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“Quando gli italiani smisero di essere sudditi del Re e diventarono cittadini”

mercoledì, 2 giugno 2021

“Oggi celebriamo la festa della Repubblica, nata il 2 giugno 1946. Per anni questo anniversario è stato trascurato, ricordato in tono minore, come se in fondo si trattasse di festeggiare una data inessenziale della nostra storia. In verità il 2 giugno di 75 anni fa accadde qualcosa di straordinario ed inedito, che aprì la strada a un rinnovamento politico, istituzionale e sociale inimmaginabile fino a pochi anni prima. Potremmo dire che il 2 giugno è la festa nazionale che più d’ogni altra celebra la capacità di cambiamento di un Paese che allora era in ginocchio e in macerie, con la dinastia dei Savoia ancora al Quirinale e le incognite di una transizione pericolosa in cui l’incertezza politica si mescolava alla dilagante miseria sociale.

Il 2 giugno fu dunque un tornante storico decisivo: l’Italia passò dalla monarchia alla Repubblica, da Paese fascista si trasformò in una nazione democratica; gli italiani smisero di essere sudditi del re e diventarono cittadini; le donne, che durante il fascismo erano state chiamate a donare le fedi nuziali e anche i figli al duce, votarono per la prima volta; dopo i lunghi anni di un regime che reprimeva ogni voce dissenziente, si tornò al pluralismo politico, che trovò espressione nelle diverse sensibilità rappresentate dalle donne e dagli uomini eletti nella Costituente. Se il fascismo e il nazismo avevano rappresentato la fine dell’umanità, gli italiani con la loro straordinaria partecipazione al voto dimostrarono che dalla guerra poteva e doveva nascere un mondo nuovo, anche solo per dare un senso ai tanti lutti e alle rovine di cui era disseminata l’Italia.

Credo che mai come oggi dobbiamo fare tesoro della lezione del 2 giugno e tornare a costruire il cambiamento insieme, rivitalizzando i luoghi del confronto democratico, le assemblee rappresentative, ma anche i partiti e l’associazionismo. La ripartenza e lo stesso rinnovamento dell’Italia previsto dal piano nazionale di ripresa e resilienza non possono decollare senza il coinvolgimento dei cittadini, senza il dibattito e anche la critica, indispensabili per indirizzare e accompagnare l’attuazione di progetti e riforme.

Nel “Sistema periodico” Primo Levi descrive la Resistenza come il riappropriarsi del diritto di parola. “Uscirono dall’ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri (…) Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent’anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata”.

Se il fascismo aveva bisogno di silenzio e di menzogne, di menefreghismo e indifferenza, oggi festeggiare la nascita della nostra Repubblica significa anche ribadire il nostro diritto-dovere alla partecipazione e all’interesse per la cosa pubblica. E, naturalmente, questa festa altamente simbolica serve anche a ricordarci quali sono i rami da cui discendiamo, a prendere atto certo di un passato che talvolta ci ha divisi, ma a far prevalere gli elementi che ci tengono uniti e le ragioni del nostro stare insieme. La più importante di tutti è la consapevolezza che oltre il perimetro democratico, al di fuori di quel sistema di principi e di garanzie fissati dai padri costituenti, non ci possono essere né giustizia né libertà e, in fondo, come ci insegnano i martiri dell’antifascismo, neppure una vita degna di essere vissuta.
Pochi giorni fa il presidente Sergio Mattarella ha definito la nostra Repubblica “un formidabile strumento di civiltà” e insieme “un cantiere” tuttora attivo, a cui tutti i cittadini sono chiamati a dare il proprio contributo. Sentiamoci dunque maestranze della nostra democrazia, eredi e custodi di quell’opera che donne e uomini della Resistenza prima e poi della Costituente hanno immaginato pensando alle generazioni future”, il sindaco di Trento, Franco Ianeselli.




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