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Crisi ex Ilva, imprese bresciane preoccupate: i dati

mercoledì, 27 novembre 2019

Darfo – La crisi dell’ex Ilva che non trova fine ha gravi ripercussioni sulle piccole imprese, e su una ampia filiera di piccole imprese acquirenti, anche bresciane. È quanto emerge dall’analisi realizzata dall’Osservatorio di Confartigianato.

massettiLa crisi dell’ex Ilva ha gravi ripercussioni sulle piccole imprese che operano non solo nell’indotto dell’acciaieria di Taranto e la prospettiva di una riduzione della produzione che coinvolge, sul lato della domanda, una ampia filiera di piccole imprese acquirenti per quanto concerne un aumento dei prezzi di acquisto delle materie prime che risulterebbe poco sostenibile dalle imprese nel settore dei macchinari.

Incremento dei costi che aggraverebbe le condizioni del ciclo negativo in cui stanno operando le imprese dei prodotti in metallo e dei macchinari: è qui che si registra un ristagno della domanda estera (-0,1% nei primi otto mese del 2019) e un forte calo della produzione (nei primi nove mesi del 2019, -3,7% nei prodotti in metallo e -2,3% nei macchinari, cali più accentuati del -1,4% della media del manifatturiero - così il presidente di Confartigianato Brescia e Lombardia Eugenio Massetti che prosegue – l’intervento pubblico non è mai stato una soluzione, né come imprenditoria di Stato, né per la crescita dell’economia. Servono idee e strategie nuove, ma soprattutto una risposta celere da parte della politica. Non possiamo permetterci un salto nel buio”.

Il valore dell’export. A settembre 2019, l’export annualizzato della siderurgia primaria, che utilizza minerali di ferro come materia prima ottenendo prodotti della siderurgia, tubi, condotti, profilati cavi e relativi accessori in acciaio non colato e prodotti della prima trasformazione dell’acciaio, vale 18.777 milioni di euro, di cui solo l’1,9% dalla provincia di Taranto: la domanda dei prodotti dell’ex Ilva è prevalentemente nazionale. L’analisi delle matrici input-output fornite dall’Istat consente di esaminare l’utilizzo dei prodotti della metallurgia vengono, per il 33%, utilizzati nello stesso settore, il 19,5% viene utilizzato dalle imprese dei Prodotti in metallo e il 10,8% da quelle dei Macchinari ed apparecchiature. In questi tre settori, – prosegue l’analisi di Confartigianato – operano complessivamente 96.335 unità locali con meno di 50 addetti, che contano 615.991 addetti, pari ad oltre la metà (56,1%) degli addetti delle unità locali dei tre settori. Nelle 52 mila imprese artigiane operano 239 mila addetti. Il peso delle micro e piccole imprese (Mpi) della filiera dei metalli è pari al 3,6% del totale degli addetti dell’economia non agricola. In chiave territoriale si osservano i valori più alti in Emilia-Romagna (5,7%), Veneto (5,3%), Lombardia (5,2%), Piemonte (4,7%), Friuli-Venezia Giulia (4,3%) e Marche (4,2%). Tra le province più esposte, che mostrano una quota più che doppia rispetto alla media, dopo Lecco (11,8%), si trova Brescia (9,8%), seguita da Vicenza (8,4%), Novara e Reggio Emilia (entrambe con il 7,9%). Delle oltre 96mila piccole imprese di metallurgia, fabbricazione di prodotti di metallo, macchinari ed apparecchiature, sono 5.462 quelle a Brescia, con meno di 50 addetti, con 43.326 addetti. 

Una riduzione dell’offerta – si legge ancora – si scaricherebbe su un maggiore domanda di importazioni che porterebbe in negativo il saldo commerciale: a settembre 2019 l’import degli ultimi dodici mesi ammonta a 18.819 milioni di euro, con un saldo export-import in sostanziale equilibrio (-41 milioni). In presenza di una riduzione di offerta i prezzi di acquisto potrebbero subire tensioni, a fronte dell’attuale stazionarietà: nei primi nove mesi del 2019 i prezzi all’importazione per Metallurgia e Metalli ristagnano (-0,7%), dopo un aumento dell’1,2% nel 2018 e del 7,4% nel 2017. Le ultime previsioni di ottobre del Fondo Monetario Internazionale indicano per il 2019 un aumento del 33,9% delle quotazioni internazionali dei minerali di ferro importati dalla Cina, seguito con un ritracciamento nel 2020 (-18,6%) conseguente al rallentamento della domanda globale. Un aumento dei prezzi di acquisto delle materie prime risulterebbe poco sostenibile dalle imprese nel settore dei macchinari, nel quale i prezzi alla produzione sono in salita dell’1,3%, a fronte della deflazione (-0,1%) nel manifatturiero.

“L’ex Ilva non risparmia nulla e nessuno: dall’approvigionamento della materia prima, aumento dei tempi di consegna, difficoltà logistiche e, in sostanza, maggiori costi che manderebbero in crisi l’equilibrio economico di settori determinanti. Se l’acciaio non si acquista in Italia si compra all’estero e in un momento di stagnazione economica, questo dato è assai preoccupante. L’incapacità della politica e l’inadeguatezza delle Istituzioni di fronte alla complessità degli eventi che stanno travolgendo la nostra fragile economia è evidente ma va risolta: la fabbrica di Taranto e l’acciaio italiano per la nostra economia è troppo importante”, conclude ipresidente Massetti.



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