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Movida e ritorno alla normalità non piacciono alla politica: 60mila assistenti civici per “colpire” gli assembramenti

domenica, 24 maggio 2020

Roma – Nessun ritorno alla normalità e nessuna assunzione delle proprie responsabilità, la politica preferisce seguire una linea di pensiero colpevolista ancora presente in molti italiani contro il ritorno alla normalità: l’ultimo episodio della lunga e non appassionante serie tutta all’italiana è la “movida” degli ultimi giorni, condannata nelle ultime ore da politici locali e nazionali. Un dietrofront non sarebbe contemplato (anche perché significherebbe assumersi delle colpe sulla linea tracciata fin dall’inizio dell’epidemia, molto più dura rispetto ad altri Paesi senza però raccogliere i frutti nemmeno dal punto di vista sanitario), anche se a un’opinione pubblica ancora scettica – chi vive il Paese in tutti i giorni – sono bastate poche ed elementari situazioni vissute nella realtà degli ultimi giorni per capire che il distanziamento sociale è insostenibile sia per i cittadini che per le imprese, inapplicabile dal punto di vista sociale ed economico.

Da Nord a Sud, da quando è scattata la fase 2 sono all’ordine del giorno scatti di piazze affollate e assembramenti duramente contestati dai politici. Nonostante nella maggior parte dei casi la problematica sia legata più al ‘numero’ delle persone concentrate in spazi non illimitati per loro natura come parchi, passeggiate, strade e piazze e non a specifiche infrazioni di norme da parte dei singoli individui (a parte alcuni e deprecabili casi isolati, infatti le multe registrate riguardano solo una piccola parte di cittadini e locali sottoposti ai controlli), l’ondata giustizialista prosegue e sarà difficile da fermare, non pensando al fatto che i danni socio-economici saranno sempre più devastanti – e incontrovertibili – quanto più tempo ci si metterà a tornare alla normalità.

Per cercare di far rispettare indicazioni il cui rispetto alla lettera appare realisticamente utopistico a meno di un controllo uno a uno dei singoli cittadini, l’Esecutivo pensa al reclutamento di 60mila ‘assistenti civici’: l’obiettivo è quello di far rispettare tutte le misure messe in atto per contrastare e contenere il diffondersi del virus, a partire dal distanziamento sociale. Il bando della Protezione civile sarebbe rivolto a inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali; saranno individuati su base volontaria, coordinati come sempre nell’emergenza dalla Protezione civile che indica alle Regioni le disponibilità su tutto il territorio nazionale e impiegati dai sindaci per attività sociali, per collaborare al rispetto del distanziamento sociale e per dare un sostegno alla parte più debole della popolazione.

Si continuerà dunque sulla linea tracciata negli ultimi mesi, in cui è stata scatenata una guerra tutti contro tutti tra i cittadini, individuando capri espiatori (partendo dagli sciatori di inizio marzo, passando dai runner durante il lockdown e finendo alla “movida” degli ultimi giorni), non capendo (o forse nascondendo) però che il vero problema dell’emergenza sanitaria è individuabile in altri elementi ben più decisivi di cui la politica è responsabile quali mancanza di test, app di tracciamento, mascherine, tamponi, gestione corretta delle strutture sanitarie e delle rsa, numero di posti in terapia intensiva. Lo scaricabarile delle responsabilità prosegue, al pari della caccia di nuovi capri espiatori, con un Paese che nel frattempo sta naufragando per altre e ben più determinanti cause in una crisi che è solo all’inizio e col peggio che deve ancora venire (e non si sta parlando di seconda ondata di contagi…).



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