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Trento, domenica delle Palme: il messaggio del vescovo Tisi

Benedizione dei rami d’ulivo

TRENTO - La celebrazione della Domenica delle Palme, presieduta dall’arcivescovo di Trento Lauro Tisi, è iniziata alle 10 nella chiesa di Santa Maria Maggiore, con la benedizione dei rami d’ulivo. Da lì ha preso avvio la processione verso la cattedrale di San Vigilio, dove si è svolta la celebrazione eucaristica con la proclamazione della passione e morte del Signore

Nell’omelia l’Arcivescovo ha accompagnato i fedeli dentro la solitudine di Gesù nella passione, a partire dalle parole del Getsemani:

"I racconti della Passione ci pongono di fronte a Gesù abbandonato e tradito - ha spiegato nell'omelia il vescovo di Trento -. Sotto la croce restano i suoi oppositori. Con Lui muoiono due ladri. Nessuna traccia dei Dodici, le donne guardano da lontano. Il bisogno di Gesù di compagnia, di non essere lasciato solo, fa i conti con l’amara sorpresa che i discepoli non reggono l’intima confidenza: “La mia anima è triste fino alla morte.” La loro reazione è sconfortante, paralizzati dalla paura, lo abbandonano e si addormentano.

Dal Getsemani fino al Golgota è tutto un rincorrersi di paure che non risparmiano nessuno: dalla paura di Giuda che tradisce il Maestro per poi cadere in una solitudine disperata e carica di rimorso; dalla fuga dei discepoli, passando per il rinnegamento di Pietro e il ritrarsi di Pilato.
Fino a giungere alle ultime parole di Gesù sulla croce, che sanciscono l’estrema solitudine del morire: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

In punta di piedi, proviamo ad addentrarci nella morte in solitudine del Maestro, portando con noi la concretezza dei volti di tante donne e uomini che nel nostro oggi sono abitati dall’angoscia e dalla paura e come Gesù assaporano l’amaro calice della solitudine.

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Il grido di Gesù racconta un Dio che mai avremmo immaginato: non rientra nei parametri del religiosamente corretto mettere la paura in Dio. Se non ci sottraiamo allo scandalo del grido di Gesù, derubricandolo all’incipit del salmo 22, potremmo ancora una volta fare esperienza della straordinaria forza dell’Amore di Dio.

Il grido del Crocifisso raggiunge gli abissi di tanti – donne e uomini – che sperimentano la solitudine, l’abbandono, l’ingiustizia. Egli fa esperienza in prima persona del rifiuto, come ci ricordano i canti del servo di Isaia uomo che ben conosce il patire. Ma ecco il tocco di Dio che lo differenzia da noi: diversamente da molte preghiere anticotestamentarie, egli non invoca da Dio vendetta, né giustizia, ma la sua compagnia. A Dio chiede la presenza, l’esserci con lui…vi dico questo con nel cuore le splendide parole che ieri mattina un malato dell’Hospice mi ha sussurrato: “Comunque vada so che Dio non mi abbandona.”

L’esserci, il farsi prossimo, lo stare accanto, merce rara in quest’ora della storia dove il reale è spesso sostituito dalla narrazione virtuale, è la grande chance che Dio ci offre per impedire alla storia umana di cadere in preda alla solitudine e alla disperazione. All’origine dell’esperienza cristiana c’è il morire di Gesù che si affida, nell’oscurità e nella solitudine del Golgota, all’Esserci del Padre. A duemila anni di distanza i fatti danno ragione all’uomo del Golgota.

L’invito di Gesù nel Getsemani a non impugnare la spada racconta un Dio meraviglioso che, mentre invita a mettere la spada nel fodero, con grande tenerezza ti suggerisce: “Fa’ come me: incontra, abbraccia, perdona!”".
Ultimo aggiornamento: 29/03/2026 16:59:25

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