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Festival dell’Economia/5 Le speciali lezioni di Stiglitz e Atkinson e il falso mito tedesco

domenica, 31 maggio 2015

Trento  - Una speciale lezione di economia con il confronto fra i due economisti, da Joseph Stiglitz e Anthony Atkinson (nella foto sotto a destra).

“Bisogna partire dal fatto che nel mondo ci sono delle disuguaglianze e la moderna eSti - Atk trentoconomia questo non lo riconosce”. Joseph Stiglitz e Antony Atkinson sono concordi, finché gli studi economici non prenderanno in considerazione il problema delle disuguaglianze, queste continueranno ad esistere.

I due economisti, protagonisti nel pomeriggio di un confronto al Festival dell’Economia, nel 1980 pubblicarono il libro “Lectures on Public Economics” che a distanza di 35 anni hanno deciso di ripubblicare, riscrivendone l’introduzione. “Molto ovviamente è cambiato da allora – hanno detto i due – ma non il punto di partenza del libro, ovvero che le disuguaglianze esistono”.

Rispetto al 1980 ha ricordato Atkinson, viviamo oggi in un contesto globale e questo influenza il comportamento delle aziende, dei lavoratori e anche le politiche di spesa dei governi. “Quando si prendono delle decisioni – ha detto – dobbiamo sempre chiederci chi paga. Ad esempio, se alziamo le tasse sugli oggetti di lusso, chi paga? I ricchi che comprano gli oggetti o i lavoratori del settore a cui potrebbero venire ridotti i salari”. “Il punto di partenza è importante – ha aggiunto Atkinson – e il libro partiva dal fatto che ci sono molte disuguaglianze e che per affrontarle occorre avere una visione multidisciplinare, questo tentava di fare il libro”.

Atkinson ha ricordato come l’economia oggi sia molto frammentata e settoriale, divisa in piccoli pezzetti. Invece, come ha sostenuto Stiglitz, dovrebbe essere considerata in modo globale e intero. “Bisogna capire qual è la reale struttura dell’economia – ha aggiunto il premio Nobel – ed è quello che cerca di fare il libro che ha avuto il merito di reggere alle ingiurie del tempo”. “I mercati finanziari sono imperfetti – ha detto ancora Stiglitz – ma per comprenderli dobbiamo cercare di creae un linguaggio comune, una sorta di unica grammatica che possa analizzare il contesto”.

“Se vogliamo ridurre le disuguaglianze – hanno concordato al termine i due economisti – non possiamo farlo solo con le politiche fiscali. Bisogna capire come funziona il mercato e come tutto questo entra nelle politiche pubbliche, non basta il ministro delle finanze o quello delle politiche sociali”

IL FALSO MITO DEL MODELLO TEDESCO

La sociologa Heike Solga ( a destra nella foto sotto) : «In Germania l’immobilità sociale parte dai banchi di scuola». Forte nella promozione dell’inclusione sociale dei giovani, ma debole nel favorire la transizione verso impieghi più qualificati, il modello tedesco è ora davanti a una sfida: rinnovarsi per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.

Un modello che funziona, un “miracolo da imitare”: la stampa internazionale loda il modello dell’apprendistato tedesco per aver contributo ad arginare la disoccupazione giovanile durante la crisi. Mfestival trento Solga 1a davvero si tratta di una formula vincente? Tra luci e ombre la sociologa e docente dell’Università di Berlino, Heike Solga, ha illustrato oggi al pubblico del Festival dell’Economia di Trento, come funziona il sistema tedesco, quali sono i suoi punti di forza e i suoi limiti.

Partendo da un’analisi globale: «Più che di una performance straordinaria della Germania nel contrasto alla disoccupazione giovanile, bisognerebbe parlare del problema cronico di disoccupazione dei giovani (nella fascia 15-24 anni) negli altri Paesi.

Il sistema Sistema vocazionale, educativo tedesco (Vocational Educational System – VET) porta con sé dei vantaggi: ingresso anticipato nel mondo del lavoro grazie all’apprendistato; alto tasso di permanenza in azienda (60%) per i laureati che vengono dall’apprendistato, un marcato impegno sull’aspetto vocazionale delle professione che invoglia un numero maggiore di giovani di proseguire negli studi».

Vi sono però anche dei problemi. «Il programma di apprendistato garantisce l’accesso all’università. Di fatto però solo il 2% degli universitari è composto da giovani che hanno completato questo percorso. Dunque è un sistema molto frammentato, stratificato. In questo sta la debolezza del sistema tedesco. L’immobilità sociale parte dai banchi di scuola, perché fin dall’inizio del percorso, non vi è permeabilità tra i due modelli di formazione – universitario e di apprendistato – né mobilità tra i due nel corso della carriera formativa dello studente. Ad esempio è difficile cambiare occupazione o migliorare la propria posizione con la formazione, e questo aumenta il rischio di esclusione dal mercato del lavoro.»
Ma come funziona il modello tedesco? «Alla base del sistema dell’apprendimento promosso dal Federal Vocational Training Act – spiega Solga – vi è un meccanismo duale di affiancamento scuola-lavoro che pesa per il 52% delle azioni intraprese in questo ambito e coinvolge il 59% dei giovani (40% uomini, 88% donne) ma solo il 25% delle imprese nell’apprendimento. Si regge sulla collaborazione tra Stato federale, governo locale, azienda e giovane. Sulla base di questo meccanismo (che pesa per il 52% nell’intero sistema dell’apprendimento professionale) rientrano per il 16% gli it-specialist, e i lavoratori del settore bancario e assicurativo, per il 33% idraulici e commessi, per il 20% operatori nel settore del management, assistenti alle vendite, tecnici elettronici, 32% assistenti di gestione, meccanici industriali.

Nell’apprendistato vi sono poi i programmi scolastici che pesano per il 22%, soprattutto per la formazione dei profili professionali nel settore sanitario, dei lavori sociali e dell’educazione: professioni in cui l’accesso è oggetto di forte competizione. Infine, per il 26% pesa il Prevocational program, un programma messo a punto dalle agenzie del lavoro dei 16 Stati federali tedeschi che coinvolge ogni anni oltre 250mila giovani. Un programma molto capillare ma che però non sempre da esiti occupazionali soddisfacenti».

Dunque un’analisi sulla mobilità sociale in Germania: «Non siamo più negli anni ’50. Nella classifica internazionale Pisa (2009) la relazione tra il titolo di studio dei genitori e quello dei figli è tra i più bassi. La Finlandia è il Paese con la maggior differenza, quindi la maggiore mobilità, al contrario dell’Ungheria.

La Germania, al 13° posto, è terz’ultima, mentre l’Italia è al 9° posto. Oggi in Germania la maggior parte degli studenti (42%) ha un titolo di studio secondario (contro il 71% del 1970) e il 24% ha conquistato la laurea (contro il 3% del 1970). La maggior parte di coloro che proseguono gli studi provengono al sistema duale (soprattutto dai profili formativi più qualificati) o dai programmi scolastici».

Solga ha quindi evidenziato le sfide che oggi attendono il sistema tedesco: «Innanzitutto modernizzare la regolamentazione in fatto di apprendistato sulla scia delle sollecitazioni che arrivano dall’industria 4.0, che tende a spingere verso i programmi duali. E poi puntare ad un modello ibrido che possa coniugare l’apprendistato con l’educazione universitaria per contrastare il fenomeno della scarsa attrattività per il mercato del lavoro degli studenti che abbandonano gli studi».

 

 


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