TRENTO - In piazza Cesare Battisti come in un paddock di MotoGP, grazie all'evento con Andrea Dovizioso, ex pilota e più volte vicecampione nella classe regina del motociclismo mondiale, in dialogo con i giornalisti Matteo Solinghi, Lorenzo Baroni e Ruben Martini. 24 vittorie nel Motomondiale, un mondiale vinto a 18 anni (in classe 125, nel 2004) e un’avventura che continua ancora oggi, fornendo assistenza ai piloti e vestendo i panni di coach e collaudatore del team Yamaha.
Foto @ Martina Massetti - Archivio Ufficio Stampa PAT.

L’amore di una vita quello di Andrea Dovizioso per le due ruote. Una passione naturale e un’innata capacità di essere tecnico, meccanico, telemetrista oltre che pilota, anche di motocross. “Con le mani – ha raccontato il campione romagnolo – nei motori sempre e da sempre. Grazie anche al mio babbo che mi permetteva tutto.” Naturalmente, si diceva. “Senza mai cercare nulla. La sensibilità, l’orecchio son venuti da soli. E questa è stata la caratteristica, il tratto che mi ha più aiutato nella professione.” Dove, ha poi spiegato “il poco tempo a disposizione nei turni di test e nelle pause tra uno e all’altro mette in serie difficoltà il lavoro e il dialogo con ingegneri e tecnici.”
Il lavoro, il tantissimo lavoro che sta dietro le quinte di ogni piega, ogni gara o test. Anche di questo si è parlato perché la Ducati di oggi è il risultato di un progetto durato un decennio di cui Andrea Dovizioso è stato l’artefice, uno dei più importanti. “Abbiamo passato tanti anni tosti. Partendo dalla moto di Casey Stoner - l’unico capace di guidarla era lui – per uno sviluppo costato mesi su mesi. Con risultati progressivi. Arrivati dandosi tempo e lavorando su ogni aspetto. Fino a quando dal 2018 al 2020 siamo stati tra i più forti. Non i più forti, ancora. Ma lì con i migliori. Mentre oggi…” Il presente, già. Chi vincerà il Mondiale? Risata del Dovi, che ha risposto con diplomazia: “da appassionato sono felice di vedere almeno tre piloti a contendersi il titolo. Marquez è il più esperto e il più forte ma combatte con un limite fisico e la Aprilia è molto competitiva.” Finale tutto da giocare, dunque.
Così come il futuro. Altra domanda difficile: che stagione sarà la prossima con le nuove gomme? “Una rivoluzione. Anche se dovremo attendere qualche anno per vederne i risultati. Anche in ragione dei cambiamenti che saranno molteplici. Tornare indietro e rinunciare all’abbassatore? Per i piloti sarà più divertente, credo.” Divertimento. Come in pista. Ha ricordato Baroni come nel corpo a corpo Dovi-Marquez “e soffrivo perché con lui era durissima. Ma a volte ho trovato il modo, conoscevo il momento per attaccarlo e, a volte, mi è riuscito.” Anche se non c’era solo Marc. Ecco, chi erano gli altri, quali le loro caratteristiche principali? “In Lorenzo la determinazione, Stoner era il talento puro, il più bello in moto, di Rossi l’intelligenza, mentre Marquez era ed è il pilota completo. Poi c’era Pedrosa, lui mi ha fatto dormire poco la notte!” E c’era anche Marco Simoncelli, avversario fin da bambini “una sfida continua, dalla minimoto alla MotoGP, rivalità feroce. Avversari da sempre ma ci siamo, però, sempre rispettati.”
Progetti di ieri e oggi. Come il podcast dal titolo “04 bar” che riprende il suo numero di gara, e quello del suo nuovo progetto quel 04 Park - Monte Coralli “avevo un sogno – ha concluso Dovizioso - di creare un parco, un punto di ritrovo per gli appassionati, in mezzo al verde. Con una pista da motocross e luoghi di condivisione.” Un sogno realizzato. Come quello dei fan che al termine dell’evento hanno avuto l’occasione, lo spazio per un autografo, due chiacchiere, un selfie.
Danilo Petrucci il suo moto perpetuo, nel segno dell’allegria
Versatile e poliedrico. Danilo Petrucci, oggi pilota Rokit BMW Motorrad WorldSBK Team non ha mai posto limiti alla sua professione, non ha mai perso l’occasione di trasformare in opportunità ogni scelta, ogni bivio incontrato.
Dalla MotoGP al Campionato Superbike fino alla sabbia, al rally raid, la mitica Dakar. In moto perpetuo, dunque come il titolo del talk che lo ha visto protagonista della serata presso la sala della Filarmonica sul palco del Festival dello Sport di Trento, in dialogo con il giornalista Mario Salvini e un pubblico entusiasta, divertito e partecipe.
Accolto con un’esultanza del pubblico. E da una foto proiettata sul maxischermo alle spalle. “Iniziamo – lo accoglie Salvini - da qui. Da un’esultanza” sul podio del Mugello “talmente imbambolato che a un certo punto mi han detto, scendi che abbiam finito! E non capivo nulla ma sapevo che sarebbe stata dura salirci di nuovo.” Ha iniziato così Petrucci. “Per giorni come questo ce ne sono migliaia di quelli in cui rimpiangi di esser nato. Sono molte di più le giornate no, gli sbagli. Anche se sono poi quelli che ti fanno crescere. E io ho sbagliato talmente tanto che ho imparato a vincere.” Risata e applauso. Perché sul palco c’è persona e non il personaggio.
“La tua storia – ancora Salvini - non è quella del predestinato.” No “i miei genitori – prosegue Petrux - han fatto veramente tanti sacrifici. Ho iniziato a correre con il trial e poi sono passato al cross. Fino alla velocità, per volere e pazzia di mio padre che mi faceva provare di tutto. Cose che posso raccontare ora perché sono reati ormai prescritti.” Predestinato no, ma ironico sì. E tanto. “Sono arrivato al Motomondiale in un momento di altissimo livello. E ci dovevo credere tanto anche se spesso ho pensato di mollare. Poi, però, giorno per giorno ho lavorato e costruito.”
Nel 2011 - ha raccontato - i test con Ducati, il debutto con una moto scorbutica e la fatica di arrivare alla bandiera a scacchi. “Ma allora non ci pensavo. Non come ora che mi sento un po’ un nonno quando dopo la partenza e i primi giri in gruppo li vedo andare via. Ma dove vanno così di fretta?” Ancora risate in sala. E altra foto, il podio di Silvestone, nel 2015. Rossi primo, Petrucci secondo e Dovizioso terzo “partivo dalla casella numero 18. Un’impresa. Ma ci sono ancora persone convinte che io abbia agevolato la vittoria di Valentino. Che mi chiedono perché non l’abbia passato. Come fosse una cosa da nulla.” Un podio da sogno “eppure rimpiango di non aver goduto di più. Pensavo sempre al prossimo obiettivo, perdendo momenti che non sarebbero tornati.”
Come non ci ha pensato quella volta che Marquez e Dovizioso in un colpo solo, uno a destra e l’altro a sinistra, lo avevano sorpassato al Mugello. “Quella gara me la ricordo tutta. Soprattutto l’ultimo giro, quello del doppio sorpasso. E pochi metri dopo, l’errore di entrambi in curva, lasciandomi la porta aperta. Non ci credevo ma poi ho cominciato a vedere il traguardo. E da lì non mi ricordo più nulla. Troppa emozione. Anche perché erano anni, quelli in Ducati, in cui si vinceva un paio di gare l’anno.” La tempesta prima della quiete. Perché dopo l’avventura in Ducati ufficiale si è aperta una parentesi della carriera non proprio felice. Con un licenziamento dalla KTM arrivato in diretta televisiva e “da pilota ufficiale mi sono trovato cliente. Ma se vuoi, dissero, ti proponiamo la Dakar.”
Una offerta talmente folle che l’accetterà. “Mai guidato sulla sabbia – ha confessato Danilo Petrucci – ma sarà il male minore. Quella che ho vissuto, già nei giorni precedenti quando ho contratto pure il covid, è stata una tragicommedia.” Dalle caviglie rotte un mese prima al portafoglio perso insieme al telefono e al passaporto e una giornata di penalità “da terzo a sessantesimo in attimo. Mi son sentito perso anch’io ma ancora non ho mollato. Risalendo la china e la classifica, fino a vincere una tappa.” Applauso. Tra i tanti di una serata allegra, tra racconti di vita conditi dall’allegria che è il marchio di fabbrica di Petrux, pilota versatile e poliedrico. E molto simpatico. Una serata che ha avuto un finale a sorpresa “dopo l’avventura da redattore per la Gazzetta ho continuato a scrivere e tenere un diario.” E un progetto nero su bianco già in griglia di partenza? Il futuro è quanto mai incerto. “Ma farò – ha concluso Danilo Petrucci – qualcosa che mi dà gusto. Voglio fare cose che mi piacciono.”