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Via Crucis con i giovani: meditazione del vescovo di Como


Nell’Anno giubilare francescano, in cui si fa memoria degli 800 anni dalla morte di San Francesco, la Via Crucis del Lunedì Santo (che ha visto la celebrazione di centinaia di persone, in particolare i giovani), celebrata a Como e guidata dal Vescovo, cardinale Oscar Cantoni, è iniziata dalla chiesa di San Giuseppe (affidata ai frati cappuccini), per concludersi al Santuario del Crocifisso. I testi delle meditazioni che, la sera di lunedì 30 marzo, hanno introdotto il cammino per le vie della città, sono stati elaborati da un gruppo di giovani a partire dalle Fonti Francescane, alternandoli a brani di Vangelo. Il titolo scelto per la Via Crucis è il dialogo tra Francesco e Dio, di fronte al Crocifisso di San Damiano: «Francesco, va e ripara la mia chiesa, che, come vedi, è in rovina». Qui di seguito il testo di meditazione che il Vescovo, all’arrivo nella Basilica del SS. Crocifisso, ha affidato ai giovani. Al termine della celebrazione, il cardinale Cantoni si è fermato a salutare uno a uno tutti i partecipanti alla Via Crucis, dopo il momento del bacio del Crocifisso.


Da “vita seconda” di Tommaso da Celano, redatta intorno al 1247

Francesco “Era già del tutto mutato nel cuore, e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti.
Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato.
Mentre egli è così profondamente commosso, all’improvviso - cosa da sempre inaudita! (Gv 9,32) - l’immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto, gli parla, movendo le labbra. «Francesco, - gli dice chiamandolo per nome (Cfr Is 40,26) - va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».
Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dire il vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in sé stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.
Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.
Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto, il suo animo venne meno (Cfr. Ct 5,6). Più tardi, l’amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo. Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo.
Intanto si prese cura di quella immagine, e si accinse, con ogni diligenza, ad eseguirne il comando. Subito offrì denaro ad un sacerdote, perché provvedesse una lampada e l’olio, e la sacra immagine non rimanesse priva, neppure per un istante, dell’onore, doveroso, di un lume. Poi, si dedicò con impegno al resto, lavorando con intenso zelo a riparare la chiesa. Perché, quantunque il comando del Signore si riferisse alla Chiesa acquistata da Cristo col proprio sangue (At 20,28), non volle di colpo giungere alla perfezione dell’opera, ma passare a grado a grado dalla carne allo spirito.”

Cari amici, cari fratelli e sorelle, al termine di questa Via crucis cittadina, a cui voi giovani partecipate ogni anno, vorrei intrattenervi, in questo anno giubilare francescano, sul tema di fondo, che intitola il fascicolo guida della via crucis di questa sera: Francesco, va’ ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!

L’episodio del Crocifisso di San Damiano è uno dei fatti che hanno determinato la conversione di San Francesco. Due, infatti, furono gli eventi cardine che produssero il cambiamento di orizzonte nella sua vita: innanzitutto la vicinanza ai lebbrosi, e quindi, in secondo luogo, l’esperienza del Crocifisso di San Damiano. La cosa interessante è che Francesco di questa esperienza non parlerà mai, proprio perché è una esperienza mistica, intima: davvero fu un “cuore a cuore con il Signore”. Di tutto questo parleranno i suoi biografi. Francesco invece, nel suo Testamento, parlerà dell’esperienza di aver servito i lebbrosi, luogo esistenziale dove il Signore lo conduce: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo” (FF 110).
Il Signore ha preparato Francesco ad ascoltare la sua voce, a discernere la sua vocazione, dopo aver “fatto misericordia” con i lebbrosi, cioè servendoli. Per la “porta” dei lebbrosi, il Signore è riuscito a farsi sentire con potenza nel cuore di Francesco, chiamandolo alla Sua sequela.
È così anche per noi: tutto nasce da un atto di amore, accolto o operato, e da lì si parte per la sequela…. Per tutti noi c’è un punto di partenza che è il concentraci su noi stessi ed ascoltare il Signore che ci parla, che ci attira a sé, che ci chiede di avanzare verso di Lui, sorgente di gioia e di pace in un mondo devastato dalla solitudine più nera, da tante forme di violenza, dalla superficialità della vita e dal vuoto esistenziale che è la grande forma di schiavitù del nostro tempo.
Molti dei giovani che sono tra noi ritornano a Dio, tornano a frequentare la Chiesa e a celebrare i Sacramenti, dopo aver toccato con mano la povertà, o meglio, dopo aver incontrato dei veri poveri, persone con un volto e con una storia ben precisa, ai quali hanno offerto qualche servizio, ma insieme dopo aver sperimentato la loro amicizia. Sono giovani che si sono accorti, nella loro generosità, che c’è più gioia nel dare che nel ricevere, ma anche che si sono resi conto che hanno ricevuto più di quanto essi hanno saputo offrire.

Francesco, ed in certo modo il suo biografo lo lascia intravedere, dapprima non comprende con esattezza le parole del Crocifisso, ed inizia semplicemente a riparare fisicamente la piccola chiesa di San Damiano, insieme ad altre nei territori limitrofi. In realtà l’esperienza credente di Francesco ci narra di come, passo dopo passo, egli stesse comprendendo, sempre più in profondità, cosa il Signore stesse volendo da lui, senza mai pensare minimamente alla portata universale che la sua esperienza avrebbe portato in futuro.

• È così anche per noi, quando cerchiamo la vocazione a cui il Signore ci chiama. Siamo spesso titubanti, insicuri, pieni di dubbi, incapaci di intravvedere i segni concreti che ci rivelano la nostra via di vita. Si comprende solo se ci si butta. Non tutto è chiaro della propria vita e del proprio futuro. Che conta, però, è incominciare, trovare il coraggio di fare qualche passo in avanti, non scoraggiarsi ed entrare sempre più in rapporto con il Signore Gesù. È Lui che ci porta, piano piano, è Lui che ci conduce dove vuole, ma ci vuole molta pazienza assieme a uno sguardo vigile.

Il Crocifisso dice: “Francesco va’” – le parole di Gesù sono un invito ad andare, a camminare, ad uscire da sé, a non restare chiusi nelle proprie sicurezze. Come ogni esperienza di conversione, Francesco sente che deve fare un passo esistenziale deciso, farsi trovare pronto per il Signore, il quale chiede a lui un pellegrinaggio, un rimettersi in cammino, con solerzia, decisione, coraggio e fiducia in Lui. È un imperativo che il Signore usa, chiedendo a Lui di uscire per lasciarsi incontrare nuovamente.

Anche a noi il Signore parla, ma occorre prima di tutto volerlo ascoltare, poi fidarsi delle sue parole, credendo che egli ci chiama sempre a promuovere noi stessi nella misura in cui usciamo dalle nostre sicurezze e ci mettiamo in ricerca, ma sempre fidandoci di Lui, dei segni pluriformi che Egli ci invia dentro la nostra storia, attraverso segni chiari che dobbiamo però saper decifrare. Chi fa la verità, dice Gesù, viene alla luce!

Il Crocifisso a Francesco aggiunge: “Ripara!” – interessante è il verbo utilizzato dal Signore.
Non ha detto a Francesco “rifonda”, “ricostruisci”, o peggio: “inizia da zero”. L’azione che il Signore chiede a Francesco è di “riparare”, cioè di ricordarsi che la sua azione sarà quella di rinnovare ciò che già c’è, di portare a compimento ciò che è già stato iniziato. L’opera di Dio è un’opera sempre buona, in ciascuno di noi e nella Chiesa; a Francesco non è chiesto di appropriarsene, azzerando ciò di cui è erede, ma di “riparare”, cioè di riportare a bellezza. È come se il Signore, nell’inviarlo con decisione, avesse chiesto a Francesco “mi presti il tuo cuore e le tue mani nel riportare a bellezza la mia opera?”; “ti va di darmi spazio nella tua vita, di regalarmi tempo ed energie per la missione?”

Anche a te, Gesù dice: ti va di darmi una mano, usufruendo delle risorse che tu possiedi (la tua libertà, la tua intelligenza, la tua creatività, il tuo gusto di fare qualcosa di bello per gli altri e per cambiare il mondo attorno a te? Donami il tuo cuore, dice il Signore, fatti dono a partire da ciò che riconosci in te come buone risorse, dalle occasioni storiche in cui ti trovi a vivere, dalle persone che ti sono accanto e che continuamente ti interpellano. Beato se ti puoi fidare di qualcuno che può confermare ciò che pensi di fare, non che ti suggerisce già dove andare, cosa dire, cosa scegliere- Questo tocca a te e solo a te! La tua deve essere una scelta pienamente libera e personale!

Il Crocifisso di San Damiano, di nuovo aggiunge: Ripara la mia casa – appunto “la mia”. L’opera è la Sua, di Cristo Gesù, che chiede al giovane Francesco di esserne partecipe…la casa di Cristo Signore, cioè la Chiesa, diventerà davvero la casa di Francesco, non per appropriazione indebita, ma per amante e vitale appartenenza. Francesco per la Chiesa darà la vita…e non si dona nulla per qualcosa che non si ama! È come se dicesse: Sii testimone di speranza per chi, segnato dalla sofferenza, rischia di perdere la luce e il conforto della fede”. Tutto questo fallo per amore mio.
Mi fermo a sottolineare il termine “Casa” – Il giovane Francesco, restaurando le chiese di San Damiano ed altre, fa un vero e proprio itinerario interiore, che gli fa comprendere che cosa il Signore gli stesse dicendo attraverso quel termine: casa. La prima casa da riparare, dove riportare bellezza, è quella del cuore: Francesco comprende che prima doveva riparare sé stesso, mettere mano al suo cuore, alla sua vita, prima di ogni cosa e contestualmente ad ogni attività missionaria. Il cuore doveva diventare l’immagine di quella “chiesa” che il Signore gli chiede di riparare: da luogo di sentimenti di possesso a casa accogliente per il Signore e per i fratelli.
Proprio dopo aver chiarito in sé stesso che la prima dimora da riparare era il suo cuore, Francesco comprende che il suo cuore era stato chiamato ad un allargamento di orizzonti, non nel senso espansionistico, ma in un movimento di amore e di servizio che si sarebbe rivelato attraverso la fraternità. L’amore è ciò che dà solidità alla vita: fondamentale è l’esperienza dell’amore di Dio e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. E amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità.
La “casa” di cui Gesù parlava era la Chiesa, in cui Francesco doveva dare il suo contributo affinché diventasse da istituzione potente e distaccata (così era percepita per lo più la Chiesa ai tempi di Francesco), a luogo caldo di comunione, dove si incontrano i discepoli di Gesù, che fanno esperienza della sua misericordia attraverso la “porta” della fraternità. Francesco comprende che occorre iniettare silenziosamente nelle vene della Chiesa l’acqua viva del vangelo vissuto in fraternità. Questa, in sostanza, sarà la risposta che Francesco darà al Signore. Impariamo anche noi a considerare la Chiesa come una casa dove ci si sente attesi e accolti, amati e riconciliati, senza escludere nessuno, senza nemmeno preferire qualcuno e lasciare da parte altri.
Impariamo ad andare oltre la semplice amicizia, perché la fraternità è molto più esigente ed impegnativa. Nella casa che è la Chiesa è importante imparare a guardare negli occhi e a chiamare per nome chi soffre o si sente invisibile tra le luci della città.

• Francesco, dunque, aveva compreso che la riposta da dare al Signore per riparare la Sua Chiesa era vivere il vangelo sine glossa, cioè con immediatezza, semplicità, lasciando parlare la parola del Signore ed ascoltandola con amore, e vivendo tutto questo in fraternità. La fraternità francescana doveva quindi essere il propulsore della fraternità universale, che è la grande opportunità che hanno tutti i discepoli del Signore Gesù. Fraternità significa riconoscersi come fratelli e sorelle, aiutarsi reciprocamente nell’ascoltare il Signore che ci chiama all’esperienza bella e gioiosa della sua sequela.
Il giovane Francesco, potremmo dire, ha abbracciato le parole del crocifisso, con un amore tale da aver prodotto un impeto d’ amore nella Chiesa del suo tempo che dura tutt’oggi grazie alla sua testimonianza di vita.
Chi gli chiedeva di “andare e riparare” era il Signore crocifisso e risorto: spezzato dai nostri peccati, vivo per amore di noi tutti.
Questa è stata la via di Gesù, quella di amare servendo fino alla fine, ed il giovane Francesco ha compreso che, da discepolo, anche per lui la strada doveva essere la stessa, e con lo stesso esito: la gioia del dono in questa vita e la gloria in quella futura, doni del Suo amore.
Portate dunque il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Il Signore chiama ancora anche nella via del presbiterato e della vita consacrata: non siate timorosi, ma audaci nel dare la vostra vita a Cristo e ai fratelli spendendovi fino in fondo per il Signore e per la crescita della Comunità cristiana.
Voi tutti, siate davvero il volto giovane della Chiesa con una presenza non solo occasionale, come un fenomeno carsico, ma stabile, in modo che il Signore possa contare veramente su di voi.
È bello sapere che anche quest’anno in Francia e in altri Paesi uomini e donne di ogni età, specialmente giovani, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono, nella notte pasquale, il Battesimo. È un segnale molto stupefacente e in un certo senso nuovo, che meraviglia quanti sostenevano che oggi si è perso il senso di Dio, una grande bugia del nostro tempo. Ciò significa, invece, che i giovani sono attratti dal grande desiderio di infinito che scoprono dentro sé stessi e sono alla ricerca di quell’amore che, solo, può dare serenità e pace da condividere. Non è una teoria, ma una persona: si chiama Gesù Cristo.
Non dimenticate, infine, che con San Francesco, un altro giovane innamorato di Gesù, san Carlo Acutis, parlava dell’Eucaristia come dell’“autostrada per il Cielo” e dell’Adorazione eucaristica come di un bagno di sole, capace di abbronzare l’anima. Qualche giovane che mi ha avvicinato in questi ultimi periodi mi ha chiesto: quando avrete il coraggio di iniziare qui a Como incontri per giovani di sola adorazione eucaristica? La ritengo una grossa sfida, contro corrente: chi ci sta si faccia avanti e me lo segnali!
Carissimi: Vi auguro di poter sperimentare anche voi la gioia del dono, la capacità di rinunciare a voi stessi per amare veramente a misura del Dio di Gesù Cristo.
L’anno santo francescano in corso sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello di Assisi, a formarci, per quanto possibile, sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo, appena trascorso. La speranza che ci ha visti pellegrini, ricchi di entusiasmo, a Roma e ad Assisi, si trasformi ora in zelo e in un vero fervore di fattiva carità.

Con affetto di padre e di fratello:
il vostro Vescovo Oscar
Ultimo aggiornamento: 31/03/2026 10:25:24

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