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Trento, il vescovo Lauro: “Sentiamo il grido delle famiglie in difficoltà”

domenica, 10 maggio 2020

Trento – Il vescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi, si è soffermato oggi sull’emergenza coronavirus e sull’attenzione alle famiglie in difficoltà. Nella Messa domenicale, il vescovo Lauro in Cattedrale ha spiegato: “Frequentare il Padre è frequentare la vita, nella concreta umanità di Gesù. Non rifugiamoci nei nostri apparati religiosi”.

vescovo lauro tisiIn avvio della Santa Messa in Cattedrale (a porte chiuse e in diretta streaming), l’arcivescovo Lauro Tisi (nella foto) ha ricordato le conseguenze economiche sulle famiglie derivanti dall’emergenza coronavirus: “Sempre più famiglie fanno i conti con l’insicurezza economica e spesso devono ricorrere all’aiuto esterno, la nostra Chiesa chiede a Gesù Risorto di donarci concretezza e tempestività nel farci carico di questo grido”. Il pensiero è andato quindi a “tutti gli operatori della comunicazione per il loro prezioso servizio di informazione, bene essenziale che non è mai venuto meno nei giorni dell’emergenza. Anche la nostra Chiesa vi è grata per averle dato voce consentendo di dilatare, ben oltre il consueto, un messaggio di consolazione e di speranza”.

Nell’omelia, monsignor Tisi commenta le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. “Dio – esordisce Tisi – nessuno l’ha mai visto, lo si può vedere e farne esperienza nella concreta umanità di Gesù”. Una rivelazione spiazzante, secondo Tisi. Lo stesso dizionario contrappone gli aggettivi “divino” e “umano”, mentre “la grammatica cristiana dice ben altro: Gesù si fa carne e storia, il terreno dove frequentare Dio è esattamente l’umano.”

Di qui l’invito ad ammettere che “l’annuncio si risolve spesso in astratte argomentazioni concettuali o in noiose esortazioni all’impegno etico”, “sordi a chi cammina sui sentieri della gratuità, del donare se stessi, della gioia contagiosa della fraternità.” Precisa Tisi: “La frequentazione del Padre, allora, ha la vita – con tutta la sua consistenza di affetti, scelte, cadute, fallimenti, passioni, emozioni – come habitat naturale”.

Anche “i sacramenti stessi, che tra poco torneremo a celebrare insieme, hanno bisogno – ribadisce l’Arcivescovo – di concretezza e sono destinati alla vita”. Non il rito per il rito, ma l’espressione, a cominciare dall’Eucarestia, di “una comunità che si raduna e si pone in ascolto della Parola”, occasione per incontrare un Dio che muore e risorge, con la fatica dei discepoli ad accogliere la prospettiva di passare dal servirsi degli altri al servire gli altri”. “Ora – conclude – spetta alle nostre comunità mostrare il Padre, senza correre il rischio di tenerci alla larga dall’umanità di Gesù per rifugiarci nei nostri apparati religiosi”.

Omelia di monsignor Lauro Tisi “Dio nessuno l’ha mai visto, lo si può vedere e farne esperienza nella concreta umanità di Gesù. Scrive Santa Teresa d’Avila: “Vedo chiaramente che non possiamo incontrare Dio, se non per le mani dell’umanità di Cristo. Dobbiamo passare per questa porta, se desideriamo che Dio ci mostri i suoi segreti.”

Come Tommaso e Filippo anche noi siamo spiazzati da questa rivelazione. Quando parliamo di Dio la nostra reazione istintiva è silenziare e mettere tra parentesi l’umano. Lo stesso dizionario dei sinonimi e dei contrari contrappone all’aggettivo “divino” il termine “umano”. La grammatica cristiana dice ben altro: Gesù si fa carne e storia, il terreno dove frequentare Dio è esattamente l’umano. Nel Credo noi lo proclamiamo vero uomo e vero Dio.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che spesso l’esperienza credente procede come se Gesù non si fosse fatto uomo. L’annuncio si risolve spesso in astratte argomentazioni concettuali, dove la vita non vibra. Eccediamo in noiose esortazioni all’impegno etico, ma siamo sordi al canto bello di chi cammina con passo leggero sui sentieri della gratuità, si abbevera alla freschezza del donare se stessi, gusta la gioia contagiosa della fraternità.

La frequentazione del Padre, allora, ha la vita – con tutta la sua consistenza di affetti, scelte, cadute, fallimenti, passioni, emozioni – come habitat naturale. I sacramenti stessi, che tra poco torneremo a celebrare insieme, hanno bisogno di concretezza e sono destinati alla vita. L’Eucarestia per prima ha bisogno di una comunità che si raduna e si pone in ascolto di una Parola che custodisce la memoria di un Dio che ascolta il grido del suo popolo e scende per liberarlo. Ci fa incontrare un Dio che muore e risorge, con la fatica dei discepoli ad accogliere la prospettiva di passare dal servirsi degli altri al servire gli altri, come pure i passi belli e talora incerti di comunità che si avventurano a vivere il Vangelo. Infine, quella stessa Eucarestia ha bisogno di un po’ di pane e vino che grazie all’azione dello Spirito Santo diventano Il Corpo e il Sangue di Cristo, permettendo che si realizzi la promessa di Gesù: “Chi mangia me diverrà me”.

Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. (Gv14,1). Ora sappiamo perché il cuore non deve essere turbato: al nostro fianco cammina Gesù, nostra Vita. Nella sua umanità ci è data la possibilità di liberarci dalla morte, andando a realizzare le parole della prima lettera di Giovanni: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte”. 1 Gv 3, 14

Siamo partiti con le parole di Gesù: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Ora spetta alle nostre comunità mostrare il Padre, forti della promessa di Gesù: “Chi crede in me, compirà le mie opere e ne compirà di più grandi” (Gv 14, 12). Tenerci alla larga dall’umanità di Gesù e rifugiarci nei nostri apparati religiosi, è il grande rischio che corriamo”.



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