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Val di Sole e Madonna di Campiglio protagoniste al workshop su bosco e foreste trentine: i temi trattati

sabato, 16 settembre 2017

Trento - Potrà sembrare strano, ma nonostante tutte le minacce che la società dei consumi tende all’ambiente, quello che stiamo vivendo è per il bosco trentino il momento più felice del suo millenario rapporto con l’uomo. È quanto è emerso dal workshop “I valori sociali, storici e culturali del bosco: stato dell’arte e prospettive future”, che si è tenuto in via Calepina, alla Camera di Commercio.

wDa quando in epoca neolitica i cacciatori-raccoglitori sono diventati agricoltori, il bosco è stato considerato progressivamente un ostacolo all’espansione delle terre coltivate o un serbatoio di risorse da sfruttare per la sopravvivenza. In Trentino – ha spiegato Isabella Salvador, ricercatrice del Muse – il rapporto col bosco si è incrinato in forme drammatiche a partire dal XII-XIII secolo, quando il Principato vescovile incaricò i cosiddetti roncadores, contadini provenienti dall’alta Boemia, di mettere a coltura i versanti delle montagne. Poi, a saccheggiare le foreste trentine per costruire le sue navi, fu la Serenissima, quindi vennero i minatori vicentini, che usavano il nostro legno per ottenere carbone. In epoca successiva fu la volta delle nascenti industrie del fondovalle che ricorsero alle foreste come combustibile. Seguì la Grande guerra che – come hanno sottolineato Diego Leoni del Laboratorio di storia di Rovereto e Filippo Prosser del Museo civico di Rovereto – rappresentò una ferita profonda per l’ecosistema tanto da mettere a repentaglio alcune specie arboree, ma incoraggiò, pure, la diffusione di piante alloctone, i cui semi giungevano qui al seguito degli eserciti.

Oggi, complice la moderna sensibilità per i valori ambientali e la nascita dell’ecologia, il bosco locale sta vivendo una stagione felice: tra gli anni Settanta e il Duemila ha recuperato 18mila ettari. Anche a livello nazionale la situazione è rosea: secondo i dati Infc 2015 (Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio) la selva italiana cresce inesorabilmente alla velocità media dello 0,6% l’anno. Nel 2005 ogni italiano aveva a disposizione 199 alberi; oggi, più di dieci anni dopo, ognuno di noi ne ha circa 210.

Oltre che ad una più diffusa attenzione per l’ambiente, frutto di una maggior consapevolezza scientifica dei rischi derivanti dai danni all’ecosistema, questo risultato è dovuto anche alla penetrazione di modelli e tradizioni culturali di matrice nordeuropea. Mentre i Paesi latini e cristiani sono per tradizione silvofobi – ha sostenuto nel suo intervento il direttore del Museo degli usi e costumi della gente trentina, Giovanni Kezich – quelli nordici sono silvofili: per i primi il bosco è la “selva oscura” di dantesca memoria, luogo della paura e dei pericoli, per i secondi, invece, è lo spazio del sacro, il mondo delle fate, degli elfi, delle ninfe e degli dei. “Non a caso – ha osservato Kezich – sono proprio le culture silvofobe a promuovere il ripopolamento delle foreste con i grandi carnivori, per ripristinare l’immagine di paura che esse tradizionalmente devono emanare”.

Gli ha fatto eco lo scrittore trentino Fiorenzo Degasperi: “Grazie alla matrice culturale nordica – in cui il bosco è considerato sacro – oggi l’immersione nella natura è una terapia per le patologie psichiche della nostra civiltà”.

Di questa visione positiva del bosco si alimenta anche l’economia del dell’intrattenimento e della vacanza; Piero Piussi, già docente di silvicoltura all’Università degli studi di Firenze e Mario Pividori dell’ateneo patavino, hanno posto l’accento sul bosco come opportunità per una diversificazione del turismo: dalla passeggiata allo sport estremo.

Hanno completato il seminario gli interventi di Jessica Balest, dottoranda all’Università di Padova (Gli aspetti culturali e sociali del bosco durante la Seconda guerra mondiale) di Fabio Angeli, ispettore forestale della Val di Sole (10mila anni di storia negli alberi della Val di Sole), di Chiara Fedrigotti del Muse (La rinaturalizzazione del paesaggio prealpino), di Alessandro Paletto e Isabella de Meo, ricercatori di CREA (Percezione sociale della gestione forestale), di Greta Maria Rigon dell’Università di Trento (Il bacino di Montagnoli a Madonna di Campiglio. I valori culturali di un paesaggio in trasformazione) e i saluti del Segretario generale della CCIAA, Mauro Leveghi, che ha ricordato come nelle carte di regola e negli usi civici, nati per la gestione del patrimonio boschivo locale, siano da riconoscere radici importanti per la nostra Autonomia.

Il workshop è stato organizzato dall’Associazione forestale del Trentino, dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria e dalla Camera di Commercio di Trento.


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