TRENTO - Il sindaco Ianeselli ha rievocato gli anni del regista tra medie Bronzetti e liceo Prati, Gervasini (Filmfestival) ha sottolineato la dimensione artistica internazionale e l’importanza dell’aspetto visivo (apprezzato pure da Scorsese), mentre l’amica artista Subramaniam ha raccontato: “Trento è una parte profonda dello spirito di Andrea e permea i suoi interessi e il suo lavoro. Ha portato questo luogo con sé ovunque sia andato, anche mentre costruiva la sua vita dall’altra parte del mondo”. Il regista: “Il legame con questa città è imprescindibile, qui si è iniziato a formare il mio sguardo”.
LA CERIMONIA
Questa sera, in un gremito salone di rappresentanza di Palazzo Geremia, il sindaco Franco Ianeselli ha consegnato al regista Andrea Pallaoro l’Antico Sigillo della Città.
“Il legame con questa città è imprescindibile – ha dichiarato il regista al termine della cerimonia - Trento è un luogo in cui mi sono sentito profondamente amato e anche incompreso: e lo dico con gratitudine perché anche questo aspetto ha svolto un ruolo nel mio percorso. Qui mi sono innamorato del cinema, qui si è iniziato a formare il mio sguardo, non solo il modo di guardare ma anche ciò che si sceglie di guardare, guardare senza giudicare, accettare il mistero dell'altro. Grazie alle tante persone che mi hanno sostenuto, ispirato, che mi hanno amato e che io continuo ad amare”.
Prima dell’intervento di Pallaoro, il sindaco Ianeselli aveva così motivato il riconoscimento: “Siamo orgogliosi dell’originalità del suo progetto di cinema d’autore, che avrà ancora tante occasioni per dispiegarsi e rivelarsi a noi spettatori. Sentiamo di aver bisogno dei suoi film, capaci di far viaggiare insieme lo stile e l’emozione, l’accuratezza e l’eleganza dell’immagine con l’umanità dolente dei personaggi”.
Ianeselli ha ricordato gli anni trascorsi dal regista a Trento, tra le medie Bronzetti e il liceo Prati: “Qualcuno dei suoi amici di allora ci ha raccontato che Lei, autore di film accolti e premiati nei più prestigiosi festival internazionali, a scuola se l’è sempre cavata senza dare nell’occhio, galleggiando soavemente sopra la sufficienza quel tanto necessario per evitare noie. Risultato peraltro di assoluto rispetto in una classe del liceo classico Prati degli anni ‘90, dove si dice fioccassero anche voti compresi tra lo zero e il due. Di Lei tutti ricordano vividamente l’amore assoluto e inscalfibile per il cinema americano che allora sembrava quasi una mania ingenua e infantile”. Ha proseguito Ianeselli: “Del suo cinema ci colpiscono le inquadrature, che spesso assumono la forza di una composizione pittorica rinascimentale. Ci colpisce la forma, che è un atto di rigore e devozione etica prima ancora che estetica: è il modo in cui una scena esprime la propria verità. L’altro aspetto che risalta è l’inquietudine, è il dolore esistenziale che è connaturato alla stessa condizione umana. ‘L’inferno sono gli altri’ diceva Sartre, mentre il protagonista di
The Echo Chamber ricorda il celebre dilemma del porcospino del filosofo tedesco Schopenhauer. È il paradosso dei rapporti umani: senza vicinanza non c’è calore, ma riducendo le distanze c’è il rischio concreto di ferirci a vicenda. Trovare un equilibrio è quasi impossibile. Lo dimostra il fatto che spesso quello che ci fa male è ciò che ci tiene in vita”.
Mauro Gervasini, responsabile del programma cinema del Trento Film Festival, ha sottolineato la dimensione artistica internazionale di Andrea Pallaoro: “Non solo perché risiede da anni negli Stati Uniti, ma per la scelta delle storie, dei temi, e per l’imposizione di uno stile che ha un respiro particolare. Sin dal primo lungometraggio
Medeas si dimostra interessato a racconti dalla narrazione essenziale, dove il linguaggio visivo è preponderante anche nella costruzione del senso. A sorprendere – e tra i più sorpresi ci fu Martin Scorsese che amò e promosse pubblicamente il film – proprio l’aspetto visivo, la scelta cioè di non speculare sulla psicologia dei personaggi per lasciare alle immagini qualunque valenza evocativa”. Poi, guardando al futuro, Gervasini ha aggiunto: “Il viaggio di Andrea Pallaoro è in pieno svolgimento. Aspettiamo con trepidazione i suoi prossimi lavori, una versione cinematografica di Agostino di Alberto Moravia e la conclusione della trilogia femminile. Certi che saprà confermare ulteriormente l’originalità e la sapienza del proprio stile”.
Natasha Subramaniam, artista multimediale, regista e direttrice creativa di fama internazionale nonché amica di lungo corso di Pallaoro, nella sua laudatio ha messo in luce i temi cari al regista: “Nel suo percorso ha rivolto ripetutamente la sua attenzione verso persone e situazioni che la società preferirebbe non guardare, gli emarginati, gli incompresi e, a volte, persino coloro che potremmo considerare mostruosi. Andrea non si avvicina a queste figure con giudizio, ma con il desiderio di comprendere. I suoi film ci invitano a entrare nelle vite di persone che esistono al di fuori dei confini di ciò che la società considera accettabile, spingendoci a mettere in discussione i pregiudizi”. Ha concluso Subramaniam: “È particolarmente significativo per me che la città di Trento abbia scelto di conferire ad Andrea l’Antico Sigillo della Città. Sono venuta per la prima volta a Trento con Andrea, per conoscere la sua famiglia, quando avevamo poco più di vent’anni, e già allora rimasi colpita dalla straordinaria bellezza del paesaggio naturale, con le sue montagne imponenti e le sue vallate di un verde intenso. Era evidente per me che l’impavidità di Andrea, il suo amore per la natura e il suo spirito d’avventura fossero stati plasmati dalla crescita in un luogo così immerso negli elementi. Trento è una parte profonda dello spirito di Andrea e permea i suoi interessi e il suo lavoro. Ha portato questo luogo con sé ovunque sia andato, anche mentre costruiva la sua vita dall’altra parte del mondo”.
INTERVENTO DEL SINDACO IANESELLI
Gentile e caro Andrea Pallaoro,
credo che mai prima d’ora questa cerimonia abbia avuto come protagonista un regista.
Dopo il riconoscimento di 25 anni fa all’attrice Anna Proclemer, è invece la seconda volta che il sigillo della città va a una persona trentina d’origine che ha ottenuto il successo a livello internazionale in quel campo affascinante e misterioso che è il cinema. Della settima arte i più tra noi conoscono solo la prospettiva degli spettatori, non quella di chi sta dietro la macchina da presa, non quella di chi pensa e dà ordine a una sequenza di immagini e suoni capaci di farsi mondo. Il mondo che, quando arriva il buio in sala, noi abbiamo il privilegio di abitare, seppure in modo provvisorio ed effimero.
Leggendo la sua biografia non ho potuto fare a meno di chiedermi: dove nascono la sua passione, il suo talento nel raccontare per fotogrammi? Com’è che un ragazzo che al liceo girava un filmino amatoriale in tedesco con i compagni di classe diventa un regista di fama internazionale? Negli anni fondamentali della formazione, quelli che lei ha passato tra le scuole medie Bronzetti e il liceo Prati, di cosa si è nutrito lo sguardo del futuro regista? Oggi noi sappiamo soltanto che Lei ha saputo portare quello sguardo di allora molto lontano. Sappiamo che uno sguardo nato e sbozzato qui a Trento è riuscito e riesce a parlare al mondo.
Abbiamo avuto l’occasione di parlare con qualcuno dei suoi amici di allora. Ci hanno raccontato che Lei, autore di film accolti e premiati nei più prestigiosi festival internazionali, a scuola se l’è sempre cavata senza dare nell’occhio, galleggiando soavemente sopra la sufficienza quel tanto necessario per evitare noie. Risultato peraltro di assoluto rispetto in una classe del liceo classico Prati degli anni ‘90, dove si racconta fioccassero anche voti compresi tra lo zero e il due. A parte il volto e la luce dello sguardo, di Lei tutti ricordano vividamente l’amore assoluto e inscalfibile per il cinema americano che allora sembrava quasi una mania ingenua e infantile. Cinepresa alla mano, sono poi arrivati i primi tentativi di dare forma a una passione che evidentemente era tutt’altro che passeggera.
A scanso di equivoci, dobbiamo qui precisare che, se le Sue radici sono trentine, tutta la Sua formazione artistica si è sviluppata negli Stati Uniti, dove Lei è stato prima studente di cinema e poi autore di corto e lungometraggi. Dobbiamo anche dire che le “radici” non appaiono direttamente nel Suo cinema. Tuttavia, se Lei può essere considerato il più internazionale dei registi italiani dell'ultima generazione, d’altro canto è forse quello che si tiene più stretta la lezione dei grandi maestri del nostro cinema, in particolare dell’amato Michelangelo Antonioni. Aggiungiamo che l’ultimo film, The Echo Chamber, è tratto da una sceneggiatura inedita di Bernardo Bertolucci, altro segnale della volontà di porsi sulla scia della grande tradizione nazionale.
Anche Bertolucci era partito dalla provincia - quella parmense - per poi fare tappa in varie parti del mondo, da Parigi al Sahara. In un’intervista, il regista di Novecento ha dichiarato: “Idealmente il percorso dovrebbe essere dalla provincia alla vita cosmopolita e all’incontrario. Uno ha sempre bisogno di rimanere in contatto con le proprie radici”. Il “contatto” con le radici non deve necessariamente essere dichiarato, soprattutto per un regista che lascia tanto spazio al non-detto. E allo stesso modo il “ritorno” non deve necessariamente essere geografico. Bertolucci, girando L'ultimo imperatore, sostiene di aver ritrovato in Cina il melodramma verdiano delle sue terre. Senza contare che il luogo di nascita talvolta è un puro accidente (il romanissimo Nanni Moretti è nato a Brunico), talvolta una condanna, altre volte qualcosa che ti porti dentro, magari inconsciamente.
Sarebbe dunque una forzatura cercare “Trento” o la “trentinità” nei suoi film. Piuttosto possiamo affermare che molti elementi e forme del Suo cinema ci restituiscono superfici profonde dove riconoscerci e rifletterci. Non si tratta di un rispecchiamento facile o consolatorio. Le suggestioni che nascono dalla Sua sensibilità vanno colte piuttosto come inviti a guardare meglio nel cuore delle immagini e nel cuore delle persone.
Del suo cinema ci colpiscono le inquadrature, che spesso assumono la forza di una composizione pittorica rinascimentale. Ci colpisce la forma, che è un atto di rigore e devozione etica prima ancora che estetica: è il modo in cui una scena esprime la propria verità. L’altro aspetto che risalta è l’inquietudine, è il dolore esistenziale che è connaturato alla stessa condizione umana, descritta con particolare attenzione ad alcuni temi: la difficoltà delle scelte, la crisi dei legami familiari ma anche il recupero degli affetti, la solitudine. “L’inferno sono gli altri” diceva Sartre, mentre il protagonista di The Echo Chamber ricorda il celebre dilemma del porcospino del filosofo tedesco Schopenhauer. È il paradosso dei rapporti umani: senza vicinanza non c’è calore, ma riducendo le distanze c’è il rischio concreto di ferirci a vicenda. Trovare un equilibrio è quasi impossibile. Lo dimostra il fatto che spesso quello che ci fa male è ciò che ci tiene in vita.
Ritroviamo nelle sue opere gli echi della tragedia classica e la rappresentazione di una condizione umana impotente e sconfitta ancora prima di combattere, perché il paradiso è perduto per sempre e il destino non lascia scampo. È così che i suoi film, oltre che indagini sul nostro mondo interiore, assumono anche un significato che in un certo senso è politico. Fotografano infatti la tensione perenne tra il nostro bisogno di appartenenza e di unicità, tra la dimensione sociale e la tendenza all’isolamento, tra la comunicazione e il silenzio che nasce dalla distanza, che fiorisce nel deserto delle relazioni. Lo spaesamento e il disorientamento di questa nostra epoca, che pure rimane sempre sullo sfondo, devastano l’interiorità dei protagonisti, anime intimamente offese che tuttavia tentano di resistere. E noi che siamo spettatori non troviamo consolazione, ma piuttosto sentiamo la forza dolorosa di una tensione emotiva che solo la forma e la bellezza del cinema rendono sopportabile.
Caro Andrea Pallaoro,
siamo orgogliosi dei suoi traguardi e dell’originalità del suo progetto di cinema d’autore, che avrà ancora tante occasioni per dispiegarsi e rivelarsi a noi spettatori. Sentiamo di aver bisogno dei suoi film, capaci di far viaggiare insieme lo stile e l’emozione, l’accuratezza e l’eleganza dell’immagine con l’umanità dolente dei personaggi. È per tutte queste ragioni che la città intera vuole testimoniare la propria amicizia e la propria stima nei Suoi confronti. È per questo che, raccogliendo le sollecitazioni e l’affetto di numerosi Suoi amici ed estimatori, sono onorato di consegnarLe l’antico sigillo della città di Trento.