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La Valle Camonica ricorda Teresio Olivelli. Il 3 febbraio la Beatificazione

sabato, 27 gennaio 2018

Valle Camonica – Anche la Valle Camonica, che ha dedicato uno degli istituti scolastici più importanti, è coinvolta nella cerimonia di Beatificazione di Teresio Olivelli. A Incudine (Brescia) – opera dell’artista Edoardo Nonelli – nel 2016 una mostra raccontò personaggi e luoghi della Resistenza. Un viaggio che unisce l’Alta Valle Camonica: vennero scoperti volti e figure di primo piano della Resistenza da Teresio Olivelli (nella foto) a Raffaele Menici, da don Vittorio Bonomelli a don Carlo Comensoli.Incudine - Teresio Olivelli

Sabato 3 febbraio si terrà la cerimonia di Beatificazione di Teresio Olivelli al nuovo Palazzetto dello Sport di Vigevano. La celebrazione avrà luogo alle 10,30 e sarà presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, concelebrata dal Vescovo di Vigevano, S.E. Mons. Maurizio Gervasoni, da altri Presuli e Sacerdoti.

Teresio Olivelli è nato il 7 gennaio 1916 a Bellagio (Como) e muore nel campo di concentramento e Hersbruck il 17 gennaio 1945. Olivelli vive i primi anni della sua infanzia a Tremezzo dove è Parroco lo zio. Nel 1923 si trasferisce con la famiglia a Zeme, dove riceve la prima comunione il 29 aprile 1925 e conclude le scuole elementari nel 1926. Nel 1926 la famiglia Olivelli si trasferisce definitivamente a Mortara, dove Teresio frequenta il ginnasio “Travelli”. Nel 1927 frequenta la sezione aspiranti del Circolo San Lorenzo, inserendosi sempre più attivamente nella vita ecclesiale. Dal 1931 al 1934 frequenta il liceo classico Cairoli di Vigevano, conseguendo il diploma di maturità classica; in quegli anni entra a far parte della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, dove svolge un’intensa attività caritativa, e si iscrive all’Azione Cattolica Italiana. Si mostra samaritano per i compagni in difficoltà, che aiuta a scuola e nelle ripetizioni pomeridiane. Negli anni del liceo ama il gioco ed è sempre lui che seda le liti e difende i perdenti.

Alunno del collegio universitario “Ghislieri” di Pavia - Dal 1934 al 1938 frequenta il Collegio Universitario “Ghislieri” di Pavia; immatricolatosi nella facoltà di giurisprudenza il 13 novembre 1934, consegue la laurea in giurisprudenza il 23 novembre 1938. Gli anni universitari segnano il periodo della scelta consapevole e testimoniata del Cristo come maestro di verità e lampada che illumina la vita. La lettura attenta del Vangelo, delle Lettere degli Apostoli, l’assimilazione devota del Magistero e l’approfondimento della filosofia tomista, lo convincono a realizzare in ogni momento una socialità ispirata al cristianesimo e fondata sull’amore. È un membro attivo della FUCI, partecipando a ritiri, incontri, conferenze, attività, e distinguendosi per la sua fede e per la sua carità, soprattutto verso i poveri, che visita con una certa frequenza. Si priva del cibo per i poveri che visita in catapecchie cupe, sporche, dove sono miseria e malattia. Una sera, unico tra i collegiali, difende con energia uno studente ebreo vittima di uno scherzo goliardico che offende la sua fede religiosa. Nell’ambiente del collegio, caratterizzato da marcato laicismo è difficile comportarsi da veri discepoli del Signore tanto che i ferventi cattolici nel collegio Ghislieri si contano sulla punta delle dita. Da parte sua, Olivelli assume atteggiamenti virtuosi, specialmente in ordine alla fede e alla carità, che non si riscontrano in nessun altro studente. Egli, nell’ambiente del collegio, costituisce un unicum; infatti sono ricorrenti le espressioni dei testimoni: “si distingueva”, “spiccava” “emergeva”, per la fede e la carità. Nel 1939 è nominato assistente effettivo della Cattedra di Diritto Amministrativo all’Università di Torino. Il 22 maggio 1940 venne chiamato a Roma presso l’Istituto Nazionale di Cultura nell’Ufficio Studi e Legislazione.

Inizia una stagione di intenso impegno socio-culturale, caratterizzato dallo sforzo incessante di inserirsi criticamente all’interno del fascismo, con il proposito di influirne la dottrina e la prassi, mediante la forza delle proprie idee ispirate alla fede cristiana. Questo tentativo di “plasmare” il fascismo è finalizzato unicamente ad affrontare un’emergenza: la costruzione di una società migliore.

La Guerra – Ufficiale degli Alpini – La campagna di Russia - E’ in corso una guerra imposta al Paese, il quale deve subire; Teresio non vuole considerare dall’alto di un ufficio e con distacco la maturazione degli eventi, ma desidera inserirsi in essi, con eroica abnegazione. In particolare, è fermamente determinato a stare con i soldati, la parte più esposta e quindi più debole del popolo italiano in lotta. Allo scoppio della guerra il suo pensiero è sempre rivolto agli ultimi e agli umili. Tra questi ci sono i soldati impegnati nella campagna di Russia, dove l’Italia sta subendo perdite consistenti. Chiede di andarci per solidarietà con i più esposti del popolo costretti alla guerra dalla stoltezza di Mussolini. È l’amore per i fratelli più esposti al rischio che determina la sua decisione di partire sul fronte della guerra: come sempre, preferisce agire nei luoghi e nei tempi della sofferenza e dell’insuccesso, piuttosto che in quelli della tranquillità e del successo. Sottotenente della Tridentina è sempre carita-tevole: alla sera fa pregare i suoi alpini con il rosario, li incoraggia e conforta i piú deboli e impauriti, porta Cristo in quelle trincee di morte e disperazione. Arriva la tragica ritirata: migliaia i feriti e gli sfiniti che chiedono aiuto lungo le piste, ma le colonne passano e scappano. Fermarsi a soccorrere i feriti vuol dire rischiare la vita, eppure egli si ferma, sosta presso questa umanità dolorante e disperata. In tanti, rientrati in Italia, diranno di essere vivi grazie a lui.

Nel 1940 è nominato ufficiale degli alpini: chiede di andare volontario nella guerra di Russia per stare accanto ai giovani militari e condividerne la sorte. Sopravvissuto alla drammatica ritirata, mentre tutti fuggono egli si ferma a soccorrere eroicamente i feriti, con gravissimo rischio.

Rientrato in Italia nella primavera del 1943, abbandona definitivamente la brillante carriera “romana” e, all’età di 26 anni, ritorna a Pavia per dedicarsi all’educazione dei giovani come Rettore del Collegio Ghislieri, avendo vinto il relativo concorso al quale si era presentato prima di partire per il fronte russo.

Adesione peculiare alla Resistenza - Dopo la caduta del fascismo, si schiera al fianco della Resistenza cattolica con chi sogna libertà, giustizia e pace. La sua è una rivolta morale per annunciare l’amore cristiano contro gli odi, le ritorsioni e il fondamentalismo bellicoso delle formazioni partigiane di sinistra. Chiama alla rivolta interiore prima che a quella politica, sociale o armata, una rivolta che non è conflitto tra fratelli, come scrive nel giornale Il Ribelle da lui fondato: “Siamo contro una cultura fratricida; la nostra è rivolta dello spirito. Lottiamo per una più vasta e fraterna solidarietà degli spiriti”. Il suo impegno nella Resistenza è totalmente animato dalla sua carità cristiana e a motivo di essa è perseguitato dai nazifascisti che, dopo l’8 settembre 1943, nei territori da loro occupati, prendono di mira la Chiesa arrestando i sacerdoti, i consacrati o i fedeli laici ritenuti pericolosi per la loro intraprendenza nel manifestare opposizione. Olivelli diventa oggetto dell’odio dei nazisti e dei fascisti a causa dell’opera di evangelizzazione e di moralizzazione che svolge mediante l’attività editoriale del giornale clandestino Il Ribelle, i cui articoli sono carichi di carità e di propositi edificanti, e ciò va decisamente a “rompere” la loro strategia dell’odio. Inoltre, coopera alle attività caritative e assistenziali delle associazioni cattoliche di Milano: qui si dona a favore degli ultimi preparando i cuori alla costruzione di una società futura basata sui valori evangelici. Appartiene alla Resistenza cattolica e in particolare a quel laicato cattolico milanese che il nazismo hitleriano e il fantoccio repubblichino considerano loro irriducibile nemico. I nazifascisti gli danno la caccia perché vedono in lui un resistente morale che diffonde un umanesimo cristiano, protagonista di un’attività di resistenza civile e di lotta non armata. Nella celebre preghiera Signore facci liberi, detta anche Preghiera dei ribelli per amore, fissa alla ribellione lo stigma dell’amore e insegna ai partigiani cattolici che la prima libertà da conquistare è quella interiore, da chiedere al Signore affinché liberi il cuore dall’odio, dalla vendetta, dal rancore. Tutte le sue scelte, anche quelle più politiche, sono sostanziate dalla carità, intesa come amore a Dio e al prossimo. All’interno del fascismo e poi della Resistenza cattolica la sua testimonianza è luminosa: non si lascia mai contaminare dall’ideologia, ma si sforza continuamente di evangelizzare, ponendo i valori cristiani e morali al primo posto.

La prigionia e i concentramento - Arrestato a Milano il 27 aprile 1944 è condotto al carcere di S. Vittore, poi a Fossoli, Bolzano e infine Flossenburg ed Hersabruck. Nei luoghi di prigionia la carità di Teresio raggiunge il momento supremo e si manifesta come dono irrevocabile di sé nel desiderio del sacrificio totale della propria vita a imitazione di Cristo. Interviene nel conforto spirituale dei moribondi che accompagna al trapasso con la preghiera, come anche nella difesa dei più colpiti, prendendo le percosse destinate ad altri o rinunciando alla sua razione di cibo per i malati e gli esausti. La sua fede cristiana, che si esprime in un’intensa vita spirituale, in atteggiamenti religiosi e in gesti di solidarietà, è il motivo principale dell’inasprimento dei maltrattamenti nei suoi confronti. Egli ha fatto sí che nei lager, in quei moderni inferni dell’odio, brillasse la fiamma dell’amore evangelico, della bontà, della speranza. Eroe della fede e della carità cristiana, il suo amore verso Dio e verso i fratelli lo ha portato alla suprema immolazione, conseguenza diretta delle violenze fisiche inflittegli in odio al suo “ministero” di misericordia spirituale e corporale nei confronti dei più deboli. La sua opera di assistenza, la sua abnegazione, i suoi interventi presso le SS sono innumerevoli e volti a sostenere i piú fragili fino a quando gli viene inflitto il colpo letale. Un giovane ucraino viene brutalmente pestato dal kapò: Teresio si lancia in un estremo gesto di difesa della vittima, facendo da scudo con il proprio corpo alle percosse. Il kapò, irritato per questo ennesimo gesto di carità cristiana, lo colpisce con un calcio al ventre, che lo condurrà alla morte dopo qualche giorno, il 17 gennaio 1945. Il suo corpo è bruciato nel forno crematoio.



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