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A Trento ultimo giorno del Festival dell’Economia: l’Italia di ieri e di domani con ‘I vertici dell’ignoranza’. Intervenuto anche Emilio Gentile

lunedì, 2 giugno 2014

Trento - Oltre il 70% della popolazione adulta italiana non raggiunge il livello minimo di conoscenza indicato per vivere da cittadini consapevoli nel XXI secolo. In questo dato così drammatico si legge la situazione di una nazione che ha smesso da anni di investire nella cultura e che trova uno specchio di un’ignoranza diffusa anche nella sua classe dirigente politica ma non solo.

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Di questo quadro così difficile si è parlato in un Teatro Sociale affollato nell’incontro “I vertici dell’ignoranza” coordinato da Pino Donghi, editor del Festival, con gli interventi di Elena Cattaneo, scienziata e dallo scorso anno senatore a vita della Repubblica, Giovanni Solimine, professore ordinario di Biblioteconomia e di Culture del libro all’Università di Roma La Sapienza, Armando Massarenti, responsabile del supplemento culturale “Il Sole 24 Ore-Domenica” e di Stefano Fresi, musicista e attore romano (NELLA FOTO L’INCONTRO ODIERNO).

A Giovanni Solimine il compito di delineare la situazione di un Paese come l’Italia che nelle classifiche europee è sempre nelle retrovie non solo per l’investimento in istruzione e ricerca ma anche negli indici di lettura dei quotidiani e dei libri, nella frequenza ai musei e alle mostre, nel consumo di musica e spettacolo. “I dati che sono in nostro possesso- ha sottolineato l’academico capitolino – sono sconcertanti e delineano sempre un grosso deficit di conoscenza degli italiani e in questo quadro nostra classe dirigente non fa certo eccezione”. Anche per questo ha detto Solimine “non ci possiamo più permettere di trascurare gli investimenti in istruzione e cultura se vogliamo davvero far uscire l’Italia da questa situazione di crisi. Il problema è che per andare in questa direzione purtroppo ci dobbiamo scontrare con un mondo politico che ha scarsa cultura e scarse competenze e quindi ha difficoltà a capire la gravità delle cose”. I dati parlano chiaro cosi come le prospettive di chi vede per il 2020 ben il 37% della forza lavoro in Italia con bassi livelli di qualificazione a differenza di un tasso europeo pari al 20%. Numeri da brivido che hanno bisogno di una sola risposta per Solimine: “ Rimettere in moto per tutti, classe dirigente e cittadini, un ascensore sociale azionato dalle competenze”. Elena Cattaneo ha posto l’accento sulla situazione venutasi a creare grazie al famigerato decreto Balduzzi con la cui approvazione il Senato nel maggio 2013 aveva dato il suo ok alle sperimentazioni del Metodo Stamina. “In quel caso – ha spiegato la scienziata – rimasi sconcertata davanti a quella decisione. Il Senato aveva scelto di dare il suo assenso ad un metodo che non aveva nessun fondamento scientifico. Una decisione frutto di una grave mancanza di visione del problema in particolare ma specchio di una carenza di conoscenze in generale”. Quello della Cattaneo è stato solo un esempio, seppur di estrema gravità, delle difficoltà di far capire alla classe politica la scienza, la cultura e la tecnologia. Per il giornalista Armando Massarenti uno dei promotori del “Manifesto per la cultura”, proprio la scelta fatta lo scorso anno dal presidente Napolitano , con la nomina di quattro nuovi senatori a vita, fra cui appunto Elena Cattaneo, è stato un segnale importante per portare uomini di cultura in Senato. “Negli ultimi decenni in Italia – ha sottolineato Massarenti – si è vissuto un antintelletualismo negativo e pericoloso per questo, come pare accadrà nel nuove Senato post riforma , sarebbe importante se venissero scelti ventuno senatori con varie competenze nominati dal Presidente della Repubblica”. “Non si tratterebbe – ha precisato il giornalista del Sole 24 Ore – di una nuova possibile tecnocrazia ma solo di un modo di provare a far dialogare la politica con la cultura intesa nella sua concezione allargata che implica educazione, istruzione, ricerca scientifica e conoscenza”. Una cultura sempre più al centro di un’economia non basata solo sul Pil, una cultura che insieme alla ricerca scientifica e tecnica sia in grado quindi di diventare motore primo di sviluppo per costruire la nuova Italia di domani.

DA GARIBALDI A MUSSOLINI E A TOGLIATTI: IL CARISMA SECONDO EMILIO GENTILE

Cavour, Nenni e Degasperi no. Garibaldi, Mazzini e Togliatti sì. Ma fu soprattutto Benito Mussolini il primo grande capo carismatico del XX secolo in Italia. Ecco la mappa del carisma, secondo Emilio Gentile, storico di fama internazionale, intervenuto oggi al Festival dell’Economia con una lezione dal titolo “Carisma e leadership nella politica italiana tra fascismo e repubblica”.
Da storico, Gentile si è fermato alla soglia della “prima Repubblica” evitando, nonostante ripetuti solleciti del pubblico, il terreno scivoloso della contemporaneità. Se non per il monito finale che ha chiuso il suo intervento: “Del termine carisma dobbiamo fare un uso molto parco. Altrimenti scambiamo per persone che aspirano al bene comune dei venditori di padelle”.

Tra i più apprezzati storici viventi, grande divulgatore, volto noto di Rai Storia, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma, Emilio Gentile è stato introdotto nell’incontro che ha affollato la Sala della Filarmonica da Eliana Di Caro, giornalista, curatrice delle pagine di storia ed economia del supplemento culturale “Il Sole 24 Ore-Domenica”. Poche parole introduttive e poi via con la galleria di volti, di espressioni “rubate” in decine di foto in bianco e nero, alla ricerca del carisma perduto. Un lungo viaggio nella politica italiana tra fascismo e repubblica, cogliendo i tratti distintivi di una personalità carismatica che si è andata via via definendo.

L’aspetto fisico, anzitutto, e il modo di atteggiarsi. Per questo Mazzini e Garibaldi furono carismatici, Cavour e Nenni no. Il rapporto carismatico, poi, non è mai a senso unico: c’è bisogno di un popolo che riconosca il proprio leader come tale. Crispi lo fu.
Non basta neppure una grande capacità di dominio politico per essere un capo carismatico: De Pretis e Giolitti, ad esempio, venivano accusati di essere dei trasformisti.

Ma per avere carisma serve pure un contesto che lo permetta. Alcide Degasperi era un grande statista, un leader, ma non poteva essere carismatico perché apparteneva a un partito, la Democrazia Cristiana, che era il partito della Chiesa, dove ad essere carismatica era semmai la figura del Pontefice. Carismatico, in quegli anni, fu invece Palmiro Togliatti, che Gentile definisce come “unico vero capo carismatico dell’Italia repubblicana”.

Ma l’invenzione del carisma, nel XX secolo in Italia, la si deve secondo Emilio Gentile a Benito Mussolini. Il Duce fu il primo capo carismatico a essere riconosciuto tale anche dagli avversari, l’unico a perdere e a riconquistare il carisma più volte. A 29 anni diventa la figura più prestigiosa del partito socialista rivoluzionario, ma perde il suo carisma quando passa all’interventismo, con i suoi che lo bollano come traditore ed opportunista, per poi di nuovo riconquistarlo diventando il più giovane Presidente del Consiglio. Ancora lo perde passando al fascismo e lo riacquista, diventando nuovamente carismatico, allorché divenne dittatore dell’Italia. La stessa sua morte fu un fenomeno carismatico.

LA CLASSE DIRIGENTE ITALIANA SECONDO VIRZI’

E’ ‘Il Capitale umano’, di Paolo Virzì, otto nomination ai David di Donatello 2014, il film che ha concluso la rassegna ‘Cineconomia’. “Una pellicola in tema con il Festival – per Marco Onado, economista e cinefilo, nonché curatore dell’iniziativa – perché ci fa vedere cosa è stata la classe dirigente italiana degli ultimi venti anni, sullo sfondo finale della crisi, che ha fatto quasi sparire il ceto medio acuendo la contrapposizione tra i ricconi disonesti e speculatori e i poveracci che cercano di diventare anche loro speculatori per evitare il fallimento”. Il regista salva, però, le donne che volano alto sopra le differenze di status. A loro è affidato il ruolo di chi non perde valori e principi, ma rimane saldamente ancorato al buon senso e all’amore. Siamo in una provincia italiana dove due famiglie, una ricca e una povera, intrecciano i loro destini per via di un incidente esterno. Le reazioni diverse all’evento ci danno la misura dei punti di vista dei personaggi, interpretati da un cast di alcuni tra i migliori attori italiani: Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio.

Paolo Virzì si è ispirato al thriller ‘Human Capital’ dello scrittore americano Stephen Amidon, ambientandolo in una provincia del Nord Italia. Una premessa obbligata, viste le polemiche all’uscita del film. La provincia brianzola, location delle riprese, si è sentita messa sotto accusa. Il bersaglio del regista non è il Nord ‘opulento’, ma la società capitalistica nel suo complesso, della quale restituisce un’immagine beffarda e grottesca. Un film diverso da tutti gli altri, perché non ha nulla della gigioneria delle pellicole, che hanno fatto amare Virzì dal grande pubblico. I toni sono decisamente bassi e tendono al drammatico. La vicenda comincia una notte, sulla provinciale di una città brianzola, alla vigilia di Natale, con un ciclista investito da un Suv. Questo incidente diviene l’espediente grazie al quale narrare la vita di diversi personaggi appartenenti a due famiglie: quella dei Bernaschi composta da Giovanni, Carla, sua moglie, e il loro figlio, appartenenti all’opulenza di un mondo legato alla speculazione finanziaria e quella degli Ossola, in cui Dino, compagno di Roberta, psicologa, rappresenta un ambizioso e immobiliarista sull’orlo del fallimento, ‘vorrei ma non posso’. Completa la famiglia Serena, una ragazza legata sentimentalmente al figlio dei Bernaschi. L’impianto narrativo del film, per Marco Onado, si inserisce con coerenza nel tema del Festival, perché ci parla di una realtà sociale dove il ‘soldo’ ha preso il posto di antichi valori, come l’amicizia e la condivisione. Distorsioni del benessere, quando non è accompagnato da una crescita culturale e da consapevolezza, che riguardano tutte le classi sociali . “Cosa resta del singolo individuo, della sua dignità ed irripetibile unicità, in un mondo in cui il denaro e il profitto economico rappresentano il solo incontrastato parametro valutativo di persone e cose?”. “E come vive poi quella società che determina aritmeticamente il prezzo di tutto, fino a definire ‘capitale umano’ il parametro per stabilire la parcella assicurativa sulla vita ?”. Questi gli interrogativi impliciti del film.


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