STORO (Trento) - Dalla pubblicazione dello studio UniTrento alla gestione del rischio idrico: il caso Storo evidenzia ritardi sistemici nell’attuazione delle norme europee e nazionali.

Il Difensore civico della Provincia autonoma di Trento, dottor
Sandro Raimondi (nella foto), con una nota del 5 maggio, ha formalmente richiesto al Comune di
Storo di procedere alla pubblicazione dello studio dell’Università di Trento (DICAM) sui modelli di flusso e trasporto dei PFOS nell’acquifero del Basso Chiese. Si tratta di un passaggio significativo non solo per il caso dello studio, commissionato dalla Provincia nel 2019 e concluso nel 2024, che non ha trovato finora adeguata diffusione pubblica, ma per due ragioni di fondo strettamente connesse alla tutela del principio dello Stato di diritto.
Trasparenza ambientale e Convenzione di Aarhus
La prima riguarda la corretta attuazione della Convenzione di Aarhus e della normativa italiana che la recepisce. Le informazioni ambientali – come chiarito dalla legislazione nazionale e dalle indicazioni dell’ANAC – devono essere oggetto di pubblicazione obbligatoria e trasparenza attiva, soprattutto quando incidono su ambiente e salute pubblica.
Un principio recentemente rafforzato anche dalla giurisprudenza europea: la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito che l’obbligo di diffusione attiva delle informazioni ambientali non è subordinato alla richiesta dei cittadini, ma rappresenta un dovere autonomo delle amministrazioni pubbliche.
In altre parole, non basta rispondere all’accesso civico: occorre pubblicare preventivamente, in modo sistematico e accessibile.
Nel caso di specie, il Difensore civico non si è limitato a sollecitare un intervento legislativo – già richiesto per superare una deroga regionale in contrasto con i principi nazionali ed europei – ma ha compiuto un passo ulteriore e decisivo: ha chiesto al Comune di Storo di conformarsi direttamente agli obblighi sostanziali di pubblicazione delle informazioni ambientali.
Direttiva europea sull’acqua potabile e analisi del rischio
La seconda ragione riguarda la corretta attuazione della Direttiva (UE) 2020/2184 concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano, recentemente oggetto di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia (INFR(2026)2038) da parte della Commissione europea.
La direttiva introduce un principio centrale: la sicurezza dell’acqua deve essere garantita attraverso un approccio basato sul rischio, che impone di individuare le fonti di contaminazione, monitorarle e pianificare interventi preventivi lungo tutta la filiera idrica.
In questo quadro, il caso di Storo è emblematico. Nonostante l’esistenza di una contaminazione da PFAS e l’utilizzo, per anni, di un pozzo interessato da tali criticità per alimentare la rete idrica in situazioni di emergenza, il rischio non è stato adeguatamente analizzato nell’ambito del PIAO, in particolare nella sezione relativa al contesto esterno.
Eppure, senza una corretta analisi del rischio: non è possibile programmare interventi efficaci; non è possibile adattare il monitoraggio alle criticità reali; non è possibile garantire la tutela preventiva della salute pubblica.
La direttiva europea, inoltre, rafforza gli obblighi di trasparenza: i cittadini devono poter accedere facilmente a informazioni aggiornate sulla qualità dell’acqua, sui risultati dei monitoraggi e sui rischi potenziali, inclusa la presenza di sostanze emergenti come i PFAS.
Trasparenza e rischio come pilastri dello Stato di diritto
Il caso di Storo dimostra come la mancata pubblicazione delle informazioni e l’assenza di una piena analisi del rischio non siano semplici carenze amministrative, ma incidano direttamente sulla qualità dello Stato di diritto.
Quando le informazioni ambientali non vengono rese pubbliche e i rischi non vengono analizzati in modo adeguato, si indeboliscono i diritti fondamentali dei cittadini e la capacità stessa delle istituzioni di prevenire danni alla salute pubblica, con il rischio di alterare le priorità dell’azione amministrativa, che dovrebbe essere orientata in via prioritaria alla tutela dei bisogni essenziali, a partire dall’accesso a un’acqua sicura.
I PFAS rappresentano una minaccia concreta e persistente. Per questo, anche in contesti in cui possono emergere potenziali sovrapposizioni tra responsabilità pubbliche e interessi o ruoli professionali, è indispensabile che le amministrazioni adottino un approccio improntato alla massima precauzione: standard elevati di imparzialità, trasparenza e prevenzione del rischio e pianificazione strutturata.
Nell’attesa che il legislatore regionale intervenga per superare una situazione di stallo che dura da anni, è necessario che le amministrazioni locali si adeguino immediatamente agli obblighi vigenti.
La specialità non può diventare un alibi. Il rispetto delle norme sulla trasparenza ambientale e sulla gestione del rischio non è opzionale: è un presupposto essenziale per la tutela dell’ambiente, della salute e della democrazia.