruno Kessler — l'istituzione che di quell'Istituto ha raccolto l'eredità e che oggi rappresenta uno dei vertici della ricerca italiana ed europea. Consigliere dei nostri sindaci negli anni Novanta, promotore nel 1995 di quel Concilio delle Città che, nel 450° anniversario del Concilio di Trento, chiamò qui più di cento comunità del continente, Zanotti ha sempre creduto che una città di confine possa aprirsi al mondo senza perdere la propria voce.
E quella voce, a Trento, sa anche cantare. Andrea Zanotti presiede oggi il Coro della SOSAT, e questo ci dice di lui qualcosa che nessun curriculum potrebbe dire: il radicamento nella tradizione popolare e alpina della nostra gente, l'amore per quel canto di montagna in cui molte voci diverse si fondono in un'unica armonia. Proprio quest'anno quel coro celebra il suo primo secolo di vita: cento anni da quando, in un tempo in cui la libertà andava facendosi più stretta, alcuni uomini scelsero il canto come spazio libero — quasi un sommesso atto di resistenza, condiviso con il fratello coro della SAT — dando voce al desiderio di libertà di quegli anni.
E’, in fondo, la stessa immagine del diritto che Zanotti ha servito per una vita intera: tante voci, una sola polifonia. Il giurista e il coro dicono la medesima verità — che la comunità non è il silenzio imposto, ma l'accordo cercato. E c'è una coincidenza che vale la pena ricordare: la stessa Aquila di San Venceslao che oggi gli viene consegnata fu attribuita, trent'anni fa, proprio al Coro della Sosat — sicché l'onore che la Città gli tributa raggiunge, in un solo gesto, l'uomo e l'istituzione che egli presiede.
Non stupisce, allora, che proprio a lui la Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia affidato, da ultimo, un compito tanto delicato: far parte del gruppo di esperti per la strategia nazionale di lotta all'antisemitismo. Un incarico che chiude idealmente un cerchio apertosi nel 1982, quando, appena laureato, entrò nel gruppo di ricerca del CNR sul pregiudizio antisemitico in Italia.
Una vita intera spesa, dunque, contro ogni pregiudizio e a favore della convivenza.
Signor Sindaco, l'aquila che oggi consegniamo è da oltre sette secoli (era il 1407 quando Rodolfo Belenzani ne fece il sigillo della città) il simbolo di Trento: capace di volare alto, di guardare lontano e di tornare sempre al proprio nido. Difficile immaginare emblema più giusto per Andrea Zanotti — trentino nel cuore, cittadino del mondo nell'ingegno, e per tutti noi, oggi, motivo di orgoglio.
Grazie, Andrea. E grazie a Trento da Lei rappresentata, sindaco Ianeselli, che lo ha inteso riconoscere.
Paolo Piccoli

Ad
Andrea Zanotti



Gentile e caro Andrea Zanotti,

Credo ci sia un tratto che lega, al di là dei suoi personali interessi, il diritto canonico e Fondazione Golinelli, il Collegio dei Fiamminghi e FBK, l’accademia e il palcoscenico. Un tratto che dice qualcosa di lei e del suo agire pubblico, e che senz’altro spiega anche perché suoi estimatori si siano organizzati per sollecitare me e la Giunta comunale a ritrovarci qui, oggi, per questa cerimonia.

Di quel tratto, o meglio, della parola che a mio parere lo identifica facciamo oggi per lo più un uso distratto, ma non dovremmo. Mi riferisco alla parola “istituzioni”. La forma del suo impegno, nonostante l’ecletticità della sua curiosità intellettuale, si è infatti spesso intrecciata con le vicende di una istituzione. Il suo impegnarsi, potremmo dire, ha trovato dimora, si è collocato, è stato posto a servizio di realtà, enti, contesti istituzionali.

Non si tratta, è evidente, dell’interesse per una posizione da ricoprire o di un ruolo al quale ambire, quanto il ricercare modalità attraverso le quali l’impegno personale potesse avere come obiettivo parallelo anche quello di rafforzare realtà organizzate, spazi comuni, luoghi codificati che le persone riconoscessero.

Mi torna allora alla mente l’ammonimento di un suo illustre collega e mio professore all’università di Trento, Pierangelo Schiera, che richiamava in aula noi apprendisti sociologi e i nostri concetti talvolta pindarici con la frase: “Ricordatevi che le idee, senza le istituzioni, servono solo a farsi vento”.

Penso allora che proprio per non farsi solo vento o, detta senza licenze, per non indirizzare il proprio impegno alla sola soddisfazione o gratificazione personale, lei abbia scelto di incanalarlo in strutture, enti, luoghi formalizzati capaci di durare nel tempo, di resistere alle stagioni, di accompagnare le persone durante la loro vita. Così facendo, penso che lei abbia fatto bene alla città e abbia contribuito alla buona salute di quelle istituzioni, formali e informali, che irrobustiscono la comunità, le danno una fisionomia, contribuiscono a definirne lo spirito.

Penso agli anni in cui lei è stato consulente del sindaco e dell’assessore alla cultura di questo comune, all’istituzionalizzazione della ricorrenza del 450° anniversario del Concilio di Trento con l’indizione di un Concilio delle Città che coinvolse più di cento municipi; alle Cene benedettine, che rievocavano l’antica tradizione dei frati che abitavano la destra Adige e trasformavano il Doss Trento in uno luogo di riflessione e condivisione; penso al suo lavoro nel Consiglio di Amministrazione e nella Giunta Esecutiva dell’Istituto Trentino di Cultura, la più importante istituzione culturale della Città e della Provincia, incubatrice dell’Università di Trento; e poi al suo contributo come presidente del Consiglio di amministrazione della fondazione di ricerca dedicata a Bruno Kessler che dell’ITC raccolse la peculiare eredità multidisciplinare.

Mi riferisco anche, ed è lavoro che giunge fino a questi giorni, al suo impegno come presidente del Coro della SOSAT, del quale abbiamo da poco festeggiato i cento anni dalla fondazione: un secolo durante il quale, anche grazie alla coralità, è maturato l’immaginario che i cittadini hanno della montagna, rendendolo più democratico, sottraendolo alle prerogative della sola classe agiata o aristocratica.

Ciascuna di queste istituzioni è stata un luogo – ed è un secondo aspetto del suo impegno che oggi voglio ricordare – capace di creare appartenenza.

Mi ricordo di aver letto una sua intervista sul valore dell’appartenenza quando ancora non ero stato eletto sindaco. E di esserne stato intrigato e intimorito allo stesso tempo. Intrigato perché sentivo allora – e verifico tutti i giorni oggi – l’importanza nella vita delle persone dell’appartenere a qualcosa, e per contro lo spaurimento di molti quando percepiscono che la società in cui vivono si è sfilacciata e si fa liquida. Intimorito perché credo e lavoro per una città plurale, aperta alle fedi e alle culture, e non potevo non vedere, allora e oggi, la scorciatoia reazionaria, aggressiva, escludente che certi richiami identitari e all’appartenenza rischiano di generare.

Oggi so che quelle speranze e quelle paure sono anche sue, ne abbiamo parlato più volte. Ma le va reso il merito di aver scelto di imboccare con coraggio un sentiero non semplice, ricordando e ribadendo che mantenere la propria cultura in un mondo globalizzato non significa necessariamente promuovere un’idea di società frammentata e divisa.

Può significare anche – parafrasando il pensiero di uno storico illustre e suo buon amico, Paolo Pombeni – considerare che se le società contemporanee stanno perdendo il loro idem sentire, ovvero quell'insieme di valori, interpretazioni e memorie condivise che le hanno caratterizzate, solo un lavoro virtuoso di opinione pubblica e di elaborazione culturale diffusa può aiutarci a ricreare quella coscienza condivisa che fa di un gruppo di persone una collettività stabile e quindi una comunità di destini.

Sono temi attuali e delicati rispetto ai quali lei si è posto, a Trento, come un intellettuale vero, mettendo a disposizione il proprio pensiero in modo disinteressato e libero.

Caro Andrea Zanotti, è per queste ragioni che la città intera vuole testimoniare la propria amicizia e la propria stima nei suoi confronti. È per questo che, raccogliendo le sollecitazioni e l’affetto di numerosi Suoi amici ed estimatori, sono onorato di consegnarle l’antico sigillo della città: l’Aquila ardente di San Venceslao.



Il sindaco di Trento
Franco Ianeselli

ANDREA ZANOTTI

È stato un attimo.
Le ginocchia sbucciate sulla terra del campetto da calcio che la magia del Natale trasformava poi in una pista di pattinaggio; i pasticci che le dita impiastricciate di cera colata dalle candele combinavano sulla cotta da chierichetto; l'odore dell'inchiostro che impinguava il pennino con cui si grattavano incerte lettere su di un foglio quadrettato: primi rudimenti che consentivano di accedere al grande gioco. Le parole, che all'origine erano presso Dio e danno all'uomo il potere di nominare le cose chiamandole ad esistenza; le idee, racchiuse, come cristalli, tra le pagine di libri che cercano di contenere la vita; i sentimenti e l'amore, perché la passione può almeno quanto l'intelligenza. E poi l'intimità di una famiglia che, non possedendo la tv, cantava, alla sera, prima di andare a letto.
È stato un attimo.
Le medie Bresadola e i primi brufoli, i corridoi del liceo Prati e il principiare a sentire il gusto del dibattito: in un tempo di ideologie - ma certo di maggiore serenità - dentro una città che aveva conosciuto il Concilio e il Sessantotto, il rigore del dogma e il variopinto ribaltone di Sociologia; quella città che ha costituito il fondale di teatro delle molte esistenze che ho avuto la buona sorte di incrociare. Trento, un'urbe coronata di montagne che danno verticalità al pensiero: che proteggono ma ti sollecitano anche a varcarle, a scoprire cosa c'è aldilà del confine segnato dalle
creste.
È stato un attimo.
Al di là della giogaia dei monti che incide nel profondo la tua identità, si dischiudeva la pianura con le sue geometrie: orizzontali e non più verticali, paesaggio al quale la tua anima non è abituata; quella pianura che altro non è se non elaborazione del lutto di essere rimasta orfana dell'alto. Come interpretare altrimenti quel sublime inciso di Borges che scolpisce la pianura come "un dolore elementarissimo che non ha tregua"? E nel bel mezzo di campagne che si perdono, laddove vigne e grano cominciano a inerpicarsi in Appennino, compaiono le torri di una città che pare uscita dalla penna di Calvino, da annoverare senz'altro tra le città invisibili.
E stato un attimo.
Bologna e la sua università, il mito di un'intelligenza che da gioco della ragione si fa luce del mondo, inventando metodi ed ipotesi di sviluppo, che insegna all'umanità affacciata sul secondo millennio, un nuovo principio di civiltà fondato sulla conoscenza. La libertà di ricerca e d'insegnamento diventano le tavole di fondazione di questo gioco inedito, destinato a generare un nuovo modo di trasmissione del sapere. Sarà questo l'asse portante della festa per i novecento anni dell'università più antica.
È stato un attimo.
Il gioco delle celebrazioni si è intessuto di re e regine, papi e premi nobel, artisti e politici venuti a riconoscere, in quel primato, l'autonomia della scienza e la sua forza propulsiva. Riviveva, in quella sfida, la parte più nobile della storia dell'Ateneo di Bologna, interpretata da uomini di eccezionale levatura con i quali ho avuto l'incredibile opportunità di collaborare: dal Rettore Fabio Roversi Monaco al mio Maestro Giuseppe Caputo, da Ezio Raimondi a Umberto Eco, da Sergio Focardi a
Marino Golinelli, la cui Fondazione ho ancora l'onore di presiedere.
Quello Studium dove ho avuto la grande fortuna di poter insegnare diritto canonico, la disciplina che, insieme al diritto civile, darà vita alla straordinaria esperienza dello ius commune in universum: l'ordine giuridico, cioè, che ha retto per molti secoli i destini d'Europa, una e unita sotto il grande ombrello imperiale pur nel caleidoscopio dove si rifletteva l'intatta e feconda pluralità delle sue città e dei suoi territori. Grande lezione che sarebbe bene tener presente anche nell'oggi, se mai volessimo disegnare un futuro possibile, e degno del nome, per un continente, il nostro, che sta già dentro al suo crepuscolo.
È stato un attimo.
È stato un attimo perché, come dice una poesia di Milo De Angelis, le stagioni amate ci chiedono ancora di tornare.
Così la suggestione dell'Europa delle città ha innervato il Civitatum Concilium; lo splendore della liturgia, parte non secondaria dell'ordinamento canonico, ha nutrito per venticinque anni la Cena Benedettina, rappresentandone la chiave segreta del suo successo; l'esperienza della gestione accademica è stata messa a disposizione del transito dell'Istituto Trentino di Cultura a Fondazione Bruno Kessler. E le canzoni che cantavamo in casa da bimbi, incarnano ancora l'anima profonda dei concerti del Coro della SOSAT. E ho fatto la mia, di famiglia, abitando la casa proprio di fronte a quel campetto di calcio, intessuta della pazienza di una moglie (soprattutto) e di un figlio che hanno sopportato la litania dei miei andirivieni.
È stato un attimo.
Guardo dalla finestra altri pulcini, sullo stesso campetto adiacente alla chiesa dallo spiovente più ripido che si possa immaginare, tirare in porta, dribblare, cadere e sbucciarsi le ginocchia: e penso che il vero segreto del gioco sta nella sua leggerezza; nella disinvolta guasconeria con la quale si assume la sfida guardando al cielo, là dove si libra l'aquila fiammeggiante; nella capacità, per quanto carriere e impegni possano premerti e incalzarti come diavoli alle calcagna, di non prenderti mai troppo sul serio.
Dal momento che la vita è un soffio, l'attimo di un gioco che va giocato fino alla fine del suo tempo.

Andrea Zanotti
Ultimo aggiornamento: 24/06/2026 20:12

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