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Mulino di Plaz di Aprica, via libera della Sovrintendenza al recupero del secondo lotto

lunedì, 24 aprile 2017

Aprica – Altro passo avanti per il recupero totale del Mulino di Plaz di Aprica (Sondrio). Dopo il via libera al primo lotto, con i lavori che inizieranno entro l’estate, la Sovrintendenza ai Beni Ambientali ha approvato il secondo lotto, che completerà il progetto con un costo di 325mila euro.

L’ultimo mulino di Aprica sarà recuperato, sistemato e trasformato in un luogo di visite con un’aula didattica. L’attività allo storico mulino si è fermata al 1977, con Pietro Sciarmella che lasciò tutto: attrezzi, vestiti, valigie, suppellettili e lettere. Il progetto di recupero prevede la riqualificazione dei terreni circostanti e del mulino, creando una sorta di parco tematico che rispecchi l’autenticità della montagna e delle Orobie Valtellinesi, quindi il collegamento con la vicina baita degli alpini, attraverso un’area verde terrazzata, che costituirà una sorta di parco tematico.

MULINOPLAZ Viste2°Lotto 02

E’ prevista la realizzazione di un canale di derivazione che permetta di derivare l’acqua dal torrente Aprica a monte del mulino e di restituirla a valle dello stesso. L’intervento verrà realizzato parte riscoprendo il vecchio canale, che nel corso degli anni è stato tombato, e parte ricostruendo ex-novo il percorso. Partner del progetto, finanziato dalla Fondazione Cariplo, la scuola con il dirigente scolastico, Maurizio Gianola, e il Cai con il presidente Lorenzo Della Moretta. Nel progetto sarà coinvolta anche la fondazione Fojanini per la riqualificazione ambientale e agricola esterna.

L’INTERVENTO DEI PROGETTISTI architetti Fulvio Santarossa e Nadia Andreis

“Il macchinario del Mulino dei Plaz è un esempio di mulino tradizionale di cui viene di seguito fornita una descrizione generale sul funzionamento e caratteristiche. Esso era costruito in prossimità di una fonte d’acqua, che costituiva la forza motrice dell’apparato meccanico. Il primo contenitore del grano era la tramoggia, a forma di tronco di piramide rovesciato, con base quadrata; il fondo (cazzòla) era staccato di un minimo spessore dalla tramoggia e si muoveva per poter determinare il quantitativo di grano che doveva passare per essere macinato. La registrazione dello spessore veniva fatta dal mugnaio con un regolatore a verricello (granaröl) in base al quantitativo che il mulino riusciva a macinare. Il fondo rimaneva in continuo movimento tramite un triangolo (batidù), il quale a sua volta muoveva il fondo della tramoggia. Il grano usciva e andava in mezzo alla macina rotante (nella bucaia). C’erano due macine, una fissa e una rotante, fatta girare dal capèl de prét posto in cima all’àlber del carèl (ingranaggio che trasforma il moto da orizzontale in verticale). La distanza fra le due macine nella parte centrale era di pochi millimetri e variava secondo il tipo di grano da macinare; andando verso l’esterno la distanza diminuiva ulteriormente; i chicchi per, forza centrifuga, andavano verso l’esterno ed erano obbligati a rompersi sempre di più. Alla fine di questa operazione il grano così triturato, per mezzo di una canalina di legno, andava a finire in un prisma ottagonale chiamato burata, che a una estremità era rivestita di seta a trama fine da cui usciva la farina migliore, più fine; vi era quindi un rivestimento di seta a trama leggermente più rada che faceva passare la farina più grossa; infine usciva la crusca. La farina più fine era quella ottenuta dalla segale e dal frumento (semola) e pertanto la burata del mulino adibito alla loro lavorazione era rivestita di seta. Se un mulino doveva macinare anche granoturco, dopo la seta veniva posta la canapa. La farina finiva poi nel cassone; prima vi si depositava quella di prima qualità, poi l’altra, che si chiamava sentrèl e veniva stesa sulle assi di legno prima di porvi il pane per la lievitazione, oltre che essere utilizzava per il pasto degli animali. Nel caso della segale e del frumento, la crusca e il sentrèl venivano macinati una seconda volta per ricavarne altra farina. Al primo passaggio si otteneva il 40-45% di farina; il massimo possibile per la segale era il 65%; per il frumento il 70-72%. Se il cliente voleva tanta farina, la si ripassava anche due volte, ottenendo una farina un po’ più scura, però fine”.

“All’interno della burata c’erano due martelli che battevano alternativamente sulla tela, in modo che non vi rimanesse attaccata della farina. Il suono provocato dal movimento era to-to, to-to. Da qui il detto Tö fò ‘l tò, che alludeva alla diceria secondo la quale i mugnai cercavano di trattenere più farina del dovuto. Quando il contadino non aveva la possibilità di pagare il lavoro del mugnaio, questi tratteneva da 5 a 10 kg di farina per ogni quintale di frumento (la multura); il quantitativo prelevato dipendeva anche dalla difficoltà della lavorazione, come nel caso della segale, che avendo un chicco molto duro da sfarinare, richiedeva un maggior lavoro. La segale coltivata nel piano era più tenera; quella di montagna era durissima, ancorché di qualità migliore. La macina faceva da 60 a 120 giri al minuto mentre la burata circa 30. Il mulino non doveva mai funzionare a vuoto, perché si sarebbero potute staccare delle piccole schegge di sasso. In genere la macina doveva essere martellata ogni due mesi, ma la frequenza dipendeva dalla quantità di cereale macinato. Sulla macina veniva fatta la rabbigliatura, ossia delle scanalature ravvicinate. Questi incavi portavano verso il centro il grano, oltre a favorire l’immissione di aria, evitando il surriscaldamento della pietra. La macina fissa, chiamata francesa, era un agglomerato molto resistente e serviva per macinare segale e frumento; per la lavorazione di granoturco e grano saraceno (furmentùn) si utilizzavano macine in pietra locale. La francesa, diffusasi alla fine dell’Ottocento, non era un sasso monolitico, ma era formata da spicchi legati col cemento. Un altro tipo di macina in uso era la brianzola, che a vista sembrava un impasto di graniglia, ma era sasso naturale di cava. Normalmente i mugnai avevano due o tre mulini adibiti alla macinatura dei diversi cereali di produzione locale, che erano frumento, segale, saraceno, granoturco, miglio e orzo. La farina di granoturco per la polenta veniva macinata più grossa, mentre quella nera per i pizzoccheri e per la polenta taragna doveva essere più fine”.

RICOSTRUZIONE CANALE E SISTEMAZIONI ESTERNE

“È prevista la realizzazione di un canale di derivazione che permetta di derivare l’acqua dal torrente Aprica a monte del mulino e di restituirla a valle dello stesso; l’intervento verrà realizzato parte riscoprendo il vecchio canale, che nel corso degli anni è stato tombato, e parte ricostruendo ex-novo il percorso. L’area circostante sarà livellata, in modo da ricreare dei terrazzamenti in cui vengono rimessi a coltura i cereali tradizionali come frumento, grano saraceno, segale e granoturco. Verranno realizzati dei percorsi pedonali che consentano di percorrere le aree di pertinenza del mulino. Lungo il lato nord si realizzeranno delle piantumazioni, allo scopo di schermare i retrostanti condomini svettanti sopra l’area di progetto; in prossimità del mulino si pianterà, infine, un Sorbo dell’Uccellatore, tipico albero dall’alto valore paesaggistico e tradizionale”.


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