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“Guerra del pane” in Trentino, i panificatori non ci stanno e rivendicano il proprio ruolo

martedì, 19 maggio 2020

Trento – Non si placano le polemiche sulla presunta ‘Guerra del pane’ in Trentino. L’Associazione panificatori del Trentino rivendica il proprio ruolo rispondendo alle dichiarazioni del presidente del Sait Roberto Simoni: ieri si è tenuta una riunione con gli 11 panificatori esclusi dal Sait.

“Le “meraviglie” tanto decantate dal presidente Simoni sono la riconferma – dichiarano gli 11 panifici – dell’ingiusto trattamento, anche nei metodi, riservato ai panificatori trentini. Simoni evidenzia che l’interruzione delle forniture dal 18 maggio ai panificatori trentini si limita a circa 20 punti vendita su 300. Dimentica però che tale decisione il Sait l’ha presa su tutte le sue rivendite a gestione diretta, mentre gli “oltre 300 punti vendita su cui nulla cambierà” sono gestiti dalle Famiglie Cooperative, “azioniste” di Sait e dislocate sul territorio trentino e che godono di completa autonomia”.

“Siamo ulteriormente stupiti – interviene in merito anche il vicepresidente Francesco Vivori – per non dire di peggio, per le accuse del presidente Simoni, secondo il quale ne avremmo fatto una mera occasione di visibilità mediatica. Evidentemente non ha capito che – nel momento più delicato dell’emergenza Covid-19 – togliere ai panificatori 25 quintali di pane al giorno, senza preavviso e in questo modo, è una vera catastrofe. Anche nei momenti più difficili della pandemia i panificatori non hanno mai fatto mancare il pane fresco e le forniture sono sempre state puntuali. Oltre a ciò, i panificatori, senza mai chiedere maggiorazioni rispetto ai congrui sconti già accordati, giornalmente riforniscono di pane fresco anche i più piccoli negozi Coop del territorio trentino, contribuendo così a dare un servizio completo per tutta l’affezionata clientela. I 60 milioni di prodotti trentini, circa il 12% del fatturato Sait, sembrano, per un movimento cooperativo territoriale che vuole fare qualità, una cifra esigua. E non si capisce a cosa si riferiscano di preciso i 10 milioni di pane e prodotti affini indicati da Simoni. Sappiamo invece che mai ci è stato richiesto di allargare la nostra gamma tradizionale di prodotti panari trentini, magari a discapito della vastissima gamma di prodotti industriali surrogati del pane a lunga conservazione che campeggiano sugli scaffali del Sait. Prodotti industriali che probabilmente sono più remunerativi al Sait nel prezzo… se questo è il riposizionamento e la discontinuità o magari la “maggiore qualità””.

“Il Presidente Roberto Simoni – conclude il presidente dell’associazione Emanuele Bonafini - parla di taglio dei costi ma i panificatori non ci stanno, orgogliosi di avere rinunciato a sistemi diretti di vendita per far trovare il pane fresco nei punti vendita Sait, in modo che la clientela sia invogliata a fare tutta la spesa”.

Sul taglio dei costi, i panificatori, che sono anche cooperatori, non vogliono al momento entrare nel merito dei particolari, ma sono sicuri che le diseconomie siano da ricercare altrove: “Non possono essere pochi centesimi in meno al chilo – ammesso che si acquisti ancora un chilo di pane – che possono migliorare i bilanci del Sait tagliando i panifici storici e decantando il recupero della qualità. Ad alcuni panifici “esclusi” è stato risposto dal Sait che i quantitativi di pane non vengono tagliati ma ridotti. I panificatori hanno discusso anche di questa inaccettabile risposta perché il Sait, in realtà, ha tolto del tutto le forniture di pane dai suoi punti vendita diretti”.



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