TRENTO - Il tema degli alberghi dismessi rappresenta, in diverse realtà del Trentino, una questione che non può più essere considerata soltanto privata o urbanistica. In molti territori, soprattutto montani e turistici, la presenza di strutture alberghiere chiuse da anni costituisce ormai un problema pubblico: degrado edilizio, perdita di decoro urbano, impoverimento del paesaggio, immobilizzazione di patrimoni familiari e freno a nuove iniziative imprenditoriali.

Il dato ufficiale maggiormente citato è la ricognizione 2022 dell’Osservatorio del paesaggio trentino, secondo cui in Trentino risultavano
143 strutture alberghiere dismesse da più di dieci anni, pari a oltre il
10 per cento delle strutture alberghiere presenti in provincia. Si tratta di un fenomeno non marginale, che interessa molte comunità locali e che, se non affrontato con strumenti adeguati, rischia di produrre effetti negativi sia sul piano urbanistico e paesaggistico, sia su quello sociale ed economico.
La dimensione del fenomeno è resa ancora più evidente dai dati relativi alle superfici coinvolte: queste strutture rappresentano complessivamente circa 6 ettari di superficie coperta, circa 19 ettari di superficie fondiaria, una superficie utile lorda stimata in circa 228.000 metri quadrati e un volume costruito pari a circa 685.000 metri cubi. È dunque un patrimonio edilizio già esistente, in larga parte inutilizzato o sottoutilizzato, che occupa superfici rilevanti senza produrre benefici né per i proprietari, né per le comunità locali, né per il territorio. In termini concreti, si tratta di una superficie fondiaria paragonabile a circa 27 campi da calcio, già occupata da edifici e pertinenze, che potrebbe essere recuperata senza consumare nuovo suolo.
La legge provinciale per il governo del territorio ha già introdotto alcune aperture in questa direzione. In particolare, l’articolo 119 della legge provinciale 4 agosto 2015, n. 15, come modificato dalla legge provinciale 15 aprile 2024, n. 4, consente in determinati casi il recupero degli alberghi dismessi, prevedendo anche l’utilizzo temporaneo per lavoratori e collaboratori di datori di lavoro pubblici e privati e, per le strutture la cui attività sia cessata da almeno dieci anni, la possibilità di imprimere all’area altre destinazioni urbanistiche mediante variante semplificata al PRG.
Questa previsione rappresenta un primo passo importante, perché riconosce che non tutte le strutture alberghiere dismesse possono realisticamente tornare alla funzione originaria. In alcuni casi, infatti, la riattivazione dell’attività ricettiva non è più sostenibile per dimensioni, localizzazione, caratteristiche dell’immobile, costi di adeguamento o mutate condizioni del mercato turistico. Accanto alla residenzialità per lavoratori, già considerata dalla normativa vigente, appare opportuno valutare anche una disciplina provinciale specifica che consenta, in presenza di precise condizioni e adeguate garanzie pubbliche, il recupero degli alberghi dismessi a fini di residenzialità stabile. Tale possibilità dovrebbe essere orientata non alla creazione di seconde case o di nuove forme di locazione turistica, ma alla produzione di abitazioni destinate alla prima casa, alla locazione residenziale stabile, al rientro o alla permanenza di famiglie, giovani nuclei e lavoratori nei centri abitati. In questo quadro, può essere utile guardare anche ad alcune esperienze regionali già esistenti.
"Tra queste, merita attenzione la disciplina adottata dalla Regione Liguria in materia di svincolo della destinazione alberghiera e di possibile trasformazione degli immobili a uso residenziale.
Tale esperienza non va naturalmente trasferita in modo automatico nel contesto trentino, che presenta caratteristiche urbanistiche, turistiche e territoriali proprie, ma può rappresentare un riferimento utile per valutare strumenti normativi equilibrati, fondati su convenzioni con i Comuni e su meccanismi capaci di riservare una quota degli alloggi alla prima casa per residenti, evitando trasformazioni speculative o meramente orientate alla realizzazione di seconde case. Una disciplina provinciale in questa materia dovrebbe quindi muoversi lungo una linea di equilibrio: da un lato consentire il recupero di immobili oggi inutilizzati, evitando nuovo consumo di suolo e restituendo decoro e funzione a edifici abbandonati; dall’altro introdurre vincoli chiari affinché tali interventi producano benefici reali per le comunità locali. In particolare, il cambio di destinazione d’uso a fini residenziali dovrebbe essere subordinato a una valutazione del Comune interessato, alla coerenza con gli strumenti urbanistici, alla verifica dell’impossibilità o non convenienza del recupero ricettivo e alla stipula di apposite convenzioni urbanistiche", spiegano i consiglieri provinciali Claudio Cia, Walter Kaswalder e Luca Guglielmi.
"Tali convenzioni - proseguono - potrebbero prevedere quote minime di alloggi da destinare a prima casa per residenti, locazione stabile o altre forme di residenzialità non turistica, nonché vincoli temporali adeguati per impedire l’utilizzo degli immobili come seconde case, alloggi turistici o locazioni brevi. Una simile impostazione consentirebbe di affrontare contemporaneamente più questioni: il recupero del patrimonio edilizio esistente, la riduzione del degrado nei centri abitati, il contenimento del consumo di suolo, il sostegno alla residenzialità stabile e il contrasto allo spopolamento, soprattutto nelle aree montane e periferiche. L’obiettivo non è aprire in modo indiscriminato alla trasformazione degli alberghi dismessi in appartamenti, ma costruire una via regolata, fondata sul principio che il recupero è ammissibile solo se produce residenza vera, vincoli pubblici e benefici concreti per le comunità locali".
Nella proposta di mozione i consiglieri provinciali Claudio Cia, Walter Kaswalder e Luca Guglielmi chiedono: "Valutare l’introduzione di una disciplina provinciale specifica che consenta, nei casi di alberghi dismessi da lungo tempo e non più realisticamente recuperabili alla funzione ricettiva, il cambio di destinazione d’uso a fini di residenzialità stabile, attraverso procedure urbanistiche semplificate ma controllate; prevedere che tale possibilità sia subordinata alla valutazione del Comune interessato e alla stipula di apposite convenzioni urbanistiche, finalizzate a garantire che gli interventi producano benefici concreti per la comunità locale; prendere a riferimento, tra le esperienze regionali già esistenti, anche la disciplina ligure sullo svincolo della destinazione alberghiera e sulla possibile trasformazione a uso residenziale, con particolare attenzione ai meccanismi convenzionali che riservano una quota degli alloggi alla prima casa per residenti; valutare l’introduzione di quote minime di alloggi da destinare alla prima casa per residenti, alla locazione residenziale stabile, a giovani nuclei familiari, lavoratori o persone che intendano trasferire stabilmente la propria residenza nel Comune interessato; prevedere adeguati vincoli anti-speculativi, escludendo l’utilizzo degli alloggi derivanti da tali interventi come seconde case, alloggi turistici o locazioni brevi, almeno per un periodo significativo definito dalla normativa o dalla convenzione urbanistica; promuovere, attraverso tale disciplina, il recupero del patrimonio edilizio esistente, il contrasto al degrado, la riduzione del consumo di suolo e il rafforzamento della residenzialità stabile, con particolare attenzione ai territori montani, periferici o soggetti a fenomeni di spopolamento".