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La fatica di abitare il “nuovo” e la sfida delle novità

mercoledì, 1 gennaio 2020

Il vescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi, nell’omelia della Solennità del 1° gennaio ha ricordato cosa rappresenta il nuovo.
Ecco il testo integrale:
“Un anno nuovo è iniziato. Tra pochi giorni il presepio tornerà nell’armadio e l’anno incredibilmente ci apparirà già vecchio. Facciamo fatica ad abitare il “nuovo”, per noi è molto più congeniale il mestiere dell’antiquario. La custodia del già visto, del già collaudato, piuttosto che l’ebbrezza e la sfida delle novità.
Al “pernottare all’aperto” dei pastori, al frequentare la vita con tutte le sue mille vicissitudini, preferiamo la sicurezza della casa con già le sue risposte, le sue conclusioni, le sue interpretazioni già mille volte proposte.
Dio non fa eccezione, anche Lui è una notizia già data, scontata, priva di sorprese. Credenti e non pensano di sapere chi è, o chi non è. Gli uni e gli altri sono accumunati da formule e codici ben collaudati con cui allegramente parlano di Lui.
Il Bambino avvolto in fasce e adagiato nella mangiatoia, manda in frantumi tanta sciocca sicumera. Quel Bambino è una formidabile provocazione alla nostra vita, prima ancora che alla nostra intelligenza. Mi vengono alla mente le parole del vescovo Tonino Bello: “Non obbedirei al mio dovere se vi dicessi Buon Natale senza darvi disturbo. Io invece vi voglio infastidire”.
Se avremmo il coraggio di pernottare all’aperto, di stare nella concretezza della vita, il fastidio si tramuterà come per i pastori in meraviglia e stupore. Entreremmo nella grotta per poi uscirne con un’ipoteca di coraggio sul futuro. Scopriremo, grazie a quel bambino senza casa, che la nostra casa è “andare senza indugio” con la fretta di Maria a cercare il volto degli altri. Smetteremmo di pensare a un Dio talismano che ci fornisce un po’ di gioia borghese fatta di tanti piccoli benefit con cui ingrandire il granaio mai colmo abbastanza del nostro ego.
Casa di Dio, sorprendentemente, è il farsi prossimo, l’abbassarsi senza misura, il farsi ultimo perché nessuno resti indietro. Il suo nome è Gesù, Dio salva.
La meraviglia e lo stupore dei pastori viene da quanto hanno visto e udito, è figlia dell’incontro.
Il grande rischio è ridurre Gesù a qualcuno che ci insegna a vivere, a un maestro di spiritualità in concorrenza con altri, è molto di più è la Vita che ci fa vivere.
A Betlemme Casa del Pane, è deposto nella mangiatoia un bambino che un giorno dirà: “Io sono il Pane”. Il pane è un segno bellissimo e drammatico. Passa attraverso la macina e il fuoco, fa vivere e si annulla, nutre e scompare.
Dio come pane ti alimenta e scompare in te. L’amore non ha protetto Dio, lo ha esposto. L’amore espone e disarma, e mette Dio a rischio perfino di essere rifiutato. Ma Dio, Lui, non potrà mai rifiutare l’uomo. Questa è la forza invincibile del Natale.
Mentre a Roma si decidono le sorti del mondo, mentre l’impero mantiene la pace per mezzo delle legioni, in questo meccanismo perfettamente oleato cade un granello di sabbia, nasce un bambino che muta la direzione della storia. La nuova capitale del mondo è Betlemme. La sua scelta è quella di fare storia con chi non ha storia, di scegliere ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Sulle sue spalle e sulle spalle degli umili poggiano per nostra fortuna le sorti del futuro del mondo.
Passano i sistemi economici e politici, resta nella storia il Bambino di Betlemme e gli uomini e le donne che ricevono la vita da Lui. Sono essi gli artigiani di pace che salvano l’umanità e il suo futuro”



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