QUESTO SITO WEB UTILIZZA COOKIES. NEL CONTINUARE A NAVIGARE SUL SITO STAI ACCETTANDO L'UTILIZZO DEI COOKIES.
TI INVITIAMO A LEGGERE LA COOKIES POLICY.
X
Ad
Ad


Ad
Ad

A Cles la mostra “Tacco quindici”: la scarpa nella storia e nell’arte contemporanea

sabato, 4 luglio 2015

Cles – Una mostra su calzature e arte contemporanea dal titolo “Tacco Quindici”. La scarpa nella storia, nello spettacolo e nell’arte contemporanea, in programma al Palazzo Assessorile di Cles (Trento) fino al 27 settembre 2015.palazzo cles

Oggi alle 18 ci sarà l’inaugurazione presso i prestigiosi spazi del cinquecentesco Palazzo Assessorile di Cles (Trento) la mostra ‘Tacco Quindici’. L’esposizione, curata da Pietro Weber, Marcello Nebl e Ruggero Miti, con la collaborazione di Mara Davi, è promossa dal Comune di Cles, dalla Regione Autonoma Trentino-Alto Adige, dalla Provincia Autonoma di Trento e dal BIM dell’Adige.

La mostra ‘Tacco Quindici’ è un evento espositivo dedicato alla calzatura, ai personaggi, alle storie ad essa legate ed all’evolversi del gusto e della moda che l’hanno eletta a proprio baluardo.

La mostra si divide in cinque sezioni principali, dedicate rispettivamente alla scarpa nella storia, nel cinema, nella moda italiana, nello sport e nell’arte contemporanea.

Le calzature esposte, pezzi unici di estremo valore storico ed artigianale, provengono da diverse collezioni di livello mondiale: le calzature nella storia, dal Museo della Calzatura di Vigevano; le calzature dei grandi attori del Novecento – da Marcello Mastroianni a Massimo Troisi, Alberto Sordi, Totò, Leonardo Di Caprio, Russel Crowe, Nicole Kidman, Charlton Heston – dalla collezione delle Calzature Pompei di Roma, rappresentante l’alto artigianato a servizio del teatro e del cinema mondiale del Novecento; le calzature nello sport e nella moda, da vari prestatori privati e da grandi nomi che hanno fatto la storia della scarpa, da La Sportiva a Tod’s.

Sono a disposizione infine vere e proprie preziosità, come gli scarponi da montagna indossati sull’Adamello e nei frequenti soggiorni alpini da papa san Giovanni Paolo II.

Come ormai da tradizione per le mostre estive dell’estate clesiana, all’oggetto protagonista dell’evento sono associate importanti opere d’arte contemporanea, frutto del genio di autori storici del Novecento mondiale come Andy Warhol, Arman, Umberto Mastroianni, Daniel Spoerri, Renato Guttuso e di artisti invitati a lavorare appositamente sul tema, come Franco Rasma, Luigi Stoisa, Corrado Levi e Kangiro Azuma.

Inoltre, nella sezione artistica, sono presenti con una propria opera selezionata le Accademie di Belle Arti di Bologna, Ravenna, Milano, Torino e Venezia.

A contorno della mostra sono stati pubblicati un catalogo di 80 pagine (Temi Editrice) e un video promozionale con la partecipazione straordinaria di Giancarlo Giannini, Gianni Morandi e Maurizio Scaparro, con la regia di Ruggero Miti.

SCHEDA  DELLA MOSTRA

TACCO QUINDICI
La scarpa nella storia, nello spettacolo e nell’arte contemporanea
Sede espositiva: Palazzo Assessorile di Cles
Durata: 4 luglio – 27 settembre 2015
Apertura: Entrata libera.
Aperto dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 19. Lunedì chiuso.
Aperture serali nei giorni festivi e durante le manifestazioni di piazza.
Curatori: Pietro Weber, Ruggero Miti, Marcello Nebl con la collaborazione di Mara Davi
Organizzazione: Comune di Cles
Patrocini: Regione Trentino Alto Adige – Suedtirol; Provincia Autonoma di Trento; BIM dell’Adige.
Tema della mostra: La mostra raccoglie una selezione di calzature, provenienti da diverse importanti collezioni pubbliche e private, in grado di raccontare storie e tradizioni, mode e sviluppo tecnologico.
La mostra si svilupperà lungo quattro sezioni principali, dedicate rispettivamente alla scarpa nella storia, nel cinema, nella moda italiana e nello sport.
Alle calzature esposte come veri e propri gioielli, saranno associate importanti espressioni artistiche contemporanee, frutto del genio di autori storici del Novecento mondiale come Andy Warhol e Umberto Mastroianni, e di artisti invitati a lavorare appositamente sul tema.
11. sezioni della mostra:
1.La scarpa nella storia
2.La scarpa italiana
3.La scarpa nello sport
4.La scarpa nel cinema
5.Scarpa e arte figurativa

Artisti in mostra:
Andy Warhol,
Umberto Mastroianni,
Daniel Spoerri,
Oliviero Dusini,
Arman,
Kangiro Azuma,
Corrado Levi,
Giorgio Ramella,
Franco Rasma,
Eleonora Cumer,
Chiara Ferrin,
Marco Pellizzola,
Paola Babini,
Marcovinicio,
Emma Ronnholm e Salla Vapaavuori,
Pietro Weber,
Luigi Stoisa.

Accademie di Belle Arti di: Venezia (Luca Marignoni), Bologna (Graziano Spinosi), Ravenna (Marica Pelliconi), Milano (Cristina Mustaro),
Torino (Simone Scardino);Liceo Artistico di Torino (Giulia Parisi).

Arte e scarpe a Tacco Quindici di Marcello Nebl

Quest’anno a Palazzo Assessorile opere d’arte contemporanea cammineranno accanto a numerose paia di scarpe per celebrare questo oggetto di uso comune, spesso di culto e talvolta visto solo nell’aspetto funzionale.

L’arte svela l’essenza degli oggetti, l’operato poetico dell’artista riesce a rendere evidente cosa l’oggetto sia in verità. E’ grazie all’intervento dell’artista che l’oggetto acquisisce voce e rivela la propria più profonda funzione, al di là della bellezza, come sostenne Martin Heidegger nel 1936 nell’apertura del saggio L’origine dell’opera d’arte. Nel testo il grande filosofo tedesco enuncia come sia fondamentale partire dall’opera d’arte per poter comprendere l’essere dell’oggetto rappresentato e la strumentalità del mezzo.

L’elemento per noi di interesse è che, per affermare i propri concetti, Heidegger parta dalla descrizione di un quadro di Vincent Van Gogh rappresentante un paio di scarponi da contadino. Egli descrive così l’opera: ‘Nell’orificio oscuro dall’interno logoro si palesa la fatica del cammino percorso lavorando. Nel massiccio pesantore della calzatura è concentrata la durezza del lento procedere lungo i distesi e uniformi solchi del campo, battuti dal vento ostile.

Il cuoio è impregnato dell’umidore e dal turgore del terreno. Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità della morte. Questo mezzo appartiene alla terra, e il mondo della contadina lo custodisce. Da questo appartenere custodito, il mezzo si immedesima nel suo riposare in se stesso’.

Poco oltre Heidegger aggiunge: ‘Ciò che abbiamo potuto stabilire è l’esser-mezzo del mezzo. Ma come? Non mediante la descrizione e l’analisi di un paio di scarpe qui presenti. Non mediante l’osservazione dei procedimenti di fabbricazione delle scarpe, e neppure mediante l’osservazione di un qualche uso di calzature. Ma semplicemente ponendoci innanzi a un quadro di Van Gogh. È il quadro che ha parlato. Stando nella vicinanza dell’opera, ci siamo trovati improvvisamente in una dimensione diversa da quella in cui comunemente siamo. L’opera d’arte ci ha fatto conoscere che cosa le scarpe sono in verità’.

Mi sono permesso di citare lungamente le parole di Heidegger poiché non solo danno il senso profondo del dialogo fra calzature e opere d’arte, ma soprattutto ci permettono di comprendere in pieno il ruolo dell’arte (non solo pittorica ovviamente, ma espressa attraverso qualsiasi medium) nel mondo di oggi. Arte che non è più espressione del potere politico e religioso come nelle età preindustriali o semplice mezzo narrativo, ma il prezioso strumento che, ‘contro ogni apparenza iniziale’, serve alla migliore comprensione di ciò che il mezzo è: ‘è solo nell’opera e attraverso di essa che viene alla luce l’esser-mezzo del mezzo’.

L’intervento dell’artista quindi è la chiave di volta, è grazie alla sua mano che gli oggetti esposti funzionano ed esprimono la loro verità.

E’ così che, all’interno del percorso espositivo di ‘Tacco Quindici’, il maestro torinese Giorgio Ramella ci trasmette il profumo dello studio dell’artista e l’espressione della propria ricerca sul colore tramite la rappresentazione delle proprie scarpe poggiate su un tappeto lilla. Le calzature sono sporcate dalle gocce del colore ad olio, calpestato dallo stesso artista come mostrano le suole variopinte: per Ramella il colore è la vita e le calzature così rappresentate ci fanno immaginare, sognanti, il paziente lavoro di fronte alla tela.

Franco Rasma è presente con un’opera onirica, caratteristica della sua poetica intima e al contempo drammaticamente ossessiva. La composizione è incentrata sui contrasti chiaroscurali, sulle figure che come ombre si stagliano sulla tavola descrivendo un racconto del tutto personale, sospeso tra sogno e realtà.

L’ombra e la ricerca della sua più pura rappresentazione pittorica è caratteristica anche dell’opera del ferrarese Marco Pellizzola che in mostra espone un’installazione composta da due parti, una scultorea rappresentata da un sandalo femminile – il cui vertiginoso tacco a spillo è composto da un chiodo dorato – ed una pittorica rappresentata da una tela a muro. Quest’ultima esibisce la proiezione dell’ombra del sandalo, espressa nel caratteristico modus di Pellizzola: il fondo di un luminoso carta di zucchero fa risaltare, quasi ovattata, l’ombra nera della calzatura sulla quale però resiste al buio la parte superiore del chiodo in foglia d’oro, come in un ritaglio di pala d’altare tardogotica.

Marcovinicio, moderno interprete della poetica di Giovanni Segantini – come riconosciuto dagli stessi eredi del grande artista originario di Arco – ci dona il senso della vita alpina fatta di silenzi, onestà, amore per le cose semplici, in contrasto con le frenetiche ossessioni della realtà metropolitana. Nell’opera si palesa anche il desiderio di Marcovinicio di recuperare e rinnovare la pittura medievale: la montagna rappresentata in alto è un omaggio ai fondali rocciosi giotteschi.

La modenese Chiara Ferrin, fotografa di scena, espone uno scatto che ritrae un passo di danza cinquecentesca, riprodotto da Francesco Bocchi, danzatore esperto di danze antiche. Le scarpe ritratte, oltre che riprodurre fedelmente un modello originale dell’epoca, ci trasmettono, grazie alla maestria dell’artista, la loro funzionalità, il senso della loro esistenza, il ruolo legato alla danza, il dinamismo.

Il bolognese Graziano Spinosi presenta un’opera del 1997, Santa Teresa Shoes, parte di una serie di lavori dedicati alle scarpe come rappresentazioni di un viaggio interiore, un viaggio a piedi, come scrive Raffaele Gavarro, ‘ in cui i luoghi sono testimoniati dalla materia delle suole e delle tomaie, diversi per ogni luogo attraversato, un viaggio nell’amore e nel dolore’. Il dolore interiore è rappresentato dall’opera in mostra in cui i sandali della santa simbolo della Controriforma sono ruvidi intrecci di trame in ferro, quasi una secolare reliquia.

Proprio Reliquia è il titolo dell’opera di Paola Babini, un paio di candide calzature femminili contenenti della garza e dei chiodi e custodite in una teca in plexiglass. Come ha scritto Viviana Siviero, per Babini la scarpa è un oggetto squisito che attraversa la storia e asseconda la propria sensibilità femminile, utilizzata per evocare la memoria di un’esperienza, essa stessa felice o dolorosa come nel caso dell’opera in mostra.

Un viaggio interiore è rappresentato anche dall’opera del trentino Luca Marignoni dove una scultorea calzatura in marmo porta incisa sulla suola la scritta ‘Nessuno se ne va mai veramente’, una frase del compianto fondatore del grunge rock Kurt Cobain. Quasi un epitaffio per un’opera che ci pone di fronte al tema forte della morte e dei ricordi nei vivi che possono rendere immortali.

La mosaicista Marica Pelliconi tradisce la formazione ravennate nella propria opera nella quale riveste un paio di scarpe da basket con un mosaico che riprende particolari della decorazione delle volte del mausoleo di Galla Placidia: anche in questo caso il richiamo è ad un viaggio esistenziale che può andare oltre la morte.

Pietro Weber espone un’opera in ceramica semirè smaltata, un alto stivale verde smeraldo che pare trasformarsi in una fantastica architettura orientale, arcigna come una torre di vedetta ed al contempo sfarzosa come le decorazioni di un tempio induista. La vibrante luminosità della scarpa di Weber dona vitalità ad un’opera che nell’attenta osservazione pare avere una metamorfosi continua, fino a divenire antropomorfa.

L’opera di Weber è in dialogo con altre due opere ceramiche di giovani artisti piemontesi: Giulia Parisi presenta una scultura richiamante una calzatura medievale, dove al centro domina la libera creazione artistica e un senso di dinamicità quasi futurista, mentre Simone Scardino espone un cangiante e consunto scarpone da contadino, quasi simbolico tramite tra la terra e l’uomo.

La bolzanina Eleonora Cumer presenta un’opera puramente concettuale, un’installazione composta da cinquantatré agende dipinte e stampate a caratteri mobili. I caratteri impressi compongono il titolo Scarpe? (non tutti hanno le scarpe ai piedi); l’artista vuole in questa maniera ricordarci come sia per noi ovvio indossare un paio di scarpe, tanto che esse sono diventate quasi parte integrante del nostro corpo, ma come ciò non sia nel mondo ovvio per tutti, in particolare in quelle realtà in cui per cultura e soprattutto per povertà non ci si può permettere di calzare un paio di scarpe.

Le finlandesi Emma Ronnholm e Salla Vapaavuori presentano l’elegante installazione Pacemaker, composta da un orologio a pendolo ottocentesco i cui bilancieri sono sostituiti da due vecchie forme in legno da calzolaio. Il tema è evidentemente quello dello scorrere incessante del tempo e del viaggio inesorabile che ognuno di noi compie.

Il grande scultore Kengiro Azuma, che onora questa mostra con la sua opera dedicata, presenta tre disegni a matita su carta nei quali, con l’umanità ed il senso della spiritualità che al contempo lo contraddistinguono, descrive le ‘gheta’, tradizionali zoccoli giapponesi in paglia di riso e legno leggero.

La milanese Cristina Mustaro espone un’installazione con un video proiettato all’interno di una valigia: il video è composto da una successione di frame creati fotografando opere a collage e tecnica mista della stessa artista, immagini in cui essa descrive le proprie gambe, i propri piedi scalzi o muniti di scarpe, come se li stesse osservando direttamente.

Luigi Stoisa realizza l’opera I passi, un’installazione con una tela libera attorcigliata che termina in una scarpa, come fosse una gamba femminile. Sulla tela l’artista tratteggia a carboncino un corpo femminile, quasi uno studio michelangiolesco. L’insieme è a metà tra pittura e scultura, tra finzione e realtà, è la vita che si fa arte in un gioco di specchi e rimandi.

Corrado Levi, tra le figure più interessanti nel panorama artistico internazionale contemporaneo, ci fa omaggio di un ironico e giocoso disegno a pennarello dedicato alla scarpa.

Da importanti collezioni private provengono infine una serie di opere di grandi autori del Novecento che si sono confrontati con il tema della calzatura o che hanno in vario modo creato un legame con essa.

Una tempera di Andy Warhol della metà degli anni Cinquanta, rappresentante una scarpa femminile ed una sgargiante calza decorata, ci ricorda che il grande artista americano esordì come stilista presso una fabbrica di calzature.

Di Daniel Spoerri, poliedrico artista fondatore nel 1960 del Nouveau Réalisme e negli anni Settanta della Eat Art, è esposta una surreale scarpina in bronzo dipinto del 2007.

Del 1963 è invece una tempera e china su carta di Renato Guttuso, intitolata Le relazioni umane, dove in maniera provocante ma al contempo drammatica è rappresentato un gruppo di prostitute seminude, dai corpi slanciati da scarpe con tacchi vertiginosi: calzature qui come feticci, come simboli di erotismo.

Di due anni più tardi l’opera in mostra del francese Arman, amico di Spoerri e membro del gruppo del Nouveau Réalisme: la scarpa tagliata a metà fa parte della sua poetica del periodo, della critica al consumismo, descritta attraverso l’accumulo di oggetti di uso quotidiano e la loro distruzione.

Tre opere provenienti dalla collezione del compianto Oliviero Dusini, create utilizzando cuoio e scarti dei pellami provenienti dall’antica conceria attiva a Cles lungo tutto il XX secolo, che è stata fra le principali produttrici nazionali di cuoio per le suole delle calzature. Lo stesso Oliviero Dusini, non solo grande collezionista ma esso stesso artista tutto da indagare, dipinge in maniera sognante, a metà strada tra Klee e Licini, una pelle conciata in cui sottolinea i segni rimasti di tre tagli cesarei. Giò Pomodoro scegli una pelle conciata di scarto per un ready-made del 1971 dedicato a Cles.

Infine il grande Umberto Mastroianni esprime la sua caratteristica energia e l’amore per il dinamismo post futurista attraverso imprevedibili interventi pittorici su un elemento in cuoio piegato e inciso.

Cammina, cammina

Genesi. L’evoluzione umana passa per due passaggi: l’indipendenza del pollice dal resto della mano; la posizione eretta. Nell’uomo le mani e i piedi hanno una vita autonoma, con funzioni proprie, distinte. Con le mani l’uomo costruisce, con i piedi cammina, guardando il creato dall’alto al basso. Il cambiamento di prospettiva permette all’uomo di dominare le cose e le creature con lo sguardo. La spina dorsale è uno spillo che unisce l’uomo alla terra e al cielo: l’uomo è un ponte verticale.

Alfabeto. I piedi sono importanti quanto le mani. Anzi, di più. Senza i piedi, l’uomo cade, diventa serpente – non ha la facoltà di fare delle proprie ossa radici, evolvendo in albero. Come si leggono le mani, nei cui scavi, si pensa, è ossidato il nostro destino, così si studiano i piedi. Secondo la riflessologia plantare, la superficie del piede riproduce la mappa del nostro corpo, in scala. Che memoria di passeggiate preumane hanno i nostri piedi? Probabilmente, i segni incisi sul piede sono la previsione di tutti i nostri viaggi. Raffigurano un viso. Quello che saprà, forse, aderire al nostro.

Levitazione. Le scarpe sono architetture audaci in cui l’uomo esaspera il proprio genio. Camminare con la pianta del piede al suolo non ci rende diversi dalle altre bestie, ci apparenta orribilmente alle scimmie. La scarpa è un segno di civiltà, di dominio sulla natura dei destini: grazie alla scarpa l’uomo marcia senza toccare direttamente la terra. La terra è il suo dominio, ed egli levita. Vola. Creatura di poco inferiore agli dèi.

Nudità sacra. Slegarsi i sandali e camminare nudi è un gesto scandaloso. Nel capitolo 20 del libro del profeta Isaia, Dio intima al suo profeta: “‘Va’, lèvati il sacco dai fianchi e togliti i sandali dai piedi!’. Così egli fece, andando nudo e scalzo”.

Vagare scalzi è una disciplina, in questo caso è un simbolo: come Isaia “è andato nudo e scalzo per tre anni”, così i popoli d’Egitto e d’Etiopia saranno svergognati dagli Assiri, imprigionati, deportati “giovani e vecchi, nudi e scalzi e con le natiche scoperte”. Per gli uomini del mondo la nudità del piede è nudità assoluta, imbarazzo, vergogna, prigionia nella sconfitta. Al contrario, gli uomini di Dio devono necessariamente essere scalzi, a contatto con la creazione, per detonare la parola divina: “perciò farò lamenti e griderò/ sarò scalzi e nudo/ scaglierò ululati da sciacallo/ urla simili a quelle degli struzzi”, scrive Michea.

Nudità erotica. Il piede è la chiave di accesso al corpo intero. Ne è, per così dire, la serratura e il rebus. Spiando dal buco della serratura si ammira parzialmente l’intimo di una stanza: così dal piede si può capire la personalità di un uomo, il suo segreto. La scarpa, inoltre, ha la stessa funzione gemellare che possiede l’ascendente per chi ragiona in astrologia: delinea il carattere evidente, primo, di chi la indossa. Noi non siamo soltanto come ci descrivono gli altri, ma siamo, soprattutto, l’idea che vorremmo gli altri abbiano di noi. Gli abiti dicono di noi al prossimo: “voglio che tu mi consideri così”. La scarpa è un segno più nascosto – ma anche più feroce. Soltanto ai rari è concesso togliere le scarpe a un uomo, a una donna.

Il piede, con o senza scarpe, può essere adorato come un Graal. Lo scrittore che ha reso sublime il feticismo del piede è il giapponese Jun’ichiro Tanizaki. Genio delle ossessioni erotiche, ai Piedi di Fumiko ha dedicato un celebre racconto, ne Il demone ha sancito che il piacere coincide sempre con il dolore tangenziale alla morte (“Teruko saliva più volte al giorno a trovarlo. Sentendo camminare intorno al suo letto quella giovane donna, a Saeki sembrava di essere calpestato dai suoi larghi piedi”), nel Diario di un vecchio pazzo ha sacralizzato, con demonica audacia, il piede (l’amore delirante del vecchio per la nuora trova osceno compimento quando costui decide di imprimere la tracce dei piedi superbi di lei, da cui trarre il monumento e “farci seppellire sotto le mie ceneri. […] Quando sarò morto non potrà non pensare: ‘Quello stupido vecchio dorme sotto i miei piedi bellissimi. E anche adesso sto calpestando le ossa di quel povero vecchio sotto terra’. Ne godrà, sì, ma dovrà per forza vincere un senso di intensa repulsione”). Essere soggiogati, mordere le scarpe dell’amato-nemico è una religione.

Meglio scalzi. La calzatura distingue un destino. Nella prima regola fissata da San Francesco, la non bollata (cioè, non autenticata dal Papa), il secondo capitolo narra Dell’accettazione e delle vesti dei frati. Inabissarsi nella fraternità è possibile a patto che il fedele “venda tutte le cose sue e procuri di distribuire tutto ai poveri”. Spoglio dei propri averi, il fedele deve spogliarsi delle proprie vesti – e delle calzature. Dal ministro dei frati costui riceve la divisa dei francescani: “due tonache senza cappuccio e il cingolo e i calzoni e il capperone fino al cingolo”. Basta. Non sono previsti calzari.

Camminare a piedi nudi significa benedire la terra su cui si cammina, condividere l’atavica sofferenza del creato. Quasi subito, si opta per la variante dei sandali. Comunque, il piede non deve essere nascosto, ma disposto al cielo. Intorno ai calzari possono sfociare scismi. Lo spagnolo Pietro d’Alcàntara, nel XVI secolo, promosse una riforma francescana in senso penitenziale, fondando i frati minori scalzi. Questa ispirazione trovò successo nell’opera mistica di Teresa d’Avila e di Giovanni della Croce, che riformarono i carmelitani in forma di “scalzi”. Tra carmelitani “scalzi” e “calzati” (disobbedienti alla riforma) scalpitarono offese, lotte, dissidi. La nudità è un segno di purezza o di lussuria?

A piedi nudi nel parco. I frati pensano di aderire con più perfezione a Dio senza scarpe. Al contrario, chi indossa le scarpe con il tacco guarda dall’alto in basso il resto del mondo. O meglio, vuole essere guardato. Gli stivali dei cow boy permettono di dominare cavalli e mucche, di esercitare la violenza del duello. Nelle aule delle corti europee, il tacco dona nobiltà all’uomo e superba leggiadria alla femmina. Il tacco femminile, che si riduce a una lama, a qualcosa che sa ferire e mortificare, energizza i muscoli, rende limpido il polpaccio, vivida la coscia. Conduce la gamba a proporzioni feline. La vamp Jane Fonda, sex symbol mondiale nelle fantascientifiche vesti di Barbarella, è la stessa che nel 1967 costringe il rigido Robert Redford a correre A piedi nudi nel parco. La scarpa pronuncia sensualità improvvise: ma nel parco, un ritorno al giardino di Eden, bisogna spogliarsi.

Le sacre verità (popolari). Di un lavoro compiuto con scarso talento, si dice che è “fatto con i piedi”. D’altra parte, è complicato camminare con le mani. L’inversione dei ruoli – il piede che compie il mestiere della mano – è innaturale. D’altronde, non fa mai piacere avere qualcuno “tra i piedi”, né che qualcuno ci metta “i piedi in testa”, intorno alla geografia degli arti inferiori fiorisce una rissa di detti popolari. “Tenere il piede in due scarpe” è un atteggiamento che merita indignazione – meglio la nudità santa dei profeti, il rifiuto di tutte le scarpe; “stare con i piedi per terra” è invece l’orgoglio del razionalista, mentre ridursi a essere un “leccapiedi” è quanto di più vile possa esserci. Forse. L’abito feticista e l’ambizione religiosa ritengono che baciare i piedi sia un atto perfetto, perché i piedi sono la quintessenza dell’uomo.

Piede divino. Essere trattati come una “pezza da piedi” significa che il prossimo ha di noi una idea pessima. Dipende, però, dai piedi intorno a cui si strofina la pezza. Uno dei brani più sconvolgenti del Vangelo di Giovanni è nel capitolo 13, la “lavanda dei piedi”. Gesù “si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui era cinto”. I piedi hanno la dignità di un volto, ciò che per il mondo è un atto di umiltà, di sottomissione, per il cristianesimo è un gesto connaturato, di nobiltà, di forza. “Un servo non è più grande del suo padrone”, spiega Gesù, che “li amò fino alla fine”. Dio parla toccandoci i piedi, pretende che ci denudiamo, relegando le scarpe, le calze, al domani, quando la terra sarà più abitabile.

Piede dorato. Ogni disciplina sportiva ha delle calzature particolari, mistiche. Le scarpette chiodate di Usain Bolt sembrano possedere il carisma della velocità. D’altronde Abebe Bikila, il leggendario corridore etiope, conquistò la maratona olimpica di Roma, nel 1960, senza scarpini, dimostrando l’inutilità della tecnica al cospetto della natura, della naturalezza. Ci sono scarpe per i cestisti, che serrano la caviglia e rendono adatti al volo, e quelle per astronauti, che atterrano su pianeti ignoti o agevolano il vagabondaggio in assenza di gravità, ci sono scarpe per sciatori, ciclisti, canoisti, scalatori. Ci sono anche le scarpette papale, adatte al bacio del devoto. L’importante è che il piede sia custodito nella teca della scarpa. Nel calcio la scarpa deve aderire fino a rispecchiare la natura ossea del piede. La Scarpa d’oro viene assegnata al calciatore che in Europa segna più reti: con i piedi avvolti nella scarpa Maradona, Platini, Baggio, Messi sono riusciti a fare meraviglie. Il piede, in rari momenti, ha più intelligenza delle mani, è analogo alla mente, è superiore.

Scarpe artistiche. Bisognerebbe scrivere una storia dell’arte a partire dalle scarpe. La mano dell’artista è riconoscibile, tipica, dalla maniera con cui decritta, decreta e consacra le scarpe. Diego Velázquez è geniale nel delineare gli stivali (quelli di Pablo di Valladolid, ad esempio), l’eleganza sobria degli scarpini (quelli di Filippo IV e del buffone che interpreta Don Giovanni d’Austria), le pantofole sdrucite di Esopo. Tra la babbuccia dell’inquieto Paolo III di Tiziano e i sandali del San Rocco del Parmigianino (eccellente pittore di piedi), forse, si sviluppa il camminamento della storia dell’arte italiana. Una storia che andrebbe definita per iconografie: quella di San Girolamo, assai ricorrente, è esemplare. Di solito il micidiale teologo è raffigurato scalzo, penitente, rude (in Leonardo e Bellini e Foppa e Pinturicchio, ad esempio); quando è “nello studio”, con scafandro vescovile (Antonello, Ghirlandaio, van Eyck), i piedi sono invisibili, annegati nella stola rossa, che simboleggia lo sposalizio con Dio. Noi immaginiamo scarpe riccamente istoriate, ma ormai a Girolamo non servono più i piedi per raggiungere la Gerusalemme Celeste.

Scarpe filosofiche. Le scarpe più importanti per la storia dell’arte sono quelle di Vincent Van Gogh. Il pittore prediligeva come soggetto le scarpe – senza distinguerle dai girasoli o dai fatidici corvi. In quelle scarpe, è possibile vedere cieli stellati. Van Gogh ha realizzato diversi Un paio di scarpe, uno di questi serve a Martin Heidegger per ragionare su L’origine dell’opera d’arte. “Sotto le suole trascorre la solitudine del sentiero campestre nella sera che cala. Per le scarpe passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito douindi
no di messe mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Dalle scarpe promana il silenzioso timore per la sicurezza del pane, la tacita gioia della sopravvivenza al bisogno, il tremore dell’annuncio della nascita, l’angoscia della prossimità della morte”. Attraverso le scarpe di Van Gogh, Heidegger indossa l’intera storia dell’arte, che forse nasce quando il primo uomo ha usato cortecce bombate e radici sottili per costruirsi una calzatura, con sfoggio di creatività. Per Heidegger le scarpe di Van Gogh ci conducono alla verità, “nel quadro di Van Gogh si storicizza la verità”. In un misero, sconfitto, smussato paio di scarpe è racchiusa la vita e la morte, la verità.

Residui. Un’amica si dirige ogni settimana in una conca sul mare Adriatico. Vi si giunge soltanto a piedi, per un sentiero. Di lato, precipita la roccia, gialla e friabile, in una esplosione di ginestre. L’ansa si trova sotto il santuario di Casteldimezzo, in provincia di Pesaro, che custodisce un Crocefisso di legno, del XV secolo, di commossa fattura. La leggenda racconta che il Crocefisso sia giunto dal mare, tradotto nella chiesa dalla conca dove sosta la mia amica. Lei raccoglie ogni settimana un altro tipo di reliquie. Raccoglie scarpe. Giungono da chissà dove, di ogni foggia. Suole ricavate da pneumatici, sandali costruiti con i relitti di una scarpa e un grumo di spago. Una scarpa non esiste, il sale ne ha divorato un lato, sembra una mascella spaccata. Dopo aver raccolto le scarpe, le porta a casa, le lava, le sistema. “Da dove provengono, a chi appartengono, che strade hanno percorso? Cerco di ricostruire queste storie”, dice. La scarpa, in effetti, è un segno di identità. A differenza delle vesti, che si adattano alla forma di chi le indossa per poi, smesse, riprendere la loro – e poi, indifferenti, pigliare quella del prossimo che le indossa – innocua, simile a vento, la scarpa conserva l’immagine del piede che ha custodito. Simile alla nostra impronta digitale.

Disciplina della traccia. La nostra storia è una vicenda di esodi, ritorni, viaggi. Odisseo viaggia per tornare a Itaca dopo aver marciato per assediare Troia; Enea è il migrante che dalle coste turche approda in Tunisia, poi in Italia – un eroe senza ritorno. La Bibbia si realizza nell’Esodo, la marcia nel deserto riprodotta in scala dalla “fuga in Egitto” di Gesù, per scampare dagli infanticidi. D’altronde, Dio pretende il nomade di Ur, Abramo, obbliga il solo giusto setacciato, Noè, al vagabondaggio nell’ignoto marino. Ai discepoli Gesù intima di irradiarsi nel mondo nudi, senza sacca né vesti di troppo. Di questo esodo in assenza di terra promessa – poiché il solo approdo è l’uomo – è figura l’arte. Per un artista la scarpa è la sfida di raffigurare la propria fuga. In Vertigini, romanzo del 1995, W. G. Sebald riemerge da uno stato di afasia, di assideramento della volontà “alla vista delle mie scarpe scalcagnate”. Come se le scarpe lo rispecchiassero, trova la forza di reagire al brancolare nel nulla, al formicolio del niente. Il perimetro artistico concede tutto: il calco ligneo di una scarpa che dà ritmo a un pendolo, l’incavo dello scarpino occluso dal cemento, le scarpe sedotte dal gatto di Rasma – calzature indotte dalla tenebra – quelle colorate, in opposto, da clown di Giorgio Ramella; le calze di Cristina Mustaro che sembrano adatte a Schiele e gli scarponi gonfi di scalati e di micidiali ascensioni di Marcovinicio… Di solito gli artisti si difendono dipingendo meravigliose mani. La scarpa obbliga alla propria singolare oscurità e bassezza. Inaugura la disciplina della marcia: che tracce lasciamo su sabbia, neve, fango? L’opinione del piede è equivalente a quella della suola.

Nel mezzo del cammin. Non c’è bisogno di risvegliare Dante: tutti abbiamo dei mondi, celesti e sotterranei, da attraversare. Per questo è bene avere delle ottime scarpe (a prestar fede alle immagini di Gustav Doré lo spirito di Virgilio è classicamente scalzo, ma Dante ha dei calzari fragili, sembrano dei cappelli adattati alla bisogna, possono cadere da un momento all’altro e lui, il poeta, piantarsi lì, radicarsi negli oltremondi del pianto e della nostalgia), adatte al piede come al cervello. Cammina, cammina… registrano le favole, a precedere il meraviglioso. L’unica meta, in questa vita, è il vagabondaggio; coltivarlo è una felicità.


© Gazzetta delle Valli - Testata registrata in tribunale, direttore responsabile Alberto Panzeri - P. IVA 03457250136