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Università di Trento e Singapore, studio Coesione nella diversità

Il cervello? Ha una percezione sociale flessibile. E nel rapporto con persone di gruppi etnici diversi, tende a rispondere in modo più inclusivo quando viene richiamata un’identità nazionale condivisa. Uno studio dell’Università di Trento e della Nanyang Technological University di Singapore (National identity reconfigures brain responses from ‘them’ to ‘us’) pubblicato sulla rivista internazionale Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) ne chiarisce i meccanismi neurali.
I risultati del lavoro aiutano a comprendere il rapporto tra identità etnica e identità nazionale e hanno implicazioni per il miglioramento delle relazioni tra gruppi nelle società multiculturali. Il lavoro dimostra che la rappresentazione cerebrale dei confini sociali è in grado di riorganizzarsi rapidamente in risposta al contesto. Il team di ricerca ritiene che questa flessibilità neurale sia alla base della capacità umana di orientarsi in ambienti sociali complessi caratterizzati da identità di gruppo multiple e interconnesse. Comprendere questi meccanismi è fondamentale per sviluppare strategie efficaci per colmare le divisioni e favorire relazioni intergruppo sempre più armoniose.
La ricerca dimostra che anche un breve richiamo all’identità nazionale condivisa (come sentire una lingua familiare o vedere la bandiera del proprio paese) modifica la risposta del cervello di fronte a volti di persone di gruppi etnici diversi. Con la regione della corteccia frontale, centro nevralgico che mette in relazione le altre persone con se stessi, che mostra un maggiore coinvolgimento nei confronti dei volti di gruppi etnici esterni. La risonanza magnetica rivela che il cervello inizia così a categorizzare nel proprio gruppo anche i volti di altri gruppi etnici senza per questo annullare le informazioni sulle differenze etniche.
Gianluca Esposito, co-responsabile del progetto e direttore del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento, commenta: «Questo studio dimostra che il cervello umano ha una notevole capacità di ampliare il senso di appartenenza, passando dal “noi contro loro” a un “noi” più inclusivo. Quando viene resa saliente un’identità condivisa, come quella nazionale, le persone esterne al proprio gruppo iniziano a essere percepite in modo più vicino. Questo suggerisce che, anche nei contesti segnati da divisioni etniche o sociali, esistono basi neuropsicologiche che possono favorire riconoscimento reciproco, riduzione della distanza e maggiore apertura verso l’altro. In un’ottica di pace, i risultati indicano che valorizzare identità comuni e obiettivi condivisi può aiutare a disinnescare le logiche di contrapposizione e creare condizioni più favorevoli al dialogo.
Il messaggio più incoraggiante è che i confini sociali non sono rigidi: il cervello è capace di riorganizzarsi, offrendo una base concreta per immaginare percorsi di convivenza, riconciliazione e pace duratura».
Annabel Chen, co-responsabile del progetto e titolare della cattedra presidenziale di psicologia alla Nanyang Technological University, dichiara: «Ciò che colpisce è che il cervello non sembra aver bisogno di cancellare l’identità etnica per fare spazio a un’identità nazionale condivisa. I nostri risultati suggeriscono che queste identità possono coesistere e che ricordare alle persone un’identità nazionale comune può spostare la percezione sociale in una direzione più inclusiva. Per le società multiculturali, questo indica un principio importante. Gli sforzi per rafforzare la coesione sociale possono essere più efficaci quando affermano sia l’appartenenza condivisa sia le identità dei sottogruppi, piuttosto che trattare l’identità etnica come qualcosa che deve essere messa da parte».
Kelly Sng, dottoranda alla Nanyang Technological University e prima autrice dello studio, afferma: «Abbiamo scoperto che il cervello è più flessibile nella percezione sociale di quanto spesso si pensi. Anche un breve stimolo identitario è stato sufficiente a modificare il modo in cui venivano elaborati i volti di persone appartenenti a gruppi etnici esterni, ma il cambiamento non era assoluto. Il cervello continuava a tenere traccia delle distinzioni etniche, il che suggerisce che l’armonia sociale non richiede alle persone di rinunciare a ciò che sono».

Lo studio
Lo studio è stato condotto a Singapore, dove la popolazione multietnica e le identità etniche e nazionali ben definite forniscono un contesto naturale in cui esaminare le questioni al centro del progetto. Le 92 persone partecipanti erano delle tre principali comunità etniche di Singapore: cinese, malese e indiana. La loro attività cerebrale è stata osservata con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre venivano loro mostrati volti di persone appartenenti a diversi gruppi etnici. La ricerca ha utilizzato sia stimoli uditivi, sotto forma di audio di frasi pronunciate in diverse lingue, sia stimoli visivi, sotto forma di simboli culturali associati alle identità etniche o nazionali. I volti sono stati mostrati in due condizioni: dopo che le persone partecipanti all’esperimento erano state esposte a stimoli di identità etnica (promemoria della propria etnia o di quella altrui) e dopo che erano state esposte a stimoli di identità nazionale (richiami all’appartenenza a Singapore).

L’articolo
L’articolo, dal titolo “National identity reconfigures brain responses from ‘them’ to ‘us’” (doi 10.1073/pnas.2531563123), è stato pubblicato il 30 marzo 2026. Corresponding authors: Gianluca Esposito (Università di Trento) e SH Annabel Chen (Nanyang Technological University di Singapore). Il lavoro è firmato anche da Kelly H.L. Sng (prima autrice) e Nisha Syed Nasser, entrambe del team di ricerca di Singapore. L’articolo è disponibile su: www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2531563123
Ultimo aggiornamento: 31/03/2026 11:25:11

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