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Cles, la biodiversità del suolo trentino è realtà. Melinda è pronta

mercoledì, 21 marzo 2018

Cles -  La biodiversità del suolo trentino, da progetto a realtà. Da una capillare analisi delle aree frutticole emerge un livello più che soddisfacente che ha permesso di ottenere una prima certificazione “Biodiversity Alliance”. A fronte della crescita continua dell’agroalimentare biologico in Italia, si parla di un 20,3% sia in termini di superfici che di operatori (fonte Sinab) e dell’orientamento del consumatore alla scelta di frutta Bio, con un picco del 7,8% in questo comparto che incide del 2,8% sul totale spesa (dato Ismea), Melinda è da tempo ben preparata e reattiva. Già a partire dal 2008 ha proposto ai propri soci un Piano Bio con l’obiettivo di sostenere ed incrementare la produzione di mele biologiche. Questo programma è stato in seguito rinnovato in due successivi momenti, portando oggi Melinda a essere la realtà trentina con le maggiori superfici destinate al biologico. Risultato questo che non è di certo un punto d’arrivo bensì soltanto una base di partenza per pianificare ulteriori conversioni dalla produzione integrata a quella biologica.

Da un recente studio la biodiversità rappresenta oggi un punto centrale delle politiche dei frutticoltori, e lo testimonia l’analisi appena completata all’interno del progetto Meleto Pedonabile Sostenibile, frutto della collaborazione tra APOT, FEM e CIF, in cordata ATI. Il campionamento capillare delle aree frutticole del Trentino ha messo in luce un livello di biodiversità del suolo, inteso come forme di vita presenti, decisamente soddisfacente che ha permesso alla società CCPB di Bologna, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari nei settori del biologico, eco-compatibile, eco-sostenibile, che ha realizzato il lavoro, di rilasciare la prima “certificazione” sulla base dello standard DTP 17 “Biodiversity Alliance”.

AlessandroDalpiaz 1

La biodiversità si esprime anche attraverso altri aspetti, come la varietà delle specie vegetali. APOT ha così deciso di valutare l’incidenza dei boschi rispetto ai frutteti e alle aree urbanizzate nei territori maggiormente interessati dalla frutticoltura. Ne emerge ancora una volta un quadro diverso rispetto all’impressione trasmessa dal concetto di “frutticoltura intensiva”, con il bosco che copre oltre il 30 % del territorio coltivato a melo in Valle di Non, all’incirca la stesa quota delle aree urbane e della coltivazione a melo.

“La biodiversità è un concetto complesso, ma nella sua essenzialità richiama la capacità di varie specie animali e vegetali di vivere e coesistere in un determinato ecosistema – dichiara Alessandro Dalpiaz (nella foto), direttore di APOT (Associazione Produttori Ortofrutticoli Trentini) -. Il Trentino è un territorio particolarmente ricco di paesaggi e ambienti, così come di storie e tradizioni. In campo economico è importante capire come la sfida sia anche quella del trovare un punto di equilibrio tra il necessario sviluppo e una coerente e consapevole politica di conservazione dei beni di cui la Natura ci ha previlegiati. La “biodiversità” è un bene prezioso, che va non solo preservato ma anche valorizzato nel settore produttivo agricolo, attraverso la capacità di fare sistema tra mondo della ricerca e imprese. I progetti dei frutticoltori intendono innanzitutto “dimostrare” con analisi oggettive qual è la reale situazione della biodiversità nel loro specifico sistema produttivo, e da qui lavorare per migliorare”.

Sui contenuti del concetto di biodiversità molte nazioni hanno raggiunto un accordo attraverso la “Convenzione sulla Diversità Biologica”, firmata nel 1992 a Rio de Janeiro. E in Trentino, è avviata da tempo una campagna di sensibilizzazione alla Sostenibilità rivolta ai frutticoltori, testimoniata dalla “Certificazione di impatto ambientale” ottenuta già nel 2012 con altri 6 Consorzi soci di Assomela e la “Certificazione della biodiversità dei suoli frutticoli trentini”, ottenuta nel dicembre 2017.

A questo si affianca il miglioramento della qualità delle acque del Trentino, su cui Apot lavora da tre anni, assieme ai Consorzi associati, l’Agenzia provinciale per la Protezione dell’Ambiente e la Fondazione E. Mach, che ha consentito di quantificare i fenomeni e di disegnare una mappa di impegni con obiettivi precisi da perseguire in una ottica di cooperazione e collaborazione.


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