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Manifestazione pacifica e partecipata a Pietramurata

In risposta al gruppo di naziskin che si è ritrovato nel pomeriggio

DRO (Trento) - Una piazza viva, democratica, antifascista. Grande partecipazione a Pietramurata, insieme a tante persone, per una manifestazione pacifica e partecipata che sta riempiendo il corteo di voci, colori ed energia. Presenti esponenti politici bypartisan di Trento e del Trentino, tra cui sindaci e amministratori locali.
Un Trentino aperto e democratico, che non lascia spazio alla nostalgia nazista e fascista. E oggi la folla che ha partecipato alla manifestazione di Pietramurata ha detto "no", con serenità e determinazione, alla riunione naziskin.

Intervento di Giuseppe Ferrandi
"In questi giorni in molti ci siamo ricordati di quella mitica scena del film “The Blues Brothers”. I due fratelli Elwood e Jake, interpretati rispettivamente da Dan Aykroyd e John Beluschi, si imbattono in una manifestazione del Partito socialista americano dei bianchi. Un agente di polizia informa i due fratelli che “quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una manifestazione”, Jake chiede “quali figli di puttana?”, l’agente risponde “Quegli stronzi del partito nazista”, Elvood scandisce. “i nazisti dell’Illinois” e Jake, John Beluschi, conclude: “Io li odio, i nazisti dell’Illinois”.
La loro macchina, la leggendaria Dodge Monaco, ingrana la marcia e i nazisti, che occupavano la sede di un ponte, finiscono in acqua per non essere investiti con le loro svastiche.
Provo una certa soddisfazione personale nel pensare a quella scena. E penso alle tantissime occasioni in cui il cinema, la musica, la letteratura di tutto il mondo hanno contribuito a formare delle barriere di contenimento, a costruire dei fossati e delle grandi muraglie contro chi continuava a richiamarsi al fascismo, al nazismo, al suprematismo bianco. E lo hanno fatto anche con le sottili strategie dell’ironia.
Ovviamente l’ironia e lo sberleffo nel nostro caso non bastano. Indubbiamente qualche passo indietro c’è stato (a livello generale) nel livello di allerta, di attenzione, di reazione, di vigilanza. Viviamo in un mondo che sembra aver smarrito alcuni punti di riferimento, molte parole fondamentali si sono svuotate del loro significato. Sembra che non abbiamo più capacità di presa e di significato. Ad incidere su tutto ciò, e a rendere ancor più urgente questa presa d’atto, sono i mutamenti di scenario che stanno investendo la politica, le regole del gioco, la stessa legittimazione della democrazia. Questi mutamenti non sono superficiali e si possono cogliere a occhio nudo nella nostra Europa, negli Stati Uniti, in molte parti del mondo.
Ridare significato al nostro lessico politico, valorizzare quel patrimonio di storia e di esperienze collettive che hanno caratterizzato il nostro vivere civile, il nostro modo d’essere comunità, il nostro modello di autogoverno e di autonomia. E’ evidente che questo patrimonio di storia, che dobbiamo conservare e valorizzare con cura, è tutt’uno con l’impegno per la pace, per il rispetto dei diritti delle minoranze, per la solidarietà e la giustizia sociale. Tutto ciò è esplicitamente etichettabile come antifascismo? Non credo sia possibile farlo, forse non è nemmeno utile.
E’ più interessante constatare quanto questo patrimonio di storia e di esperienze collettive, che hanno caratterizzato il nostro Trentino, siano espressione di sentimenti popolari profondi e di idee portanti.

Il primo sentimento è quello contro le guerre, contro il bellicismo, contro i nazionalismi. Nazionalismi al plurale perché questa nostra terra è stata contesa da sud e da nord, è stata investita da due spaventosi conflitti il primo dei quali, la Grande Guerra del 1914-1918, ha portata a conseguenze devastanti sulle classi di leva, ma anche sulla popolazione civile. Pensiamo ai più di centotrentamila trentini divenuti, dalla sera alla mattina, profughi, meglio ancora “spostati” verso le regioni del Regno d’Italia e in maggioranza verso i territori interni dell’Impero.

Il secondo sentimento è quello derivato dall’esperienza migratoria. E’ un territorio e un’economia devastata quella che si presenta dopo il 1919 e negli anni venti. Già prima della guerra l’economia trentina era in crisi, l’agricoltura era per lo più di sussistenza. Successivamente, e fino alla seconda metà degli anni sessanta, la situazione non mutò, producendo nuovi flussi migratori che svuotarono paesi e valli del Trentino.
Potete capire quando stridente sia il concetto di “remigrazione” per un popolo che ha vissuto pienamente e drammaticamente l’esperienza dello spostamento coatto (durante la prima guerra mondiale) o quella migratoria, ancor di più quella assistita e promossa direttamente dalle amministrazioni pubbliche come nel caso del Cile negli anni cinquanta del novecento.

Il terzo sentimento è quello che si è forgiato nelle esperienze di partecipazione politica che hanno permesso al Trentino di definirsi, fin dall’inizio del ‘900, laboratorio politico. Mi riferisco al popolarismo cattolico e al socialismo. Al loro radicamento nelle masse e alla loro contributo fondamentale dato nel rafforzare un profondo sentimento di estraneità e di “resistenza” al fascismo, che in alcuni casi si è palesato come antifascismo organizzato. Cito solamente un fatto storico e un personaggio: negli anni venti, dopo il delitto Matteotti, la visita nel Basso Sarca di Giuseppe Di Vittorio, dirigente del partito comunista e grande leader sindacale; il personaggio è invece don Vittorio Pisoni, il prete antifascista originario di Lasino, l’animatore dell’associazione giovanile cattolica Juventus.
Il quarto sentimento è quello che ha caratterizzato e continua a caratterizzare (in modo particolare) l’Alto Garda: il sentimento di simpatia e di condivisione nei confronti della Resistenza.
Basta citare i caratteri che il movimento resistenziale ha avuto in questa zona. Il suo pluralismo: dai figli della montagna alle formazioni che si ispiravano al Partito comunista e alla sinistra organizzata.
Il quinto (e ultimo di questa elencazione) sentimento è quello autonomista. Non solo perché siamo alla vigilia del 5 settembre, dell’ottantesimo dell’Accordo di Parigi del 1946 che vide due antifascisti di provata fede essere protagonisti e firmatari di quell’accordo: Alcide De Gasperi e Karl Gruber. Ma perché l’autonomia, e prima ancora il “sentirsi autonomi” si collega alle tradizioni di autogoverno, di solidarietà, di responsabilità e di partecipazione che sono l’esatto contrario del brodo ideologico rappresentato da chi si proclama orgogliosamente fascista e nazista.
L’autonomia è tutt’uno con la democrazia. Il sentimento autonomistico è frutto di quei sentimenti che ho citato prima. L’autonomia non può reggersi e tutelarsi se non ponendo una barriera invalicabile contro chi vorrebbe realizzare il suo esatto contrario".
Ultimo aggiornamento: 03/09/2026 21:56

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