ROVERETO (Trento) - "Rilanciare la coesione sociale e l'innovazione. Un nuovo patto per lo sviluppo con al centro la casa, l'integrazione, l'attenzione verso i giovani e la qualità del lavoro e dell'ambente. L'economista Emanuele Felice: "Valutare con attenzione le proposte per tassare i super ricchi per investire nel welfare".
Quali strategie per rilanciare l’economia e la coesione sociale del Trentino?
A Rovereto, culla e motore trainante dell’industria trentina, il convegno organizzato dalle Acli Trentine, promosso da Nicola Simoncelli vicepresidente delle Acli Trentine e delegato per il lavoro, prende spunto dall’analisi dei dati Iref elaborati sulle dichiarazioni dei redditi raccolti dai Caf Acli che evidenziano un aumento della disuguaglianza e uno scivolamento nella vulnerabilità.
Negli ultimi 15-20 anni la produttività del Trentino è calata, i salari sono bassi - impietoso il paragone con l’Alto Adige - nonostante il peso importante della manifattura, settore che paga stipendi più elevati del turismo (108 euro al giorno contro 71 euro in media).
Finalmente qualcosa si muove, si è riaperto un dibattito sulla produttività del Trentino: il patto per la crescita sottoscritto dalle parti sociali con la Provincia, il piano Trentino 2040 che ha l’ambizione di rendere di nuovo grande il Trentino.
In un contesto che vede il Trentino arretrare, le Acli hanno cercato risposte perché il territorio torni a essere competitivo partendo da una riflessione globale fino a stringere lo sguardo su una dimensione locale.
- Tassare i super ricchi e recuperare l’evasione perché l’Italia resti in piedi
Emanuele Felice, ordinario di Politica economica all’università IULM di Milano ha rilevato come negli ultimi 50 anni la liberalizzazione del commercio e l’avvio della seconda globalizzazione abbiano portato all’uscita dalla povertà di oltre 1 miliardo di persone, soprattutto in Cina. Ma ha colpito il benessere del ceto medio in Occidente e la liberalizzazione finanziaria ha aggravato le cose, perché non ha previsto forme di contrasto all’elusione fiscale e ai paradisi fiscali.
Si è formata una classe di multimilionari che paga meno della maggior parte della popolazione: il loro reddito da lavoro è minimo e così le loro tasse, indebolendo la capacità degli stati di fare prelievo fiscale.
La produttività in Italia è cresciuta poco, i salari stagnanti, la percentuale di laureati è inferiore alla Turchia e cercano lavoro all’estero, il ceto medio si è impoverito più degli altri Paesi dell’Unione Europea.
Mentre Trump rischia di precipitarci nella Terza Guerra Mondiale con conflitti dettati dalla competizione con la Cina e la politica protezionistica non può portare alla reindustrializzazione degli USA, perché servirebbe una manodopera specializzata che non c’è più e dovrebbe contare sugli immigrati che invece vengono ostacolati.
La via d’uscita passa per una nuova globalizzazione che accetti la libertà di commercio ma orientandolo dal punto di vista etico, il contrario di una politica muscolare fatta di dazi. E serve regolare la globalizzazione finanziaria introducendo maggiore equilibrio e uguaglianza. Questo permetterebbe anche all’Europa di introdurre politiche fiscali progressive efficaci. Con i trend demografici in Italia, che nessun governo ha invertito, per mantenere gli attuali livelli di welfare, avremmo bisogno da qui al 2025 di un aumento della pressione fiscale di 5 punti sul PIL, circa 100 miliardi all’anno in più. Siamo il Paese con la più alta evasione fiscale, 70 miliardi, da recuperare anche con la tassazione dei multimilionari che finora hanno pagato molte meno tasse degli altri.
- Servono aziende innovative per fermare l’emorragia di giovani
Alice Giacomelli ricercatrice della Fondazione Nord Est ha confermato il divario di stipendi tra settore manifatturiero e dei servizi anche in Trentino. Nonostante il PIL in aumento nel Nord Est, dal 2011 al 2024 il saldo di giovani (18-34 anni) è costantemente negativo, un flusso costante di giovani che lasciano il territorio, più di quelli che entrano, un trend che ha visto un’accelerazione dal 2022 al 2024.
I giovani se ne vanno per la difficoltà del territorio di offrire opportunità di crescita, costo della vita elevato, valori che non trovano qui ma all’estero.
Per ogni cittadino dell’Ocse che arriva nel Nord Est ne partono quasi 4: una fuga continua di cervelli.
La quota di laureati emigrati italiani tra i 25 e i 34 anni dal 2019 è in crescita: nel 2023 su 100 trentini laureati 63 sono emigrati.
Quasi la metà (49%) delle motivazioni dell’espatrio è legata alla sfera lavorativa: migliore salario, migliori qualità, mancanza di lavoro. I giovani cercano soprattutto un’atmosfera di lavoro piacevole e un lavoro coerente con il percorso di studi. Al secondo posto equilibrio fra vita lavorativa e privata, solo al terzo posto la retribuzione. Seguono opportunità di crescita delle competenze, politiche retributive che valorizzano i meriti.
Come attrarli? Come valorizzare i dipendenti e come fidelizzarli per ridurre il turn over?
Un fattore di attrattività è la presenza sul territorio di aziende innovative, in particolare in un’economia della conoscenza e attente al welfare.
Secondo l’indicatore della corsa all’innovazione il Trentino è primo in Italia, tra le realtà che fanno molto bene, come Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, ma è indietro rispetto ai leader nell’innovazione come Baviera e Stoccolma.
Perché il Trentino, con le opportunità che ha rispetto ad altri territori, non è cresciuto come ci si aspettava?
La tavola rotonda è partita da questa domanda del moderatore del convegno, il giornalista Domenico Sartori.
Per Giulia Robol sindaca di Rovereto non si è sfruttata abbastanza la specialità dell’autonomia per far percepire qualità della vita e servizi, due pilastri dell’attrattività.
Dario Piccinelli Componente del Consiglio Generale di Confindustria Trento, nonché imprenditore lagarino, ribadisce che la crescita produttiva si ha con l’innovazione e le imprese devono lavorare in questa direzione, oltre che diventare più internazionali, aprirsi a nuovi mercati e investire nella grande dimensione: le imprese maggiori pagano stipendi più alti. La multinazionale paga poche tasse ma porta cultura d’impresa, spinge a fare innovazione. “Quando un’azienda pensa di delocalizzare manca un gettito fiscale importante per la nostra Provincia. Le imprese fanno fatica a trovare capannoni e la burocrazia non aiuta, in un mercato che chiede opportunità”.
Il Trentino non vive di solo turismo
Secondo il segretario generale della CGIL del Trentino Andrea Grosselli la debolezza del Trentino è stata aver perso un comune sentire e non aver imparato dalle crisi del 2008 e del Covid, sprecando un’occasione di rilancio. “Non abbiamo capito che senza un’industria di un certo livello, senza un terziario avanzato, senza l’innovazione che questi settori possono portare, il PIL del Trentino stagna. Abbiamo avuto la prova che il turismo, settore fondamentale, non serve a far crescere il Trentino, anzi se non si risolve il problema delle seconde case e affitti brevi è perché i proprietari alberghieri hanno investito nel mattone. Il Trentino procede verso un lento declino anche se, a differenza di Veneto e Friuli, ha in casa risorse e competenze legislative”.
Grosselli ha aggiunto che il Trentino dovrebbe valorizzare quegli investimenti che danno più ritorno in valore aggiunto.
In chiusura Walter Nicoletti, presidente delle Acli Trentine, ha denunciato le risorse destinate al riarmo e tolte al welfare, facendo cenno anche alla “crisi dell'Autonomia soprattutto a livello sociale e partecipativo e alla crisi di determinati corpi intermedi, come la Cooperazione, il venir meno dei tradizionali legami solidaristici, di quella comunità che crea economia. Come Acli dobbiamo essere vettori di fiducia, ricreare una comunità che vede un divario sempre più marcato tra valli e città come ci ha restituito anche il recente referendum. Preoccupa la crisi di prospettiva, dobbiamo armarci di maggior inquietudine e mettere all’ordine del giorno il futuro dei giovani. Drammatica infine la situazione della casa: le Acli sono impegnate ad affrontare il problema e partecipano al forum su lavoro e accoglienza lanciato dal Centro Astalli. Una politica senza accoglienza, che non organizza un’immigrazione di nuovi trentini non può vedere la ripartenza, in particolare di alcune zone del territorio che soffrono più di altre. Dobbiamo fare una grande alleanza per costruire un’idea condivisa di destino. Le Acli faranno la loro parte”.
Una visione che ci impone la demografia, il problema della denatalità, ha concluso Nicola Simoncelli: “le Acli sono disponibili a costruire forme di confronto, partecipazione e crescita collettiva sul futuro dell'economia trentina e dell'innovazione in particolare”.