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Accordo tra Concast e Latte Trento: le prospettive

Confronto in Terza commissione del Consiglio provinciale

TRENTO - Accordo tra Concast e Latte Trento nel segno della ricomposizione e della tenuta del sistema: è da qui che parte il confronto in terza Commissione di Vanessa Masè sul futuro della filiera lattiero-casearia trentina. Al centro, anche nelle audizioni svolte con il Consorzio dei caseifici sociali trentini (CONCAST), la Casearia Monti Trentini s.p.a e la Fondazione Edmund Mach, il valore del Trentingrana come prodotto di nicchia legato al territorio, ma anche le criticità crescenti: costi in aumento, difficoltà di mercato e fragilità del modello di montagna. Dalle testimonianze delle imprese alle analisi della Fondazione Mach emerge un quadro complesso, tra innovazione e tradizione, mentre il dibattito politico richiama la necessità di sostenere concretamente il settore, investire nella formazione e garantire il ricambio generazionale per non perdere un presidio fondamentale del territorio.

Concast: Trentingrana tra identità e sostenibilità economica
Il presidente di Concast Stefano Albasini, è intervenuto insieme al vicepresidente Paolo Ianes e al direttore Marco Ramelli. In premessa ha ricordato che oggi è stato firmato l’accordo con Latte Trento in uno spirito di ricomposizione delle parti: l’unione delle forze fa bene all’intero sistema, ha osservato. Il consorzio Concast raggruppa i 12 caseifici trentini ha spiegato Albasini che ha illustrato quello che contraddistingue la produzione e le lavorazioni, più tradizionali rispetto ad altre e che fa del marchio Trentingrana un prodotto di nicchia di grande valore. Nel portare avanti la filiera sono coinvolti circa 25 soci allevatori ed è stato costruito un biodigestore che permette di utilizzare parte dei latticelli e del siero che poi rientra nel ciclo. Il direttore Ramelli ha aggiunto che il Consorzio Trentingrana nasce dalla fusione di due consorzi che ora fanno convivere la parte dei servizi e quella della vendita e trasformazione dei prodotti. L’obiettivo è quello dichiarato di cercare una migliore remunerazione di prodotti fino alla trasformazione del 100% del prodotto. Non più solo forme, ma massima trasformazione e valore aggiunto a cascata. Nel periodo post Covid con l’aumento dei prezzi del gas gli allevamenti bovini d’Europa si erano ridimensionati. Nella fase attuale c’è il ritorno ad una forte disponibilità di latte dei paesi del Nord con un crollo del prezzo. Il grana padano è nel frattempo cresciuto e progressivamente aumentato. Il mercato trentino ha tentato di rilanciare il prodotto Trentingrana con l’obiettivo di distinguersi dallo standard, cercando un elemento distintivo che giustifichi il valore aggiunto, che sta di fatto tutto nella storia del Consorzio. Ciò che spaventa è l’aumento generale dei costi lungo tutta la filiera agricola e lattiero casearia, a causa dei rincari di energia, gas e logistica, con impatto economico non trascurabile.

Il dibattito: le sfide del sistema, tra valorizzazione e costi crescenti
La consigliera Antonella Brunet (Civica) ha apprezzato l’intenzione dichiarata di valorizzare il territorio perché i piccoli caseifici temono di non soddisfare le richieste e di trovarsi in difficoltà, mettendo in discussione la loro stesa esistenza. Il prodotto trentino, nonostante il suo valore non viene sufficientemente sostenuto e forse si dovrà fare di più per promuovere il prodotto e invitare i consumatori e i commercianti ad acquistarlo e a diffonderlo. Albasini ha confermato la consapevolezza del Consorzio del valore del prodotto e dell’importanza dei piccoli caseifici sul territorio dove devono assolutamente rimanere: se perdiamo questo fallisce la nostra stessa mission.
L’idea dell’audizione in Commissione non era polemica, bensì di avere un quadro informativo completo, ha chiarito Roberto Stanchina (Campobase). Il consigliere ha auspicato che l’accordo con latte Trento possa ricomporre i fraintendimenti e impedire che incomprensioni personali possano mettere in discussione il valore del Consorzio e minare 75 anni di storia. La produzione di nicchia deve rimanere di livello qualitativo alto, ha aggiunto, pur mantenendo un prezzo competitivo, nonostante la crisi che purtroppo si annuncia già.
Michela Calzà (PD) si è detta colpita dei frutti positivi rispetto ad una politica che oggi premia e che deve far riflettere. Ha riconosciuto la bontà della linea seguita dal Consorzio, una strategia costruita nel tempo e oggi confermata anche alla luce di una maggiore consapevolezza degli aspetti più tecnici della produzione. Proprio questa attenzione alla qualità e al legame con il territorio è a suo avviso una scelta vincente: la valorizzazione dei pascoli, della filiera locale e di un modello produttivo radicato nel contesto alpino appare come una direzione da mantenere anche in futuro. Tuttavia, non ha ignorato le criticità, soprattutto l’aumento dei costi, fortemente influenzati da dinamiche internazionali legate all’aumento delle materie prime. In questo quadro, Calzà ha chiesto di capire in che modo l’amministrazione provinciale possa sostenere concretamente il sistema, affiancando il lavoro del consorzio con strumenti e risorse adeguate.
I costi che più preoccupano sono quelli del trasporto e del carburante, molto sofferti anche a livello delle piccole aziende e dei soci, hanno replicato in diversa misura Albasini, Ianes e Ramelli. Nel loro intervento è emerso infatti con forza il tema dei costi strutturali elevati, legati soprattutto alla specificità del modello produttivo di montagna. A incidere in modo particolare sono il trasporto e la logistica, aggravati dall’assenza di economie di scala: a differenza delle realtà di pianura, dove grandi quantità vengono raccolte in un’unica azienda, qui i volumi sono più ridotti e distribuiti, rendendo ogni spostamento più oneroso. A questo si aggiungono i costi energetici, del carburante e della gestione aziendale. La frammentazione dei terreni e la distanza tra i vari appezzamenti comportano non solo maggiori spese, ma anche una perdita di efficienza rispetto alle aziende di pianura, dove le superfici sono più compatte e facilmente gestibili. In questo contesto, diventa fondamentale valorizzare maggiormente il prodotto finale, riconoscendone il valore legato al territorio, alla qualità e alle condizioni di produzione.

Casearia Monti Trentini e la sfida competitiva della filiera di montagna: la qualità non sempre paga
Fiorenzo Finco, amministratore delegato della Casearia Monti Trentini s.p.a, ha raccontato l’esperienza della propria azienda, una realtà familiare proveniente dall’Altopiano di Asiago, attiva da oltre vent’anni con circa 120 dipendenti, costruita insieme al padre e al fratello e radicata in un modello produttivo oggi alla terza generazione, che guarda con attenzione al Trentino, dove hanno trovato nel tempo collaborazione e supporto. Negli ultimi dieci anni l’azienda ha raggiunto risultati importanti, grazie a una crescita costruita con risorse proprie e alla capacità di adattarsi a un contesto non sempre semplice. Il cuore del lavoro è la filiera corta: la Casearia collabora con circa 140 allevatori distribuiti sul territorio, raccogliendo latte destinato interamente alla produzione di formaggio in un raggio di 80-90 chilometri, e mantenendo un forte legame con i produttori locali. Pur non essendo una cooperativa, ma una realtà strutturata come società, hanno organizzato anche una rete di distribuzione propria, per valorizzare meglio i prodotti e controllare l’intera filiera. Nonostante i risultati raggiunti, emerge una forte preoccupazione per il contesto attuale: un settore sotto pressione, con difficoltà diffuse, soprattutto per le nuove generazioni e per chi lavora in territori complessi. Finco ha sottolineato come spesso ci si senta quasi impotenti, perché, nonostante l’impegno, la crescita è difficile e il mercato non sempre riconosce il valore reale dei prodotti. Uno dei nodi centrali è proprio la competizione con prodotti simili ma di qualità inferiore, che rischiano di penalizzare chi lavora con standard elevati e costi più alti. L’azienda continua comunque a portare avanti la propria identità, puntando su qualità e tipicità, pur dovendo confrontarsi con un mercato in evoluzione e sempre più competitivo. La situazione è oggi complicata, ha aggiunto, sottolineando la specificità e la fragilità dell’agricoltura di montagna, che necessita non solo di essere mantenuta, ma anche sostenuta e valorizzata. Il confronto con modelli produttivi più intensivi e di pianura mette in evidenza un divario importante: i sistemi di montagna, pur garantendo qualità, faticano a reggere le stesse logiche di mercato. Un altro elemento centrale è la competizione sui mercati esterni, dove gran parte dei prodotti viene venduta. Qui i margini sono ridotti e non è possibile trasferire integralmente i maggiori costi sul prezzo finale, anche se legati a caratteristiche qualitative superiori.

Dati, territorio e sostenibilità: il modello zootecnico della Fondazione Mach
Da remoto si è collegato Gabriele Iussig, responsabile dell’unità risorse foraggere e produzioni zootecniche del Centro trasferimento tecnologico della Fondazione Edmund Mach. La zootecnia è uno dei settori strategici e più rilevanti del territorio, è stata la premessa. L’intervento si è poi concentrato sulla descrizione articolata delle le attività svolte nel settore zootecnico, evidenziando i tre principali ambiti di lavoro: la ricerca e sviluppo, con un focus anche su progetti genetici; il trasferimento tecnologico sul territorio, attraverso consulenza e sperimentazione; e il supporto operativo alle aziende agricole. L’attività svolta dal gruppo, composto da tecnici, veterinari e agronomi, si configura come un supporto concreto e continuativo alle aziende, con servizi di consulenza che spaziano dagli aspetti sanitari a quelli agronomici, economici e gestionali. Un elemento rilevante è la capacità di raccogliere dati direttamente dal territorio, attraverso il contatto con centinaia di aziende, per poi tradurli in analisi e soluzioni tecniche mirate alle criticità emergenti, come malattie o problemi produttivi. A questo si affianca una forte collaborazione con il mondo universitario e della ricerca, che consente di integrare attività scientifica e applicazione pratica. Accanto alla ricerca, viene svolta anche un’attività di monitoraggio e divulgazione, con aggiornamenti costanti a supporto degli allevatori. Infine, l’annuncio dell’avvio, pensato già per il mese di maggio, di un corso di due settimane di gestore d’alpeggio organizzato su input dell’Umts agricoltura, per cercare di valorizzare delle figure che stanno soffrendo dal punto di vista professionale complessivo, per dare nuova spinta e nuovo vigore al settore.

Il dibattito: zootecnia e malghe tra ricambio generazionale e sostenibilità
Nel dibattito sono emerse alcune questioni centrali per il futuro del settore zootecnico e caseario, a partire dal tema della formazione e del ricambio generazionale. Roberto Stanchina ha evidenziato la crescente difficoltà nel reperire figure professionali qualificate sul territorio, in particolare malghesi e operatori della filiera, e ha chiesto alla Fondazione quale sia l’andamento della partecipazione ai percorsi formativi e quali prospettive si possano intravedere nei prossimi anni. Il timore è che, anche alla luce delle trasformazioni in atto nel settore, si possa assistere a una progressiva riduzione delle produzioni tradizionali, soprattutto in contesti più marginali come le malghe.
A questa criticità si è affiancata quella posta da Antonella Brunet, degli ostacoli burocratici e organizzativi, che talvolta impediscono di affidare le malghe ad allevatori locali, favorendo invece soggetti meno radicati nel territorio e meno competenti sotto il profilo agricolo. Questo crea una contraddizione: da un lato si investe nella sostenibilità e nella valorizzazione del sistema montano, dall’altro si rischia di indebolirlo proprio nella sua gestione concreta. Infine, Lucia Coppola (AvS) ha sollevato la questione legata alla sicurezza alimentare, in particolare rispetto ai prodotti a base di latte crudo. Alla luce di alcuni casi gravi registrati, ha chiesto se siano previste iniziative di informazione e prevenzione rivolte ai consumatori, soprattutto alle fasce più vulnerabili, per aumentare la consapevolezza sui possibili rischi legati al consumo di questi prodotti.
La replica puntuale di Fondazione Mach: per quanto riguarda il latte crudo, è stata sottolineata la necessità di rafforzare informazione e formazione, più che introdurre divieti. L’obiettivo è tutelare i consumatori, in particolare le fasce più fragili come bambini e anziani, attraverso avvertenze chiare e una maggiore consapevolezza sui rischi, senza però rinunciare a produzioni tradizionali che rappresentano un elemento identitario del territorio. E’ stato richiamato anche l’esempio di altre realtà, come la Valle d’Aosta, dove si è scelto di proseguire sulla strada della qualità e dei controlli, affiancandoli a una comunicazione più efficace. In questa direzione si sta lavorando anche a livello normativo, pur con le complessità del caso. Sul fronte della formazione emerge invece una criticità significativa: il numero degli studenti è in calo, anche per effetto del cosiddetto “inverno demografico”, e i percorsi professionalizzanti legati alla trasformazione casearia o alla lavorazione delle carni registrano numeri molto contenuti. Quello che resta è il nodo della sostenibilità economica delle malghe: i meccanismi di assegnazione e i costi rendono spesso difficile la gestione, rischiando di penalizzare proprio le realtà locali: si dovrebbe dare corso ad una riflessione più ampia, anche a livello istituzionale, per garantire che le malghe vengano mantenute attive, non solo come attività economica ma come presidio fondamentale del territorio e della sua identità.

Crisi del latte: la zootecnia trentina al centro del confronto in III Commissione
Dalla “tempesta perfetta” dei mercati ai costi della produzione in montagna, istituzioni e filiera a confronto: intesa strategica, ma resta l’urgenza di rilanciare consumi, redditività e sinergie con il territorio

Giornata intensa di audizioni per la terza Commissione, presieduta da Vanessa Masè (La Civica).
Al centro della seduta, richiesta dal consigliere Roberto Stanchina (Campobase), la situazione della zootecnia di montagna, affrontata proprio nel giorno dell’annuncio dell’accordo tra Latte Trento e Concast.
Nel corso della mattinata sono intervenuti l’assessore Giulia Zanotelli e i rappresentanti della Federazione provinciale allevatori, di Coldiretti, di Latte Trento e della Federazione trentina della Cooperazione, in un confronto dedicato alle criticità e alle prospettive del comparto.

Zootecnia settore strategico su cui si sta lavorando da anni
L’assessore Giulia Zanotelli ha aperto il suo intervento richiamando l’intesa tra Latte Trento e Concast, esprimendo soddisfazione per un risultato che, ha sottolineato, “non si esaurisce oggi ma proseguirà nei prossimi mesi”. Zanotelli ha quindi evidenziato il lavoro avviato sul Tavolo zootecnia, che coinvolge soggetti come Fondazione Edmund Mach, Cooperfidi e la Federazione delle Cooperative, con l’obiettivo di rispondere alle esigenze del comparto. Infine, ha richiamato l’importanza dello strumento degli IST Latte, definendolo un supporto utile nelle fasi di turbolenza dei mercati, e ha annunciato l’intenzione di sviluppare ulteriori strumenti, nel rispetto del quadro normativo europeo.
Il consigliere Roberto Stanchina (Campobase) ha evidenziato la necessità di chiarire il percorso che ha portato all’accordo tra Latte Trento e Concast, definito un passaggio importante, chiedendo al contempo di approfondire le prospettive di un comparto segnato da fasi alterne. Michela Calzà (Pd) ha richiamato le preoccupazioni alla base della convocazione della Commissione, sottolineando le difficoltà della zootecnia di montagna e il tema del prezzo del latte, ritenuto insufficiente a rappresentare il reale valore del settore. La presidente Vanessa Masè ha chiesto un aggiornamento sulle azioni messe in campo, mentre Lucia Coppola (AVS) ha sollecitato chiarimenti sulla gestione delle eccedenze e sulle possibili ricadute sugli allevamenti, temendo in particolare per il destino degli animali.
Il dirigente Andrea Merz ha chiarito che le scelte produttive competono alle aziende: la riduzione della produzione non comporta macellazioni, ma un naturale ricambio degli animali, definito un adattamento fisiologico dopo anni di crescita del settore. La Provincia autonoma di Trento ha rafforzato le politiche sul benessere animale, introducendo l’obbligo della certificazione SQNBA, e si è attivata a livello nazionale per sostenere la zootecnia di montagna. Tra le principali azioni illustrate: contributi annuali, bandi della programmazione europea 2023-2027 aperti al comparto, il Tavolo sulla Zootecnia con un protocollo condiviso, attività formative della Fondazione Edmund Mach e campagne informative di Trentino Marketing. Sono stati inoltre evidenziati strumenti finanziari come il fondo IST Latte e misure per i giovani imprenditori, con il Trentino ai vertici nazionali per ricambio generazionale, oltre a bandi per facilitare l’accesso ai contributi e all’uscita dell’alpeggio dal regime de minimis.

Federazione provinciale allevatori: chiediamo attenzione trasversale al settore
Il presidente della Federazione Provinciale Allevatori, Giacomo Broch, ha sottolineato la collaborazione con l’assessorato negli ultimi anni e la forte eterogeneità della zootecnia trentina, che spazia dai piccoli caseifici di valle alle realtà produttive più strutturate. Broch ha ribadito la centralità del legame tra allevamento e territorio, evidenziando come la zootecnia rappresenti spesso l’unica forma di agricoltura possibile in molte vallate. Da qui la necessità di puntare sulla valorizzazione delle specificità locali e sulla promozione di un prodotto considerato unico rispetto al resto del mercato. Guardando al futuro, anche alla luce della crisi del latte, ha indicato una scelta strategica: privilegiare qualità e tipicità, rafforzando i canali di prossimità piuttosto che competere esclusivamente su scala globale. Pur riconoscendo il contesto europeo e le regole comuni, Broch ha chiesto una attenzione trasversale per il settore, sottolineando che mantenere viva la zootecnia di montagna significa preservare il territorio e contribuire alla qualità della vita di residenti e turisti.

Roberto Stanchina ha richiamato il senso dell’incontro, sottolineando come la zootecnia rappresenti un tema trasversale e strategico anche per la ricettività turistica. Senza la cura del territorio garantita dall’attività agricola, ha avvertito, si rischia di compromettere l’equilibrio complessivo del Trentino, invitando a evitare approcci frammentati o strumentali. La consigliera Michela Calzà ha invece evidenziato il lavoro in corso per rafforzare strumenti mirati alla gestione del settore. Al centro dell’intervento il tema dell’abbandono, che riguarda sia le aziende strutturate sia la zootecnia di montagna. Calzà ha posto l’attenzione sulla necessità di rendere più attrattivi l’alpeggio e le piccole attività in quota, interrogandosi sull’efficacia delle misure a sostegno della filiera e delle iniziative capaci di aumentare il valore del prodotto, con l’obiettivo di contrastare il calo di operatori e rafforzare il comparto ed ha parlato di un approccio ecosistemico.
In replica il presidente Broch ha parlato di semplificazione. Ha detto di sentirsi abbastanza tranquillo sul ricambio generazionale, poiché vi è l’interesse. “Poche cose, molto chiare è ciò che serve alla zootecnia. Non aiuto generale, ma aiuto a chi si impegna a fare questo lavoro”. Ha parlato delle difficoltà che vivono gli allevatori nelle malghe: “molti lo vivono come un ramo secco. Se riusciamo a mantenere quello che abbiamo è un grande successo”.
Associazioni di categoria: siamo nella tempesta perfetta

Per l’Associazione Coldiretti del Trentino, sono intervenuti il presidente Gianluca Barbacovi e il direttore Enzo Bottos, mentre per la Confederazione italiana agricoltori, hanno presenziato il presidente Paolo Calovi e il direttore Massimo Tomasi.
Gianluca Barbacovi ha tracciato un quadro nazionale del settore, evidenziando come alla fase positiva fino a metà 2025 sia seguito un brusco calo, aggravato dalla concorrenza estera – in particolare da Francia e Germania – e dall’aumento dei costi di produzione, dai cereali al carburante, definendo la situazione una “tempesta perfetta”. Per sostenere il comparto ha proposto strumenti incentivanti, come bonus e crediti d’imposta per favorire il consumo di prodotti trentini e tutelare l’occupazione in montagna. Sul piano normativo ha richiamato la Legge sulla montagna 131/2025, sottolineando la necessità di completarne l’attuazione e di garantire che le risorse siano destinate effettivamente ai territori montani.
Paolo Calovi ha parlato del nuovo accordo affinché per i prossimi tre mesi il prezzo del latte non scenda sotto i 40 centesimi al litro, parlando di prodotto estero che arriva a metà del prezzo e ha auspicato che gli industriali rispettino quanto pattuito. Parlando della situazione trentina, ha detto che “territorio e allevatori sono in sinergia. Se non c’è uno, non c’è nemmeno l’altro. E’ importantissimo che allevatori e agricoltori possano continuare a vivere nei nostri territori”.
La presidente Vanessa Masè ha sollevato il tema della trasparenza sulla “cagliata” importata, chiedendo chiarimenti sulla certificazione per i consumatori. Gianluca Barbacovi ha evidenziato criticità nel sistema di etichettatura, sottolineando come i prodotti lavorati in Italia possano sfuggire a una piena tracciabilità. Roberto Stanchina ha ribadito l’obiettivo della Commissione di favorire un confronto unitario e trasversale, mentre Michela Calzà ha chiesto ulteriori strumenti per valorizzare la filiera lattiero-casearia che possano ricadere a vantaggio anche dei consumatori. Lucia Coppola ha invece evidenziato la scarsa valorizzazione dei prodotti trentini da parte dei fruitori e la necessità di contrastare la concorrenza. In conclusione, l’assessore Giulia Zanotelli ha delineato un quadro complessivamente positivo, pur tra criticità legate al contesto europeo, indicando la necessità di scelte strategiche e richiamando gli investimenti su agriturismo, promozione e valorizzazione delle malghe come leve fondamentali per il settore.
Paolo Calovi ha ribadito la necessità di puntare sulla qualità, richiamando le tensioni recenti tra i consorzi e segnalando un indebolimento della cooperazione. Ha invitato la politica a mantenere un forte legame con il territorio e gli agricoltori, sottolineando l’importanza del lavoro in sinergia. Per Gianluca Barbacovi la priorità è rafforzare il legame tra zootecnia e turismo, intervenendo anche sulla logistica per favorire la presenza dei prodotti locali nelle strutture ricettive. Ha inoltre indicato come centrali redditività e innovazione, soprattutto per attrarre i giovani. Sul fronte dei prezzi, è stato ricordato l’accordo che fissa il latte a 47 centesimi al litro, un livello inferiore ai costi di produzione ma comunque tra i più alti a livello europeo.
Latte Trento: i Trentini ci diano una mano
Il presidente di Latte Trento, Renato Costa, insieme al direttore Sergio Paoli, ha descritto una fase critica per la filiera, segnata dal crollo dei prezzi dei prodotti lattiero-caseari, dalla panna al burro, in un contesto europeo caratterizzato da eccesso di produzione. Costa ha evidenziato i costi molto più elevati della produzione in montagna rispetto alla pianura, avvertendo che senza un adeguato riconoscimento del prezzo il sistema rischia di non reggere. A pesare anche la concorrenza estera, con prodotti provenienti da Francia e Germania immessi sul mercato a costi molto bassi.

Sull’accordo con Concast ha espresso soddisfazione, lanciando però un appello al consumo locale: senza il sostegno dei trentini, ha avvertito, il settore rischia di chiudere.
La presidente Vanessa Masè ha richiamato l’importanza del ruolo dei consumatori nel sostenere la filiera, mentre Roberto Stanchina ha sottolineato che gli appelli non sono sufficienti, chiedendo politiche più incisive a favore della produzione locale e maggiore attenzione ai giovani. Michela Calzà ha evidenziato le difficoltà legate alla capacità di spesa delle famiglie, interrogandosi sulle cause locali della crisi del latte e sulla possibilità di rafforzare la competitività dei prodotti attraverso la cooperazione.
In replica, Renato Costa ha spiegato che le promozioni nella grande distribuzione, pur condivise con le catene, comportano forti sconti per le aziende, fino al 30%, sostenibili solo nel breve periodo. Ha inoltre sottolineato l’incertezza sui costi di produzione, legati anche all’andamento di materie prime e componenti come il packaging, influenzati dal prezzo del petrolio.

La cooperazione: lavorare insieme per valorizzare il prodotto trentino
Il presidente della Federazione della Cooperazione, Roberto Simoni, ha posto l’accento sull’accordo siglato tra Concast e Latte Trento, definendolo un passaggio strategico costruito con il coinvolgimento della Giunta provinciale e della Federazione stessa. Un’intesa nata dopo tensioni nel settore e oggi considerata un punto di partenza per rafforzare il comparto in un contesto internazionale in rapido cambiamento. Simoni ha evidenziato le difficoltà strutturali della produzione lattiera in montagna, in particolare i costi elevati, ma ha anche sottolineato la solidità del sistema trentino, fondato sull’equilibrio tra produzione di latte e trasformazione casearia. In questo quadro, ha richiamato le performance positive del Trentingrana, le cui quotazioni sono in crescita, consentendo a Concast di chiudere uno dei migliori bilanci degli ultimi anni. Ha inoltre ricordato gli investimenti e l’evoluzione dei processi produttivi nel comparto. Guardando al futuro, Simoni ha ribadito la necessità di rafforzare il posizionamento del Trentingrana sul mercato, avvicinandolo a quello del Parmigiano Reggiano. Un obiettivo raggiungibile, ha sottolineato, solo attraverso una strategia unitaria: l’accordo tra i due poli del lattiero-caseario permetterà infatti una gestione più coordinata delle quote, in un’ottica di sistema.

Anche dal presidente della Federazione è arrivato l’invito al consumo dei prodotti trentini
Masè ha ricordato la rete che la cooperazione rappresenta, capace di mettere in contatto tutte le realtà che impattano sul mondo della zootecnia e dell’allevamento. Roberto Stanchina ha ringraziato Roberto Simoni per le parole definite “rassicuranti”, ribadendo il ruolo della cooperazione come elemento di mediazione e coesione della filiera. Ha sottolineato come, accanto a una situazione non emergenziale, esista comunque una crisi reale da affrontare, evidenziando la necessità di politiche capaci di prevenire future criticità e rendere il settore più attrattivo. Tra le priorità, anche un rafforzamento della sinergia con il comparto turistico. La vicepresidente della Commissione, Lucia Coppola, ha richiamato la complessità delle strategie da mettere in campo, escludendo soluzioni univoche e sottolineando l’importanza di una regia condivisa. In questo quadro, ha indicato nella cooperazione un attore centrale, soprattutto per favorire dinamiche di collaborazione e mutuo supporto tra realtà territoriali. La consigliera Michela Calzà ha infine riportato dati aggiornati sulla zootecnia e sulla produzione lattiera in Trentino, evidenziando come la crisi del latte sia ormai conclamata. Pur riconoscendo il valore generato dalla trasformazione, dal Trentingrana ai formaggi di nicchia, ha sollevato interrogativi sulle cause profonde della crisi. Calzà ha inoltre posto l’attenzione sulla necessità di incentivare il consumo di latte trentino, chiedendo se sia possibile attivare misure promozionali o intervenire sui prezzi al consumo per rendere più accessibile il prodotto standard.
Roberto Simoni ha sottolineato la necessità di mantenere in equilibrio il sistema lattiero-caseario, evitando scelte produttive influenzate dalle oscillazioni di breve periodo dei prezzi. Dopo l’impennata del latte alimentare negli ultimi anni, ha spiegato, il settore ha subito un’inversione di tendenza che richiede oggi maggiore programmazione. In questo contesto, ha indicato come strategica la crescita della produzione di Trentingrana, ancora distante dal potenziale massimo, evidenziando come l’accordo con Concast permetta di valorizzare una filiera di nicchia fondata sulla qualità, anche in termini di percezione sul mercato. Simoni ha infine richiamato l’importanza della pianificazione e della tutela del sistema delle malghe e dell’alpeggio, elementi centrali per la salvaguardia del territorio trentino.
Ultimo aggiornamento: 31/03/2026 07:24:27

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