TRENTO - Il ricordo di chi abbiamo amato è uno "straordinario inno all’umano", che si contrappone a un sistema vitale orientato a umiliare l'umanità per esaltare l'elemento tecnologico. È il cuore del messaggio che l'
arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, ha consegnato ai fedeli durante l'omelia per la solennità di Tutti i Santi, celebrata nel pomeriggio al cimitero monumentale cittadino nel giorno del suo 64esimo compleanno.
"Nessuna macchina potrà mai avere la forza di un volto che sorride, di una mano che asciuga le lacrime, di un abbraccio, di una carezza", ha affermato monsignor Tisi. L'arcivescovo ha sottolineato come i volti dei cari defunti, capaci di suscitare profonda nostalgia, rappresentino un canto di creatività in aperta antitesi rispetto alla
"fredda profilazione e all’omologazione del mondo digitale".
Nessuna intelligenza artificiale, ha aggiunto, "è in grado di generare la meraviglia di un cuore che si dona".
L'analisi del prelato si è poi spostata sul drammatico scenario globale, segnato da una crescente cultura della potenza e dalla "preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale". A questa deriva, Tisi oppone la "civiltà dell’amore" teorizzata da San Paolo VI durante la Guerra Fredda, intesa non come utopia ma come concreto terreno di fraternità tra i popoli.
La via per costruirla passa dalle Beatitudini, un manifesto che ribalta la tendenza denunciata nell'Enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV a semplificare la realtà per contrapposizioni. È necessario, secondo Tisi, abbandonare gli schemi del "prima io" e dell'"amico-nemico" in favore del "prima l'altro", dei "fratelli e sorelle" e del "mai l'io senza il noi".
L'omelia offre infine una rilettura del riposo eterno, lontano da un immaginario di statica quiete. La dimensione ultraterrena è descritta come "la danza delle differenze, nella quale il volto dell’altro genera continuamente novità, entusiasmo, relazioni vive". Una visione teologica che esige conseguenze tangibili nell'immediato: diventare donne e uomini allenati all'accoglienza, capaci di valorizzare le ricchezze culturali reciproche, "allergici alle ingiustizie" e instancabili nel soccorrere i più fragili.