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Misure del Benessere equo e sostenibile del territorio: i dati Istat sulle province

venerdì, 15 giugno 2018

Sondrio – L’Istat pubblica per la prima volta un sistema di indicatori del Benessere equo e sostenibile riferito alle 110 province e città metropolitane italiane. Le tavole di dati diffuse sono il primo risultato del progetto “Misure del benessere equo e sostenibile dei territori”, avviato dall’Istat per costruire e alimentare regolarmente un sistema di indicatori utili a soddisfare la domanda di informazione statistica territoriale, coerenti e integrati con il framework Bes adottato a livello nazionale.

Gli indicatori statistici, in tutto 61, sono articolati in 11 domini: Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività (prima denominato Ricerca e innovazione); Qualità dei servizi. Rispetto al Rapporto Bes a livello nazionale, composto da 12 domini, non è considerato il Benessere soggettivo, per la mancanza di fonti di adeguata qualità statistica mentre diverse componenti del benessere sono descritte per mezzo di misure ulteriori.

Nell’analisi del Benessere equo e sostenibile è importante considerare non soltanto i livelli di benessere e il loro andamento nel tempo ma anche le differenze nella loro distribuzione e articolazione territoriale. Guardare alla distribuzione del benessere nello spazio geografico aggiunge precisione all’analisi, in quanto mette a fuoco nel dettaglio le aree di vantaggio o di deprivazione relativa. La lettura territoriale del benessere è di grande interesse anche per le politiche locali, come evidenziato, tra l’altro, dall’iniziativa “How’s life in your region? Measuring Regional and Local Well-being for Policy Making” dell’OECD e dalle linee guida “Europa 2020 per le città e i territori”, e può supportare la pianificazione strategica degli Enti locali in una prospettiva multidimensionale. Inoltre, in Italia, il livello provinciale coincide con l’ambito amministrativo delle Città metropolitane, oggetto di una crescente attenzione da parte delle politiche europee e nazionali.

I principali risultati 

Il rapporto Bes 2017, pubblicato il 15 dicembre scorso, ha confermato che negli ultimi anni si è registrato un miglioramento in molti domini del benessere, anche se permangono differenze territoriali strutturali nei livelli e divergenze nelle dinamiche. Le disuguaglianze territoriali interessano, pur con varia intensità, tutti i domini e sono piuttosto persistenti nel tempo; tuttavia, i gradienti territoriali e le dinamiche sono più articolati della consueta contrapposizione Nord/Sud se si analizzano nel dettaglio i territori.  Le singole regioni, ma anche le province e le citta metropolitane delle singole regioni presentano infatti profili e tendenze del benessere diverse, talvolta opposte e mostrano in alcuni casi veri e propri dualismi territoriali. Ciò vale sia per il Mezzogiorno, generalmente diviso tra aree svantaggiate e aree ultra-svantaggiate, sia per il Centro-nord del Paese.

Lette dunque nello spazio geografico, le differenze tra territori limitrofi o tra province della stessa regione tracciano anche confini diversi tra Nord e Sud. Emblematico il caso del Lazio, per il quale si può parlare di un effettivo dualismo territoriale per molte e rilevanti componenti del benessere, in cui Roma si colloca su livelli medio-alti, vicini alle province del Nord, mentre le altre province laziali gravitano su valori medio-bassi che connotano il profilo delle aree meno critiche del Mezzogiorno. Anche nel caso delle province abruzzesi il profilo di benessere in diversi domini è distante dalla media del Sud e sovrapponibile a quello di tanti territori del Centro Italia.

Di seguito una sintesi dei principali indicatori, articolati per dominio. A supporto dell’analisi sono inoltre disponibili alcune rappresentazioni cartografiche oltre al consueto glossario.

Salute 

Nel 2016 la speranza di vita alla nascita, tornata a crescere dopo la flessione del 2015, si attesta a 82,8 anni a livello nazionale; la differenza di 1 anno tra Nord e Mezzogiorno si amplifica fino a 3,4 anni tra la provincia di Caserta (80,7) e il territorio della città metropolitana di Firenze (84,1) (Figura 1).

Nella parte più alta della distribuzione della speranza di vita alla nascita, rappresentata dal primo 20% dei casi, si trovano prevalentemente province del Nord-est e del Centro, in quella più bassa si concentra la totalità delle province campane e la gran parte di quelle siciliane, ad eccezione di Agrigento e Ragusa. Il profilo del Nord-ovest è invece più articolato: da una parte Lombardia e Liguria, su livelli medio-alti, dall’altra Piemonte e Valle d’Aosta, dove molte province si collocano nella coda della distribuzione nazionale insieme a quelle più svantaggiate del Mezzogiorno.

Tra il 2004 e il 2016 l’aspettativa di vita in Italia è cresciuta di 2,1 anni. L’incremento ha riguardato tutte le province italiane, ma con diversa intensità: risulta tendenzialmente maggiore in quelle del Nord e più contenuta in quelle del Centro, in particolare dove i livelli iniziali erano già elevati, come ad esempio nella gran parte delle province marchigiane. Fa eccezione Roma che, con 79,9 anni nel 2004 si posizionava nell’ultimo 20% della graduatoria nazionale, nel 2016 ha raggiunto 82,9 anni. Si tratta in assoluto del maggior guadagno ottenuto tra le province italiane. Per i due terzi delle province del Mezzogiorno, invece, bassi livelli di partenza sono associati ad incrementi più bassi.

Riguardo ai principali indicatori di mortalità per causa, le province italiane dove è maggiore la mortalità per tumori si trovano per lo più in Campania e in Sardegna: a Napoli, con 11,4 decessi per 10mila abitanti, si registra il valore massimo (9 per 10mila la media Italia); seguono Caserta, Benevento, Sassari, Cagliari, Olbia-Tempio e Carbonia-Iglesias, con incidenze superiori ai 10 casi per 10mila abitanti, così come L’Aquila e Crotone. Su valori analoghi si segnalano nel Nord-ovest Vercelli, Biella, Aosta, Pavia (Figura 2).

I più alti tassi di mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso si concentrano invece soprattutto nel Nord-ovest, dove nel 2014 in 14 province su 25 si sono registrati oltre 30 decessi per 10mila residenti di 65 anni o più (media Italia 27,9), 38 per 10mila a Cuneo, circa 36 a Cremona e Bergamo. Il quadro territoriale è comunque piuttosto articolato, con incidenze elevate, oltre 30 decessi per 10mila residenti, anche in alcune province del Nord-est e del Centro. Nel Nord-est il picco massimo si ha a Treviso (38,7 per 10mila) ma si segnalano anche Bolzano, Belluno, Venezia, Reggio nell’Emilia e Modena, e per il Centro Lucca, Ancona e Ascoli Piceno. Nei territori del Mezzogiorno, dove il fenomeno ha generalmente un’incidenza minore (25,9 per 10mila), tassi elevati si registrano nelle province di Pescara (34,5), Trapani (38), Sassari (37,7), Cagliari (34,8 ) e Carbonia-Iglesias (45,6 decessi per 10mila abitanti) (Figura 3).

In 10 anni la mortalità per tumore della popolazione tra i 20 e i 64 anni in Italia si è ridotta complessivamente di 2,2 punti, mentre quella per demenza degli ultrasessantaquattrenni è aumentata di 7,2 punti. In entrambi i casi le differenze territoriali sono notevoli, anche se tendenzialmente le province del Nord hanno registrato i progressi maggiori nel primo caso e gli incrementi più contenuti nel secondo. Nel Mezzogiorno meno della metà delle province ha ridotto di almeno un punto la mortalità per tumore tra il 2004 e il 2014.

Istruzione e formazione 

I principali indicatori, tutti in miglioramento rispetto agli anni precedenti, evidenziano un’ampia distanza tra il Mezzogiorno e le altre aree del Paese e disuguaglianze all’interno delle aree stesse, sia in ragione dei differenti punti di partenza che della diversa intensità delle dinamiche.

La quota di popolazione con almeno il diploma marca una distanza tra l’area complessivamente in maggiore vantaggio, il Centro, e il Mezzogiorno, più sfavorito. Tale distanza è cresciuta nel tempo: quasi 12 punti percentuali nel 2016 contro gli 8 del 2004. Tuttavia, tra le province del Mezzogiorno emergono gli elevati tassi di diplomati e laureati residenti nelle province di L’Aquila (68,8%) e Pescara (66,0%), territori che si collocano nel primo 20% della graduatoria nazionale. Le province del Nord-ovest gravitano intorno alla media nazionale (60,1%) o la superano mentre sia il Nord-est che il Centro presentano profili territoriali più frastagliati, con differenze nei valori provinciali che attraversano tutte le regioni. Il vantaggio del Centro Italia è trainato da pochi territori: soltanto sei province si collocano nel primo 20% della graduatoria tra queste Roma che presenta il valore massimo dell’indicatore nel 2016 (72 diplomati o laureati su 100 residenti) (Figura 4).

I progressi nel Paese circa la quota di persone con almeno il diploma (+11,4 punti percentuali tra il 2004 e il 2016) sono stati essenzialmente trainati dal Nord e dal Centro, con una crescita omogenea, mentre soltanto la metà delle province del Mezzogiorno ha registrato incrementi di 10 punti percentuali o più. A restare indietro sono state soprattutto le province meridionali con i più bassi livelli di partenza, che negli anni risultano persistentemente collocate nell’ultimo 20% della distribuzione: Foggia, Taranto e Lecce in Puglia, Crotone in Calabria, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, e Catania in Sicilia e Nuoro in Sardegna.

Anche la percentuale di laureati tra i 25 e i 39 anni (24,4% in Italia) è più alta al Centro e al Nord rispetto al Mezzogiorno (Figura 5): la differenza, accresciutasi negli anni, è di 7 punti percentuali nel 2016 ed era di 3 punti nel 2004. Nel territorio i livelli variano tra il massimo di Bologna (37,5%) e il minimo di Imperia (14,0%). Le province del Nord-est hanno valori più elevati e più omogenei rispetto al Nord-ovest, dove agli alti livelli di Milano, Monza e Brianza, Como, Biella, e Genova, si contrappongono le basse quote di Cuneo e La Spezia, che insieme alla già citata Imperia si collocano in coda alla distribuzione nazionale. Il profilo del Centro Italia è articolato, principalmente per le disuguaglianze territoriali interne a Toscana e Lazio. Nel primo caso l’indicatore varia dal 37% di Firenze al 16,4% di Arezzo; nel Lazio invece emerge un dualismo tra Roma (31%) e le altre province laziali, ultima Latina (19,6%). Le province del Mezzogiorno risultano ampiamente al di sotto della media nazionale. Eccezioni positive sono L’Aquila (32,2%) e Pescara (25,8%), insieme alle due province calabresi di Cosenza (27,1%) e Vibo Valentia (25,6%), a Campobasso e Isernia in Molise (26,1%; 32,2%), a Benevento (24,8%) e a Potenza (25,9%). Nel tempo il divario territoriale è aumentato: le province con i livelli di partenza più bassi hanno conseguito i progressi più contenuti.

Nella partecipazione alla formazione continua il Nord e il Centro sono più vicini tra loro e su posizioni più elevate rispetto al Mezzogiorno. I territori trainanti sono alcune province lombarde – Milano, Biella, Monza e Brianza – insieme a Trento e Bolzano, Trieste, Udine e Pordenone in Friuli-Venezia Giulia, Bologna e Parma in Emilia-Romagna, Massa Carrara, Firenze e Pisa in Toscana. In coda si trovano invece tutte le province siciliane, con valori compresi tra il 4% di Trapani e il 6% circa di Catania, oltre a Napoli e Caserta, Cosenza, Crotone e Reggio Calabria. La distanza tra Mezzogiorno e resto del Paese si è accentuata negli anni: i maggiori livelli attuali di formazione continua del Nord e del Centro Italia risultano anche da una crescita costante tra il 2004 e il 2016 che è stata intensa e diffusa al Nord, rilevante al Centro, molto contenuta nel Mezzogiorno e solo in alcune province (Figura 6).

Nel 2016, in media il 24,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non ha lavorato né studiato. I Neet sono il 17% al Nord, il 20,4% al Centro e il 34,2% nel Mezzogiorno, con evidenti differenze tra le province di tutte le aree geografiche. Il gruppo dei territori meno svantaggiati si concentra tra il Nord-ovest e il Nord-est ma include anche alcune province del Centro, come Pisa, Siena, Ancona. I valori variano dal minimo di Bologna (11,8%) ai massimi di Roma (21,8%) e Torino (21,3%). All’opposto, il gruppo delle province e città metropolitane con più Neet comprende parte di Campania e Puglia, tutta la Calabria, la quasi totalità dei territori siciliani e la costa occidentale della Sardegna, raggiungendo valori tra i più elevati nelle città metropolitane di Palermo (41,5%) Catania (40,1%), Messina (38,5%), Napoli (37,7%) e Reggio Calabria (36,8%). Tra il 2004 e il 2016 il fenomeno ha avuto un andamento generalmente crescente, più intenso al Nord (+44%), con punte elevate in alcune province del Piemonte (Vercelli, Asti, Alessandria) dove i Neet sono raddoppiati, in parte della Lombardia (Varese e Mantova) e a Rovigo. Le province meridionali, invece, hanno generalmente ridotto la distanza dal resto d’Italia come risultato di una crescita più contenuta dei già elevati livelli di esclusione dei propri giovani dal lavoro e dall’istruzione (Figura 7).

Lavoro e conciliazione dei tempi di vita 

Gli indicatori del mercato del lavoro, come è noto, misurano un’ampia distanza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, ma anche differenze all’interno delle stesse aree. Il 2016 ha segnato un ulteriore miglioramento sia riguardo al tasso di occupazione (61,6%) sia per la mancata partecipazione (21,6%). Il tasso di occupazione è al 70,6% al Nord e al 47% nel Mezzogiorno; il tasso di mancata partecipazione al lavoro raggiunge invece il 37% nel Mezzogiorno, un livello pressoché triplo di quello del Nord (12,5%).

I livelli di mancata partecipazione al lavoro e di occupazione nelle province del Nord-ovest tendono ad essere piuttosto omogenei, con valori elevati per quanto riguarda l’occupazione e bassi per la mancata partecipazione al lavoro (Figure 8 e 9). Nell’area si distinguono le province di Cuneo, Verbano-Cusio-Ossola, Aosta, Milano, Lecco, Lodi che associano i maggiori tassi di occupazione (tutti superiori al 70%) ai minori livelli di mancata partecipazione al lavoro (10-12%), collocandosi in entrambi i casi nel gruppo dei territori in maggiore vantaggio, insieme alle province del Nord-est. Questo vantaggio riguarda in particolare Trento e Bolzano, la gran parte delle province emiliano-romagnole, Belluno e Treviso in Veneto, Pordenone in Friuli-Venezia Giulia. Bolzano è il territorio in assoluto vantaggio in Italia, con un tasso di occupazione al 78,2% e una mancata partecipazione al 4,8% nel 2016.

Il Centro si connota per una maggiore eterogeneità sia nei tassi di occupazione sia nella mancata partecipazione. Le differenze nei livelli di occupazione sono essenzialmente dovute alla distanza tra il gruppo delle province toscane di Pisa, Siena, Arezzo e Firenze, che entrano nel primo 20% della distribuzione nazionale, e le province del Lazio (al netto di Roma). In questi territori, specularmente, il livello della mancata partecipazione al lavoro varia tra il 12-13% delle province toscane citate e valori ben più ampi per le laziali (ultima Frosinone con il 30%). Considerando congiuntamente i tassi di occupazione e di mancata partecipazione, il profilo delle province laziali appare molto più vicino a quello delle province del Sud, in particolare quelle geograficamente più prossime, che non al Centro Italia.

L’eterogeneità cresce ulteriormente tra province e città metropolitane del Sud e delle Isole. In nessuna provincia del Mezzogiorno l’occupazione raggiunge il 60% mentre il tasso di mancata partecipazione al lavoro è sempre ben al di sopra del 20%. Si discostano da questo quadro le province abruzzesi, in particolare L’Aquila, Teramo e Chieti, vicine alla media nazionale. Tra le aree più critiche del Mezzogiorno emergono Napoli e Caserta in Campania, Foggia, Barletta-Andria-Trani, Brindisi e Lecce in Puglia, tutte le province calabresi e tutte le siciliane (tranne Ragusa), oltre che Medio Campidano e Ogliastra in Sardegna.

Benessere economico 

Le province del Nord, in particolare del Nord-ovest, detengono il primato delle più alte retribuzioni medie annue dei lavoratori dipendenti. Al Nord, nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente è stato di circa 24.400 euro contro i 16.100 euro di un lavoratore del Mezzogiorno: una differenza di oltre 8mila euro annui che sintetizza la diversa struttura dell’occupazione e delle retribuzioni, ma anche la maggiore continuità o discontinuità nella partecipazione all’occupazione dipendente che connota le due aree del Paese. Infatti, l’indicatore (fonte INPS) considera l’ammontare del reddito percepito dal complesso dei lavoratori dipendenti a titolo di retribuzione dei rapporti in essere nell’anno, siano essi a tempo pieno o parziale, a tempo indeterminato o a termine e indipendentemente dal numero di giornate lavorate.

L’attuale divario è associato a dinamiche molto diverse nei territori. In tutti i casi le retribuzioni medie annue sono cresciute quasi costantemente negli anni, ma con velocità notevolmente diverse: +11,4% al Nord, +3,4% nel Mezzogiorno; il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Mezzogiorno, si è quindi notevolmente accentuato. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia in maggiore vantaggio, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più svantaggiata in assoluto, Vibo Valentia.

Oltre che ampia, la differenza tra le aree del Pese è netta: le prime 22 province in termini di reddito da lavoro dipendente sono tutte del Nord, ad eccezione di Roma, che è terza in Italia con 23.300 euro circa, dopo Milano (29.600 euro circa) e Bologna (25.600 euro circa); nessuna provincia del Centro o del Nord occupa la coda della distribuzione, in cui invece si concentrano tutte le province della Calabria e della Campania tranne Napoli; Foggia, e Lecce per la Puglia; Matera in Basilicata; Trapani, Messina, Agrigento, Enna e Ragusa in Sicilia; le province sarde di Sassari e Nuoro. Differenze si osservano anche all’interno delle aree, in particolare nel Nord-ovest e al Sud della Penisola, con intervalli che vanno dai 29.600 euro di Milano ai 16.700 circa di Imperia, dai 19.600 di Chieti ai 12.100 di Vibo Valentia (Figura 10).

Le differenze territoriali si fanno meno marcate guardando all’importo medio annuo delle pensioni, pari a circa 17.700 euro in Italia nel 2015, più elevato al Centro (18.800 euro circa) e più basso al Mezzogiorno (15.600 euro circa). La differenza si è accresciuta di poco negli ultimi anni, data la minore dinamicità di questa fonte di reddito che, rispetto al 2011, è cresciuta di appena l’1,1% sia in media nazionale che ripartizionale. La graduatoria delle province è compresa tra il massimo di Roma (21.500 euro circa) e il minimo di Crotone (13.500 euro circa). Il netto divario Nord-Sud è confermato dalla distribuzione provinciale: nella coda della distribuzione si trovano soltanto province del Mezzogiorno, ad eccezione di Fermo (14.600 euro circa), nella parte più alta soltanto province del Nord e del Centro. Tuttavia si riscontrano differenze particolarmente ampie tra le province del Nord-ovest, comprese tra il massimo di Milano (21.300 euro circa) e il minimo di Imperia (16mila euro circa) (Figura 11).

Nel 2015 Il 10,7% dei pensionati italiani non supera i 500 euro lordi mensili, una quota in lieve diminuzione rispetto al 2011 (-0,6 punti percentuali) e quasi doppia nel Mezzogiorno (15,3%) rispetto al Nord (7,9%). Tra le province il divario è molto più ampio: in testa alla graduatoria si trovano le piemontesi Biella, Novara, Vercelli, con quote intorno al 6%, in coda Agrigento e Crotone, con una incidenza più che tripla (19%) (Figura 12).

Relazioni sociali 

Gli indicatori sulla diffusione del non-profit e sulla partecipazione al volontariato sono stati aggiornati con il Censimento del non-profit nel 2011, non forniscono quindi indicazioni sugli andamenti più recenti ma delineano chiaramente le specificità territoriali.

Nel 2011 al Nord si contano quasi 58 organizzazioni per 10mila abitanti e 11,5 volontari per 100 abitanti di 14 anni e più. La diffusione del non-profit è del 50% più alta al Nord rispetto al Mezzogiorno, la partecipazione al volontariato più che doppia, mentre il Centro è molto più vicino ai livelli del Nord. Le differenze territoriali sono però molto accentuate. La diffusione delle organizzazioni non-profit varia tra le 104 per 10mila abitanti di Aosta e le 18,2 di Napoli, dove si registrano appena 2,5 volontari per 100 residenti a fronte dei 35,6 di Bolzano, che occupa il primo posto nella graduatoria nazionale (Figure 13 e 14).

Una provincia del Nord-est su due si trova nel gruppo delle prime 22 province italiane per diffusione del non-profit e/o per livelli di volontariato, tutte le altre restano comunque al di sopra della media Italia. La mappa del Centro è analoga, con due province su tre nel primo quinto della graduatoria per diffusione del non profit e le altre su valori comunque superiori alla media Italia. Eccezioni negative sia per la diffusione del non profit che per la partecipazione al volontariato sono rappresentate dalle province laziali, in particolare Roma, Viterbo, Frosinone e Latina. Il profilo del Nord-ovest è più eterogeneo, con una provincia su tre sui livelli massimi e diversi territori su valori inferiori alla media-Italia per uno o entrambi gli indicatori: Torino, Varese, Pavia, Milano, Lodi, Monza e Brianza. E’ soprattutto nel Mezzogiorno che si osservano differenze marcate. I livelli in assoluto più bassi per entrambi gli indicatori riguardano, oltre a Napoli, Caserta e Salerno in Campania, Foggia, Bari, Taranto, Barletta-Andria-Trani in Puglia, Cosenza e Crotone in Calabria, Palermo e Catania in Sicilia. Una sola provincia del Mezzogiorno, Oristano, si inserisce tra le prime ventidue province italiane sia per diffusione del non-profit (74,1 organizzazioni per 10mila abitanti nel 2011) che per partecipazione al volontariato (12,8 volontari per 100 abitanti di 14 anni e più), ma sono numerose le province meridionali, in particolare tra le abruzzesi, molisane, lucane e sarde, dove la diffusione di organizzazioni non-profit è analoga a quelle del Centro-Nord.

Il Centro e il Nord sono le aree del Paese ad aver registrato, tra il 2001 e il 2011, la maggiore crescita del non-profit (rispettivamente +24,6 e +22,2%) e del volontariato (+51,3 e + 55,2%). E’ soprattutto in questo secondo asset del capitale sociale che si evidenzia la maggiore fragilità del Mezzogiorno dove, a fronte di un tasso di crescita del non profit non troppo distante dal resto del Paese (+20,7%), la partecipazione al volontariato è cresciuta di appena il 17%. Anche in questo caso, tuttavia, le tendenze a un maggior dettaglio territoriale sono articolate e mettono in luce dinamiche molto diverse, talora opposte, nelle province della stessa regione.

Politica e istituzioni 

I progressi registrati per la presenza femminile nelle amministrazioni locali, che hanno portato l’Italia molto vicina alla media Ue per le quote di donne elette nei consigli comunali, sono stati molto più importanti nelle province del Sud e delle Isole (+139% tra il 2016 e il 2004) rispetto al Centro-nord. Di conseguenza, pur persistendo uno squilibrio, la distanza tra il Nord, dove oggi in media quasi un consigliere comunale su tre è donna, e il Mezzogiorno, dove le donne sono il 27,5%, si è quasi dimezzata nel tempo (da 7,6 punti percentuali del 2004 a 4 del 2015). Attualmente è il Centro a mostrare le differenze interne più accentuate, con le province toscane quasi sempre collocate al di sopra della media-Italia e le laziali, ad eccezione di Roma, al di sotto. La mappa delle province umbre e marchigiane è piuttosto eterogenea (Figura 15).

A trainare verso l’alto la media del Mezzogiorno, con livelli analoghi ai territori del Nord, sono le province della costa nord-occidentale della Sicilia e Enna, con quasi 38 donne per 100 consiglieri eletti, insieme a Nuoro (34%) e Cagliari (37,5%) in Sardegna. La Sicilia è anche la regione del Mezzogiorno con la maggior quota di consiglieri comunali under 40: una caratteristica che accomuna tutte le sue province e che insieme a Calabria, Basilicata e Abruzzo la contrappone in positivo al resto del Mezzogiorno, dove invece le differenze territoriali sono diffuse e ampie.

Sotto il profilo della governance locale, la capacità di riscossione dei Comuni, che riflette da un lato l’efficace ed efficiente gestione tributaria degli Enti locali, dall’altro la lealtà fiscale dei cittadini-contribuenti, ripropone la contrapposizione tra i territori del Nord e quelli del Mezzogiorno, pur in un quadro articolato (Figura 16). Nelle province del Nord si va dagli 83,80 euro riscossi in media dai Comuni della provincia di Sondrio ogni 100 euro di entrate comunali del 2015 ai 76,0 di Imperia; nel Mezzogiorno il range è compreso tra gli 82,30 euro medi riscossi dai Comuni del foggiano e i 64,20 euro nel crotonese. Al Nord c’è una notevole omogeneità territoriale, con l’unica eccezione di Trento e Bolzano. Al contrario, il quadro territoriale è differenziato sia al Centro, dove emerge in negativo il profilo delle province laziali e di Terni, sia nel Mezzogiorno. In particolare, i Comuni delle province di Napoli, Foggia, Brindisi, Lecce, Sassari, Nuoro, Oristano e Olbia-Tempio esprimono una capacità di riscossione in linea con i territori del nord Italia.

Sicurezza 

Il tasso di omicidi (0,7 per 100mila abitanti in Italia nel 2016) varia in misura ampia tra le province; i valori più bassi sono particolarmente concentrati nelle province dell’Italia centrale e piuttosto frequenti al Nord, area che comunque mostra un profilo meno omogeneo. Tuttavia il primato negativo assoluto nel 2016 va alla provincia di Rovigo (2,9 omicidi per 100mila abitanti), seguita da numerose province del Mezzogiorno come Foggia (2,2), Napoli, Nuoro, Vibo Valentia e Trapani (1,8) (Figura 17).

Il tasso di delitti violenti (più robusto del tasso di omicidi a questo dettaglio territoriale, poiché quest’ultimo può risultare estremamente variabile anche per effetto di piccoli numeri) traccia una mappa del Paese piuttosto articolata ma trasversale rispetto alla contrapposizione Nord-Sud (Figura 18). Tra le province italiane si passa dai 7,7 delitti per 10mila abitanti di Rieti ai 34,7 di Napoli, seguita a distanza da Milano e Rimini (26 in entrambi i casi). Il fenomeno è generalmente più intenso nelle città metropolitane di tutta Italia, con le uniche eccezioni positive di Reggio Calabria (12,1) e Cagliari (13,1).

La maggiore penalizzazione delle città metropolitane rispetto alle province più piccole è confermata dal tasso di delitti diffusi, che tiene conto delle denunce di furti di ogni tipo e delle rapine in abitazione (Figura 19). Questo tasso (che a livello provinciale non considera le mancate denunce) è in calo negli ultimi due anni dopo tre anni di crescita: nel 2016 (ultimo anno disponibile) si sono registrate in Italia 222,5 denunce ogni 10mila abitanti. In questo caso il gradiente territoriale si inverte mettendo in luce un generale vantaggio delle province del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro e soprattutto del Nord. Soltanto Catania e Bari si collocano – ultime – tra i territori più penalizzati (l’ultimo 20% della graduatoria), con circa 247 denunce per 10mila abitanti. Nel resto del Mezzogiorno invece, fatta eccezione per Napoli (226) e Pescara (224), i tassi sono uguali o inferiori alla media del Paese. Delle 41 province e città metropolitane meridionali, ben 15 entrano nel gruppo dei territori in assoluto meno esposti (il primo 20% della graduatoria), con il minimo per Potenza (63,2). In questo stesso gruppo si trovano soltanto 4 province del Nord (Verbano-Cusio-Ossola, Sondrio, Belluno e Pordenone) e due del Centro (Rieti e Frosinone). Tra le province più sfavorite del Centro Italia si trovano Roma (323) e le toscane Lucca, Pistoia, Firenze, Livorno e Pisa . Al Nord il tasso di delitti diffusi è alto e omogeneamente distribuito tra le province della Liguria e dell’Emilia-Romagna, regione di appartenenza di Rimini, che con 484,6 delitti diffusi per 10mila abitanti è in assoluto la provincia italiana più penalizzata del 2016. Le restanti province dell’area registrano generalmente valori più bassi, ad eccezione di Milano (455) e Torino (312).

Paesaggio e patrimonio culturale 

Pochi territori si connotano come punte di eccellenza nella valorizzazione del patrimonio museale italiano, valutata sia la diffusione che la rilevanza, cioè assegnando alla densità territoriale dei musei un peso variabile in funzione del numero annuo di visitatori si ha la seguente sequenza: Trieste (32,5), Napoli (28,5), Firenze (19,0), Roma (18,7), Milano (13,6), Venezia (8,9), Pisa (6,5). Le altre province si situano a distanza, con un range compreso tra i massimi di Torino e Verona (3,1 e 3 rispettivamente) e i minimi di Rieti, Caltanissetta e Ogliastra, dove l’indicatore è pressoché nullo (tra 0,06 e 0,05). In uno scenario di maggiore debolezza del Mezzogiorno, emergono le province di Trapani, Siracusa e Messina benché con valori piuttosto bassi (tra 1,7 e 1,5) (Figura 20).

Se l’indicatore sulla valorizzazione del patrimonio museale è più elevato per i territori che ospitano le principali città d’arte italiane, la fruibilità del paesaggio rurale descritta dalla diffusione degli agriturismi è appannaggio comune, ma non esclusivo, delle province del Centro Italia (Figura 21). Il fenomeno interessa in maniera piuttosto omogenea tutte le province toscane, umbre e marchigiane, da quella di Siena, dove nel 2016 si contano oltre 30 aziende agrituristiche per 100 chilometri quadrati di superficie territoriale, a Prato (7,1). Invece il Lazio, ad eccezione di Viterbo (9,5), resta sostanzialmente escluso.

Da Roma in giù la ricettività rurale è ben al di sotto della media-Italia, con valori compresi tra il 6 di Chieti e l’1,5 di Agrigento, ma con diverse eccezioni. Infatti, in un Mezzogiorno debole anche sotto questo profilo, emergono, per differenza o per l’effetto di attrazione esercitato dai territori limitrofi, diverse aree a maggiore vocazione agrituristica: Teramo (12,4) e Pescara, (8) in Abruzzo, con valori prossimi alle province marchigiane, Napoli e Benevento in Campania (8,3 e 7,2 rispettivamente), Lecce (10,8) che marca una chiara distanza da tutte le altre province pugliesi, così come Siracusa (7,0), unica provincia siciliana vicina alla media nazionale. Anche al Nord il quadro è mutevole. Dopo Bolzano (caso unico in Italia, con i suoi 42,6 agriturismi per 100 chilometri quadrati), nel primo 20% della graduatoria nazionale emergono Trieste e Gorizia (26 e 25 rispettivamente), Imperia e La Spezia (17,5; 14,1), Asti (15), Verona e Treviso, Como (11,7). Per contro, tutte le altre province settentrionali si trovano al di sotto della media nazionale.

Ambiente 

Il conferimento dei rifiuti urbani in discarica, fonte di pressione ambientale,  e la raccolta differenziata, che può contribuire a ridurre tale pressione, disegnano mappe sovrapponibili soltanto in parte, anche in funzione delle politiche di gestione del ciclo dei rifiuti e di localizzazione delle discariche (Figure 22 e 23).

La quota di rifiuti urbani smaltiti in discarica dipende dalla distribuzione territoriale delle discariche di destinazione e dalla quantità dei rifiuti conferiti, che include anche i flussi extra-territoriali. Perciò il volume in afflusso può superare il volume della raccolta portando l’indicatore a superare il 100%. Nel 2016, la presenza di discariche regolarmente autorizzate e attive interessa 75 province su 110, poco più di due su tre. Questo rapporto è leggermente più basso al Nord (60%) e più alto nel Mezzogiorno (68%). Al Centro gli impianti si distribuiscono più omogeneamente nel territorio, dato che solo 4 province (su 22 totali) risultano prive di discariche attive nell’ultimo anno; si passa dal 108% di Frosinone al 5,5% di Roma, ma con un’ampia area, rappresentata dalle province toscane, umbre e marchigiane, che mostrano valori intorno al 40%. Al Nord e nel Mezzogiorno, invece, la pressione ambientale si concentra su pochi territori. Nel primo caso si segnala in negativo la provincia di Alessandria (87%) mentre nel Mezzogiorno raggiunge il picco massimo a Crotone, dove nel 2016 è stata smaltita una quantità di rifiuti urbani pari a 6 volte quella prodotta dai residenti (608%). Il secondo territorio maggiormente esposto è Taranto, con un afflusso ben più che doppio rispetto alla produzione (238,5%), seguito da Isernia (197%), Catania (187%) e Medio Campidano (164%).

Il gradiente territoriale definito dall’afflusso in discarica non è sempre speculare a quello della quota di rifiuti urbani oggetto di raccolta differenziata. Non mancano casi in cui all’assenza di discariche attive nel territorio corrispondono tassi di raccolta differenziata tra i più bassi in Italia, come ad esempio a Siracusa (9%), Enna (11%), Messina (14%), Vibo Valentia (24%) e Reggio Calabria (25%). Per contro, le province con i più elevati tassi di smaltimento in discarica sono talvolta tra le più virtuose sotto il profilo della raccolta: il contrasto più marcato riguarda il Medio Campidano, dove la raccolta differenziata supera il 68%, ma situazioni analoghe si registrano per le province di Chieti, Pisa, Fermo, Sassari, Alessandria.

A fronte della marcata distanza tra il Nord, dove nel 2016 in media il 64% dei rifiuti urbani prodotti è raccolto separatamente, e il Mezzogiorno, in cui la stessa quota non raggiunge il 38%, in tutte le aree del Paese affiorano nette differenze tra le regioni e nelle regioni. Le province del Nord-est convergono su performance tra le migliori d’Italia quanto a raccolta differenziata, mentre al Nord-ovest spiccano in negativo le province liguri di Imperia (38%), Genova (40%) e Savona (50%), tutte al di sotto della media nazionale (52,5%). Al Centro, le differenze più articolate si osservano in Toscana, dove gli alti tassi di Lucca (65%) e Pisa (60%) contrastano con i bassi livelli di Grosseto (33%), Arezzo (39%), Massa Carrara (40%) e Livorno (42%); nel Lazio le quote di raccolta differenziata sono invece più basse sia della media ripartizionale che della nazionale. A trainare verso il basso la media del Mezzogiorno e dell’Italia sono, in vario grado, le province di Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Per contro, le province campane di Salerno (61%) e Avellino (56%) e quelle sarde di Oristano (71%), Ogliastra (69%) e Medio Campidano (68,5%) hanno tassi analoghi alle più virtuose province del Nord. Le altre province delle due regioni gravitano tutte intorno al valore nazionale.

In Italia, l’incidenza della raccolta differenziata è aumentata costantemente dal 2004 al 2016, fino a superare il raddoppio. La crescita è stata molto più intensa nel Mezzogiorno, che ha più che quadruplicato il basso tasso di partenza (8%) fino all’attuale 37,6%. Alla crescita hanno contribuito tutte le province meridionali, anche se in diverso grado. Palermo, Ragusa, Enna, Reggio Calabria, Siracusa, Crotone e Agrigento si segnalano per i miglioramenti più contenuti.

Innovazione, ricerca e creatività 

La situazione nel campo della ricerca e dell’innovazione è notevolmente eterogenea, con diffuse debolezze strutturali cui si contrappongono i risultati significativi di pochi territori.

La propensione alla brevettazione è misurata con il tasso di brevettazione europeo, che Eurostat ha aggiornato all’anno 2012. L’indicatore non informa perciò sulle tendenze più recenti ma tratteggia chiaramente le specificità territoriali. Si conferma ad esempio il primato di alcune province del Nord-est, soprattutto di Pordenone, che anche nel 2012 ha registrato 645 domande di brevetto presentate per milione di abitanti: un vantaggio netto, consolidato e notevolmente cresciuto nel tempo (238 domande per milione di abitanti nel 2004). Anche l’Emilia-Romagna esprime una capacità brevettuale considerevole e diffusa tra tutte le province, con picchi elevati a Bologna (200), Parma (179), Modena (155), Ferrara (148), Reggio nell’Emilia (136), con l’unica eccezione negativa di Rimini (48), luogo a differente vocazione economica. Nel Veneto soltanto Rovigo (45) si colloca al di sotto della media nazionale (60); i territori di punta sono Vicenza (152), Treviso (128) e Padova (115). A questi si aggiunge Bolzano (124). Le prime tre province del Nord-ovest sono Varese (130), Torino e Bergamo (116 in entrambi i casi), seguite da numerose altre, che vanno a completare la parte più alta della graduatoria nazionale, ma l’area risulta più eterogenea, con 12 delle sue 25 province ben al di sotto del dato medio di confronto (60,1): tra queste ultime emerge Imperia (9,3) con il minor tasso di brevettazione tra le province del Nord e tra i più bassi in Italia. Il gruppo delle province in maggiore vantaggio si completa, al Centro, con le toscane Pisa e Livorno e la marchigiana Ancona che, nell’ultimo anno, ottengono i risultati migliori del Centro Italia, consolidando o accrescendo la posizione acquisita negli anni precedenti. Ben 16 delle 22 province dell’Italia centrale si collocano al di sotto della media nazionale insieme alla totalità delle province del Mezzogiorno, dove si contano 8 casi in cui l’indicatore è pari a zero (Matera, Crotone, Vibo Valentia, Enna, Nuoro, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias). Il tasso di brevettazione non raggiunge le 20 domande per milione di abitanti in alcuna delle rimanenti province meridionali, ad eccezione di Pescara (24) (Figura 24).

Il contesto strutturalmente più sfavorevole allo sviluppo della ricerca e dell’innovazione nel Mezzogiorno è confermato dalla distribuzione territoriale e dall’andamento nel tempo del tasso di mobilità dei laureati italiani (25-39 anni): nel 2016, questa area del Paese registra una perdita netta di 23 giovani laureati ogni mille laureati residenti di pari età. Il saldo (cioè la differenza tra i flussi in ingresso e quelli in uscita verso territori più attrattivi, in Italia o all’estero) è negativo in tutte le province meridionali e particolarmente alto a Enna, Agrigento, Caltanissetta, Reggio Calabria e Foggia, dove sfiora o supera il -40 per mille (Figura 25). L’unica eccezione è costituita da Olbia-Tempio (+13,2 per mille), in controtendenza negli ultimi anni rispetto al complesso delle altre province meridionali. Le province e città metropolitane in assoluto più attrattive per i giovani laureati italiani si trovano tutte al Nord: il fenomeno è particolarmente intenso e sostanzialmente consolidato nel tempo a Milano e Bologna (rispettivamente +35,4 e +33,4 per mille nel 2016), Trieste (+17,2), Parma (+12,7), Modena e Rimini (+11). In altri casi i risultati attuali fanno seguito a una crescita più o meno recente, come ad esempio a Novara, che in cinque anni è passata da +2,2 per mille a +11, e a La Spezia, che ha invertito il trend negativo iniziale (-1,8) raggiungendo un traguardo analogo (+10,7 per mille). La mappa del Centro Italia, infine, è caratterizzata dal contrasto tra alcune aree della Toscana notevolmente più attrattive delle altre province che invece sono generalmente in perdita: Pisa (+9,7), Massa-Carrara (+8,7), Pistoia e Firenze (+5,2).

Qualità dei servizi 

Lo svantaggio del Mezzogiorno emerge, con alcune eccezioni, anche nel contesto della qualità dei servizi. Riguardo agli asili nido e agli altri servizi socio-educativi per la prima infanzia (gestiti direttamente dai Comuni o affidati ad altri Enti in convenzione), le situazioni più critiche, con meno di 4 bambini accolti su 100 residenti, emergono nelle province calabresi e in parte della Campania (Caserta, Benevento e Napoli). L’indicatore supera di poco la media-Italia (12,6%) nelle province abruzzesi di Chieti e Teramo, la approssima in parte della Sardegna (Sassari, Nuoro, Cagliari) e se ne discosta di poco in entrambe le province del Molise e a Taranto (Figura 26). Nel complesso il Centro è invece l’area in maggiore e più diffuso vantaggio, pur in presenza di uno squilibrio evidente delle province laziali, che si trovano tutte, eccetto Roma (20,5%), su valori più bassi della media-Italia (compresi tra il 9,6% di Viterbo e il 6,3% di Latina e Frosinone). Se si escludono questi casi, in tutte le altre province dell’Italia centrale la presa in carico dei servizi comunali per l’infanzia è tra le più elevate e varia tra i massimi di Firenze (27%) e Livorno (24,5%) e i minimi di Terni (12%) e Ascoli Piceno (11%), le uniche a posizionarsi sotto la media Italia. Ai primi posti della graduatoria nazionale si trovano però tutte province del Nord: Gorizia (37%), le province emiliano-romagnole – da Bologna (32%) a Piacenza (17%) – Aosta (24,6%), Trento e Trieste (24%), Udine e Pordenone (20 e 18%), Milano (21%) e Novara (18%).

Nel 2015 in Italia la mobilità ospedaliera in ambito extraregionale ha interessato circa 6,4 pazienti ricoverati su 100. L’indicatore considera i soli flussi extraregionali (misurandoli a livello provinciale) perché in base al “principio di sussidiarietà” costituzionale le Regioni hanno competenza esclusiva nella regolamentazione ed organizzazione nel territorio regionale dei servizi destinati alla tutela della salute. Le province con le maggiori capacità di risposta e di attrazione sono concentrate al Nord, dove la mobilità ospedaliera extraregionale è dimezzata rispetto al Mezzogiorno (4,4% contro 9,3%). Tuttavia anche tra le province del Nord, in particolare del Nord-ovest, si evidenziano differenze, con pochi casi, ma significativi, in cui i tassi di mobilità sono più che doppi rispetto alla media nazionale (Piacenza, Verbano-Cusio-Ossola, Novara) o tripli (La Spezia, 19%). In tutti i casi citati lo svantaggio è strutturale, come conferma la lettura dei dati in serie storica. Anche al Centro Italia il quadro è contrastante: i bassi tassi di mobilità ospedaliera di Pistoia, Pisa, Firenze, Lucca e Prato (compresi tra il 3 e il 4%) si contrappongono ai valori critici di Pesaro e Urbino (13%), Rieti e Viterbo (18,2 e 17,9%). Tra il 2004 e il 2015 queste ultime province si confermano tra le più penalizzate in Italia, al pari di numerose altre localizzate nel Mezzogiorno (Figura 27).

In Sicilia e Sardegna, i tassi di emigrazione ospedaliera sono più bassi rispetto al Sud peninsulare, soprattutto per la maggiore onerosità degli spostamenti tra le isole maggiori e le altre regioni. Anche in alcune province del Sud peninsulare l’accesso ai servizi ospedalieri di altre regioni è stabilmente al di sotto della media del Mezzogiorno e vicino a quella nazionale per tutto il periodo considerato: Brindisi, Napoli e Bari (rispettivamente: 6,5, 6,4 e 5,7 % nel 2014).


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