CEDEGOLO (Brescia) - A
35 anni dalla
conquista dell’Everest di
Battistino Bonali, il ricordo di un alpinista che seppe trasformare la vetta in un gesto di umiltà.
Le date:
17 maggio 1991 - 17 maggio 2026.
“Voglio arrivare in cima non solo per me stesso ma per tutti i giovani di Bienno, per chi non ha un senso nella vita, per chi non crede in nulla, per chi vuole amare, per chi vuole vivere con semplicità e purezza. Voglio farcela per chi mi aspetta a casa, per chi mi ama.” Così scriveva sul suo diario, l’8 aprile 1991,
Battistino Bonali dal campo base avanzato dell’Everest, a
5500 metri di quota.
Parole che oggi, a 35 anni dalla storica impresa del 17 maggio 1991, conservano intatta tutta la loro forza umana e spirituale. Quel giorno, insieme al compagno di spedizione
Leopold Sulovský, Bonali raggiunse la vetta dell’Everest, la montagna più alta della Terra. Un’impresa straordinaria compiuta senza portatori e senza l’uso di ossigeno supplementare, lungo una variante della via australiana aperta da Tim Macartney-Snape e Greg Mortimer. Il percorso si sviluppò attraverso il Great Couloir (Norton), superato integralmente per la prima volta proprio in quell’occasione.
Battistino Bonali divenne così il primo italiano e il più giovane alpinista al mondo a raggiungere la cima dell’Everest con quello stile essenziale e puro. Ma più ancora del primato sportivo, a renderlo indimenticabile fu il suo modo di vivere la montagna.
“Ci sono uomini che conquistano montagne.
E uomini che, senza volerlo, entrano per sempre nel cuore delle persone”, ricorda oggi Caterina Facchini, presidente della Sezione CAI Cedegolo “Battistino Bonali”, a lui intitolata.
“Battistino è stato questo per il nostro CAI: non soltanto un grande alpinista, capace di scrivere pagine indelebili nella storia dell’alpinismo italiano e mondiale, ma un uomo vero, capace di lasciare dietro di sé valori, ricordi e un modo autentico di vivere la montagna che ancora oggi continua a camminare con noi.” Durante la spedizione himalayana del 1991, Bonali dimostrò infatti che l’umanità valeva più della vetta.
Prima dell’attacco finale non esitò a sacrificare tempo ed energie preziose per soccorrere i compagni De Stefani e Marchi in difficoltà, scegliendo la solidarietà al posto dell’ambizione personale. E anche il giorno della conquista della cima il suo pensiero non fu rivolto alla gloria.
Il 17 maggio 1991, quando raggiunse gli 8848 metri dell’Everest, il cielo era coperto dalle nuvole. In un collegamento radio con il capo spedizione Oreste Forno, Battistino confessò la propria tristezza: non per la fatica o il rischio affrontato, ma perché quella nebbia gli impediva di vedere l’infinito che aveva sognato. Rimane storica la fotografia scattata sulla vetta: Battistino inginocchiato nella neve, piccolo sulla cima del mondo, con in mano un semplice drappo recante la scritta “Grazie Dio”. Nessun gesto trionfale, nessuna esultanza. Solo gratitudine e umiltà.
“Nel ricordare il 17 maggio 1991 voglio rendere omaggio non solo all’impresa, ma soprattutto all’uomo”, prosegue Caterina Facchini. “A chi, arrivato sul tetto del mondo, scelse la semplicità e con un pezzo di stoffa scrisse soltanto ‘Grazie Dio’. Un gesto che dice tutto. Più di qualsiasi vetta”, per il CAI Cedegolo il ricordo di Battistino Bonali continua ancora oggi ad essere presenza viva e concreta, soprattutto per le nuove generazioni che si avvicinano alla montagna.
“Per il nostro sodalizio è motivo di profondo orgoglio e gratitudine averlo avuto tra i propri soci”, conclude la presidente. “Ancora grazie Battistino, perché il tuo esempio possa continuare ad essere uno stimolo per tutti, ma soprattutto per i giovani che si avvicinano al fantastico mondo della montagna”.