TRENTO - "
Niente comunisti, meglio se non propensi alle rivendicazioni sindacali e senza problemi di orientamento sessuale. Questo, nei desiderata del noto chef Paolo Cappuccio, era l’identikit perfetto della persona che poteva ambire a lavorare nella “brigata di cuochi” di un importante hotel di Madonna di Campiglio. Un annuncio che avrebbe dovuto tenere alla larga i “fancazzisti”, come li etichettava l’autore del post. Peccato che il testo dello chef stellato, e le successive interviste su media nazionali in cui rimarcava la propria idea, siano state definite discriminatorie dal Tribunale di Trento".

La Cgil del Trentino ha vinto il ricorso presentato, assistita dagli avvocati
Giovanni Guarini e
Alberto Guariso. Una sentenza “storica” quella scritta dalla giudice
Giuseppina Passarelli, tra le pochissime in Italia di questo tenore, in cui Cappuccio viene condannato per “il carattere discriminatorio” delle sue dichiarazioni e per le quali dovrà
risarcire al sindacato di Via Muredei una somma pari a 6mila euro, più le spese legali.
Il Tribunale ha stabilito, inoltre, che la sentenza dovrà essere pubblica su un giornale nazionale, Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole24Ore, La Stampa o il Fatto quotidiano. “
Non possiamo che dirci molto soddisfatti della decisione del Tribunale – ammette
Manuela Faggioni, che per la Cgil del Trentino ha anche la delega alle pari opportunità -.
Abbiamo scelto di presentare ricorso in coerenza con i nostri valori e con quanto prevede lo Statuto del nostro sindacato . Noi ci battiamo contro ogni forma di discriminazione.
Quelle parole sono state inaccettabili. Un lavoratore e una lavoratrice possono essere giudicati per le loro capacità professionali e le loro competenze, non certamente per la loro appartenenza politica o sindacale, né tanto meno per il proprio orientamento sessuale. E’ grave inoltre pensare e scrivere che chi si riconosce in pensieri politici di sinistra o non sia allineato ai gusti eterosessuali o peggio voglia far valere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sia un nullafacente”.
I fatti risalgono al 4 luglio dello scorso anno quando con un post sul proprio profilo Facebook Cappuccio rilanciava le caratteristiche che doveva avere, o non avere, chi intendeva partecipare alla selezione, promossa da lui, come chef o pasticcere per la stagione invernale in un albergo di Madonna di Campiglio. Contenuti, ripresi dalla stampa locali, ribaditi ad un’intervista su La Zanzara e su un articolo de Il Giornale.
La giudice ha "riconosciuto il carattere discriminatorio delle affermazioni, sostenendo che quelle parole costituiscono una discriminazione in materia di occupazione, in quanto stabiliscono una distinzione tra lavoratrici e lavoratori basata non su ragioni oggettive, impersonali e tecniche, ma su questioni che attengono la sfera personale dell’individuo. Queste dichiarazioni, ha chiarito la giudice, sono idonee a dissuadere le persone a presentare la propria candidatura. Contrastano altresì con il principio di eguaglianza e di solidarietà sanciti dalla nostra Costituzione, che non tollerano pregiudizi di sorta, vincolando l’iniziativa privata al rispetto dell’utilità sociale”.
La sentenza ha inoltre ammesso il titolo di Cgil ad agire in ricorso per tutelare un interesse collettivo, che "riguarda cioè non una singola specifica persona, ma un gruppo potenziale di individui, cioè le lavoratrici e i lavoratori".