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Covid-19: le proposte del dottor Pergher sulla sanità trentina

lunedì, 4 maggio 2020

Trento – Sull’emergenza coronavirus pubblichiamo oggi la lettera del dottor Roberto Pergher relativa al sistema sanitario trentino.

Ospedale - Valli del Noce

Il virus Covid-19 ha messo in evidenza due aspetti a parer mio del sistema sanitario trentino: la buona efficienza degli ospedali che hanno saputo rispondere all’infezione in maniera tempestiva e senza arrivare a saturazione, l’effetto Bergamo per intenderci, e una non altrettanto efficacie risposta territoriale testimoniata da quanto successo nelle RSA ma anche in diverse situazioni domiciliari. Questo giudizio, seppur sintetico, mi aiuta a far presente una necessità divenuta ormai urgente, la nascita di un progetto che migliori e riorganizzi in maniera rivoluzionaria il territorio. Ecco alcune tracce di pensiero a fine di contributo costruttivo con la prospettiva che nella fase 3 dovremo rimettere mano all’organizzazione dei servizi.

La sanita territoriale va cambiata. Il segreto è di fare squadra facendo in modo che i diversi operatori che operino sul territorio si uniscano in Unità territoriali organizzate a partire dalla periferia fino a tutto il territorio provinciale. La mia proposta è che si formino Centri di Aggregazione territoriali degli operatori territoriali (medici di famiglia, infermieri di famiglia, ostetriche, specialisti su fascia oraria, medici di guardia, fisioterapisti, salute mentale ecc.) con apertura 12 ore al giorno per 7 giorni settimanali e reperibilità notturna. Nell’ambito dei Centri di aggregazione territoriali dovrebbe essere o la formazione e immissione di una nuova figura, “l’infermiere di percorso”, un infermiere di famiglia con funzione di case manager per seguire tutto il percorso sanitario del paziente sia in ospedale che sul territorio. In tali centri potranno operare in fasce orarie anche figure sociali che operino in contiguità con le figure sanitarie, in primis assistenti sociali. Ogni centro di aggregazione avrà una struttura di governo con un coordinatore. Dentro questi centri potrà anche sere fatta una diagnostica di primo livello. “L’infermiere di percorso” o di “famiglia” potrà avere un rapporto convenzionato con l’azienda sanitaria sul modello dei medici di medicina di base, essendo scelto dagli utenti afferenti al singolo centro di aggregazione territoriale, così come avviene per i medici di medicina generale e prevedendo un infermiere ogni 1500 persone. Esso seguirà il percorso sanitario e sociale del paziente facendo da coordinatore del percorso e da collante tra le altre figure professionali coinvolte. Avrà il ruolo di regista del processo di cura e assistenza dell’utente in tutte le sue fasi, sia sul territorio sia in ospedale. I Centri di aggregazione territoriali dovranno essere dimensionati per territori, es. nelle valli, ma con caratteri omogenei.

Dentro i centri di aggregazione territoriale dovrebbero trovare posto anche i centri di salute mentale, andando quindi a ridurre quella separatezza ancora esistente tra patologia fisica e mentale. Questa separatezza esiste ancora anche se sono stati aboliti i luoghi di segregazione territoriale. Diciamo che ora il manicomio ha le mura del territorio ma esiste una sostanziale diversità di percorso tra i pazienti con patologie mentali e gli altri pazienti. Si sta osservando sempre di più una trasformazione della cura psichiatrica in assistenza psichiatrica con un calo di attenzione alla formazione degli operatori, l’assunzione di persone non professionali, la riduzione dei luoghi clinici come i posti letto ospedalieri e la trasformazione dei centri clinici diurni in centri di assistenza diffusa e non specializzata. Tutto ciò a svantaggio di impostazioni cliniche di cura ma a vantaggio, nel bene e nel male, di impostazioni assistenziali ed educative di semplice governo dei pazienti. L’inserimento dei centri di salute mentali in centri di aggregazione territoriali come sopra definiti permetterebbe il passaggio dalla pura assistenza separata dal resto della medicina alla cura territoriale nel sistema sanitario, superando così la seconda barriera ancora esistente tra malattia mentale e fisica e cioè l’inserimento della salute mentale a pieno titolo nella salute in generale“, dottor Roberto Pergher.



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