TRENTO - Prodi e il “piano inclinato” di un’Europa senza direzione. Guerre regionali, nuove alleanze geopolitiche, crisi della rappresentanza democratica europea e rivoluzione tecnologica: il panel “Piano inclinato”, un dialogo tra Fabio Tamburini e Romano Prodi, ha offerto una riflessione ampia sui principali fattori di instabilità che attraversano il sistema globale. Nel confronto è emersa l’immagine di un sistema internazionale sempre più instabile, segnato dalla competizione tra potenze e dalle trasformazioni tecnologiche che stanno ridefinendo gli equilibri economici e politici globali. Una parte centrale del dibattito ha riguardato l’Europa, descritta come un attore ancora forte sul piano economico ma indebolito dalla frammentazione politica e dalla difficoltà di costruire una linea strategica comune.

Da qui, lo sguardo si è spostato sull’Italia, dove l’aumento delle disparità sociali e salariali, la crescente distanza tra cittadini e politica e l’astensionismo elettorale riflettono un clima diffuso di sfiducia e pessimismo verso il futuro ( Romano Prodi foto credit Michele Lotti, archivio Pat)
“Non può esserci un Festival dell’Economia senza Romano Prodi”, scherza Fabio Tamburini, direttore editoriale de Il Sole 24 Ore, aprendo il panel al Teatro Sociale. Ma il tono iniziale lascia rapidamente spazio a un confronto sui grandi elementi di instabilità internazionale. Il titolo scelto per l’incontro, “Piano inclinato”, richiama infatti un contesto geopolitico in cui le tensioni globali sembrano spingere il mondo verso scenari sempre più imprevedibili. Secondo il professore dell’Università di Bologna Romano Prodi, i rischi restano elevati, anche se negli ultimi sviluppi della crisi iraniana intravede alcuni segnali di possibile de-escalation che ci consentono uno spiraglio di ottimismo.
Stati Uniti e Iran, osserva, avrebbero oggi interesse a chiudere il conflitto per contenere costi politici, economici e strategici sempre più pesanti. In questo quadro, il ridimensionamento del ruolo israeliano nelle trattative renderebbe più praticabile una tregua tra Washington e Teheran, pur lasciando aperti forti elementi di instabilità regionale. Prodi sottolinea però anche gli errori di valutazione compiuti dagli Stati Uniti nei confronti dell’Iran: l’idea di poter indebolire il sistema colpendo la sua leadership ha finito, in un contesto teocratico, per rafforzare la compattezza nazionale attorno al regime invece che dividerla.
Un altro abbaglio strategico attribuito da Prodi all’amministrazione Trump riguarda il progressivo riavvicinamento tra Russia e Cina, accelerato proprio dalla pressione esercitata da Washington sul piano internazionale. Pechino, osserva, continua a mantenere con Mosca un rapporto pragmatico e fortemente sbilanciato, in cui la Russia assume sempre più il ruolo di partner subordinato. Intanto la crescita economica cinese e l’espansione della sua influenza commerciale stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri globali e i rapporti di forza tra le grandi potenze.
Tamburini richiama poi il crescente peso delle Big Tech e delle nuove tecnologie, evidenziando come pochi grandi gruppi privati concentrino oggi risorse economiche e capacità di influenza superiori a quelle di molti Stati. Prodi osserva che il controllo tecnologico e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale stanno aprendo scenari politici e sociali ancora difficili da prevedere, in cui il rapporto tra potere economico, informazione e democrazia rischia di diventare sempre più squilibrato. Ampio spazio viene dedicato anche al ruolo dell’Europa.
Secondo Prodi, il continente dispone ancora di una grande forza industriale ed economica, ma continua a mostrarsi politicamente fragile e incapace di agire come soggetto unitario. Il rischio, sottolinea, è che l’Europa perda progressivamente capacità negoziale sia nei confronti degli Stati Uniti sia rispetto alla Cina, proprio mentre si stanno ridefinendo le nuove regole dell’economia globale. Un’altra fragilità delle democrazie occidentali, osserva Prodi, è la crescita dei movimenti estremisti in diversi Paesi europei, il progressivo indebolimento dei tradizionali partiti democratici e la difficoltà dei governi di costruire visioni politiche di lungo periodo. In questo contesto, anche il progetto europeo appare meno coeso rispetto al passato.
E l’Italia? Le disuguaglianze economiche e sociali stanno diventando sempre più difficili da sostenere. Secondo Prodi, il nostro Paese e alcune democrazie occidentali stanno pagando il prezzo di decenni in cui la crescita delle disparità non è stata accompagnata da un adeguato progetto riformista. Questo clima alimenta sfiducia politica, astensionismo e radicalizzazione, rendendo più difficile affrontare le grandi trasformazioni economiche e geopolitiche in corso. A chiudere il panel è una riflessione sul futuro dell’Europa e della politica democratica.
Per Prodi, il problema centrale non riguarda soltanto la leadership, ma soprattutto la capacità di tornare a elaborare una visione collettiva del futuro. In assenza di un nuovo slancio politico e culturale, conclude, il rischio è che le società europee continuino a muoversi senza direzione lungo quel “piano inclinato” evocato dal titolo dell’incontro.