SONICO (Brescia) -
Fortunato Pogna e alcuni ospiti della "
Casa di Enzino" di
Sonico hanno partecipato alle esequie di
don Antonio Mazzi, morto venerdì scorso a 96 anni.

Il feretro di don Antonio, molto amato anche in Valle Camonica, che frequentava con tappe alla struttura di Sonico e presenza a diversi eventi con i giovani, è stato portato a spalle da
Fortunato Pogna e da membri della comunità Exodus di Milano nella basilica di Sant'Ambrogio strapiena di persone e autorità.
"Per me - ha raccontato
Fortunato Pogna - don Antonio è stato un padre, da quando l'ho conosciuto 31 anni fa, sono stato affascinato dalle idee e dal messaggio verso le persone in difficoltà e ha trasformato la mia vita. L'avevo visto a metà della scorsa settimana e avevamo discusso su progetti futuri".
Le esequie sono state concelebrate da dodici sacerdoti; nell'omelia
don Massimiliano Parrella ha ricordato don Mazzi: “
Oggi in questa basilica risuona il "ciao", non era una semplice parola di don Antonio, ma era il riassunto del suo Vangelo”. "Dietro quel ciao, c'era tutto - ha continuato don Massimiliano -
il detenuto che non voleva più il suo futuro, il tossicodipendente, l'operatore, un Dio che non chiude mai la porta a nessuno”.
“Oggi - ha concluso - non ti salutiamo guardando indietro, ma guardando avanti, perché il tuo ciao non chiude una storia, ma ne apre infinite altre”.
"
Per me don Antonio Mazzi è stato un amico, un fratello con il quale ho condiviso per decenni l'obiettivo di avvicinare i giovani, soprattutto quelli con gravi problemi psicologici che li inducevano a far uso di droghe - commenta don Felice Riva, sacerdote al fianco di don Antonio in numerose iniziative -. Lui ne ha salvato tanti che gli sono stati grati e che ora lo accompagneranno nel suo ultimo viaggio. Ha trascorso la sua vita come una missione quotidiana, sempre accanto ai più fragili ed a coloro che sono considerati gli ultimi della Terra. Queste caratteristiche lo hanno fatto diventare uno dei volti più riconoscibili del cattolicesimo sociale italiano. L'amore che ci ha insegnato don Mazzi continuerà ad essere in primo piano nella sua comunità e tra tutti gli italiani".
Commossi gli ex ospiti della comunità, uomini e donne che hanno sfilato silenziosi sul sagrato della basilica. Un girasole sul feretro, che viene accolto da un lungo applauso, e calle rosse in mano alle decine di volontari che indossano la maglietta blu di Exodus: emozionati e composti, sanno di aver perso, con la morte del combattivo prete veronese, un punto di riferimento. Ma non la speranza nel cambiamento che ha saputo infondere in tutti loro.
“Sono venuta qui – racconta timidamente Anna, che a Exodus ha affrontato, anni fa, un lungo percorso di recupero – perché al Don devo tutto: per me è stato più di un genitore, perché ha avuto la forza di non abbandonarmi quando ero più debole. Mi ha insegnato a essere responsabile delle mie azioni”.
“Non faceva domande – ha concluso Alfredo, volontario di uno dei laboratori educativi di Fondazione Exodus – perché sapeva che una mano che ti tende aiuto non deve giudicare. E forse è questo uno dei più grandi insegnamenti che ci ha lasciato, insegnamento che, ora che lui non c'è più, spero sopravviva nel nostro lavoro”.
L’atmosfera è stato e molto partecipata. Non solo il rito funebre, ma anche i ricordi di chi ha lavorato al suo fianco. Il centro della giornata resta la folla. Una folla eterogenea, che ha restrituito la misura dell'eredità lasciata da don Antonio.