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Sanzeno: il recupero di gioielli e tesori artistici della val di Non

giovedì, 17 aprile 2014

Val di Non – Doppio appuntamento per la Soprintendenza per i Beni Storico-artistici, librari e archivistici, che nell’illustrare i più importanti restauri in corso ha anticipato il progetto della mostra “Tesori dal passato. Arte e storia in dieci anni di acquisizioni” in programma dal prossimo giugno tra Trento e Sanzeno, quindi tra il capoluogo e la Val di Non: un saggio della ricchezza e della varietà dei manufatti entrati a far parte del nostro patrimonio storico-artistico e riportati all’antico splendore dal lavoro paziente dei restauratori.
Nel Laboratorio di restauro storico-artistico della Soprintendenza per i Beni storico-artistici, librari e archivistici fervono le attività. Tutte le più aggiornate tecniche di analisi – radiografie, osservazione mediante spettrometro a fluorescenza, indagini chimico-stratigrafiche, sondaggi xilologici e dendrocronologici dei materiali lignei – vengono messe a frutto per comprendere a fondo le vicende conservative dei più svariati manufatti storico-artistici e demoantropologici e individuare la miglior “cura” dei danni apportati dal tempo o dall’uomo, contrastati grazie a uno stretto intreccio di abilità tecniche e conoscenze scientifiche.
Quest’anno il tradizionale appuntamento primaverile di presentazione delle più significative attività del Laboratorio è stato anche l’occasione per un’anticipazione sulla grande mostra “Tesori dal passato. Arte e storia in dieci anni di acquisizioni”,dedicata alle preziose testimonianze, sino ad oggi sconosciute, entrate a far parte del patrimonio pubblico per acquisto o donazione. Tra i circa 500 beni raccolti nell’ultimo decennio si annoverano quadri e sculture, ma anche libri, tessuti, oreficerie, arredi e oggetti di uso quotidiano databili dal tardo medioevo alla prima metà del XX secolo. Un’accurata selezione di questi tesori si potrà ammirare, nel corso dell’estate, nelle sale di Casa de Gentili a Sanzeno, in Val di Non. Gli spazi di Torre Vanga a Trento accoglieranno invece, dall’autunno, gli oggetti più legati alla storia e alla memoria del capoluogo.
Molti dei pezzi acquisiti e selezionati per la mostra in queste settimane sono oggetto di indagini multidisciplinari e delicati restauri che contribuiscono in modo determinante alla conoscenza del contesto culturale e della storia di ogni manufatto, riportato all’antico splendore.
I lavori sono stati presentati questa mattina dalla dirigente della Soprintendenza, Laura Dal Prà, che ha evidenziato l’attività di équipe altamente specializzata che caratterizza una struttura vitalmente presente sul territorio, impegnata non solo per il controllo e la salvaguardia del patrimonio culturale diffuso, ma anche per l’incremento del patrimonio provinciale attraverso il recupero di importanti testimonianze disperse. I dettagli degli interventi sono stati illustrati dai restauratori Antonello Pandolfo, Francesca Raffaelli e Maria Luisa Tomasi, mentre il chimico Stefano Volpin ha messo a fuoco il tema delle analisi diagnostiche preliminari. Luciana Giacomelli, storica dell’arte, ha anticipato le date e il progetto della mostra in programma: un saggio dell’esuberante varietà del patrimonio storico-artistico e del paziente lavoro quotidiano svolto dall’amministrazione per la tutela di questo complesso mosaico di arte e civiltà. Come ha concluso Laura Dal Prà: “l’opera coordinata dei funzionari e dei restauratori è assolutamente preziosa: materiali sofferenti dal punto di vista del degrado sono riportati a nuova leggibilità, ed opere, sottovalutate proprio per la loro conservazione e ignorate, vengono restituite criticamente ad artisti locali e non, con datazioni, individuazione di committenti e contesti storici, ridando spessore storico e, non di rado, portando a ritocchi di stima iniziale di un certo livello. Dopo la mostra, le opere saranno assegnate alle istituzioni museali provinciali in base ai loro ambiti specialistici, in primis il Castello del Buonconsiglio, museo vocato fin dalla sua fondazione nel 1924 al compito di conservare ed esporre le testimonianze culturali della terra trentina”.

LE OPERE IN RESTAURO

Anonimo scultore veronese, “Madonna con il Bambino”, legno intagliato dorato e policromato, inizio XVI secolo
Acquisita nel 2012 dall’antiquaria Cappelletti, alla quale era pervenuta da una collezione privata a Nago, nella zona dell’Alto Garda, è una Madonna in trono di anonimo scultore veronese, realizzata in legno intagliato dorato e policromato e databile su base stilistica entro il primo decennio del Cinquecento. Come scrive Innocenzo Bertoletti, l’opera, che mostra la Vergine in preghiera, risulta mutila del Bambino che doveva trovarsi adagiato sulle sue ginocchia. I tratti del volto, con le sopracciglia arcuate, il naso lungo e sottile e la piccola bocca che accenna un sorriso, rimandano ad una diffusa tipologia veronese attestata anche nel Trentino meridionale tra la seconda metà del Quattrocento e l’inizio del secolo successivo, qui interpretata in forme morbide e addolcite. La scultura, giunta sino a noi in condizioni di forte degrado, con perdita quasi totale della pellicola pittorica e dello strato preparatorio, è stata oggetto di approfondite indagini multidisciplinari, comprese le analisi xilologiche e dendrocronologiche eseguite sul supporto ligneo dal laboratorio del CNR Ivalsa, Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree, di San Michele all’Adige, che hanno evidenziato la compresenza di parti originali e ampi rifacimenti novecenteschi. Il complesso intervento di restauro, a cura di Francesca Raffaelli, ha risarcito le lacune solo laddove era possibile una ricostruzione non arbitraria; in particolare è stato recuperato il delicato incarnato originale del viso della Vergine. Una significativa dimostrazione di come la collaborazione tra diverse professionalità e l’utilizzo di varie tecniche analitiche permetta di comprendere meglio le vicende di un’opera e sia di fondamentale ausilio al restauro e alla conoscenza.

Alessandro Vittoria, “Ritratto di gentiluomo”, marmo bianco venato di Carrara, ottavo-nono decennio del XVI secolo
Tra i capolavori assoluti acquisiti al patrimonio provinciale spicca un busto all’antica del trentino Vittoria, architetto e scultore, plasticatore, bronzista e medaglista, tra i maggiori protagonisti della scena artistica veneziana nel secondo Cinquecento. Proveniente da collezione privata veneta, l’opera è passata sul mercato antiquariale dove è stata identificata come opera dell’artista da Andrea Bacchi; acquisita dalla Soprintendenza nel 2004, è ora allo studio di Luciana Giacomelli. Il restauro dell’opera, in vista dell’esposizione, ne evidenzia la caratterizzazione psicologica del volto, l’intensità dello sguardo, la potente resa pittorica: tutte caratteristiche che, insieme alla stessa tipologia del busto, suggeriscono una datazione all’ottavo-nono decennio del Cinquecento. È in questo periodo, infatti, che Vittoria abbandona le precedenti terminazioni arrotondate in favore di una linea di base diritta che si estende oltre il piedistallo e fa sì che la scultura si apra verso lo spazio che la contiene. Le dimensioni ragguardevoli del ritratto presuppongono una visione distanziata come per altri busti del Vittoria collocati sopra portali di chiese e palazzi. Rimane aperta la questione dell’identificazione del personaggio ritratto che non è risolta dal rinvenimento nel corso del restauro della sigla MP (?) la cui grafia, alquanto imprecisa e approssimativa, potrebbe essere stata reincisa in epoca successiva. Fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, la scultura venne tagliata segando le parti laterali del panneggio. Nel tempo ha subito anche processi di erosione superficiale e di corrosione delle finiture originali; presentava inoltre una spessa patina di sporco e polveri penetrati in profondità, oltre a muffe e fessurazioni con perdite anche ingenti di modellato. Il restauro, a cura di Roberto Perini e Maria Luisa Tomasi, è iniziato quindi con il consolidamento di scaglie e frammenti mobili, seguito da un complesso intervento di pulitura. Le mancanze e le fratture più evidenti sono state stuccate con impasti differenziati in rapporto alla diversa morfologia delle superfici. L’intervento estetico eseguito all’acquerello ha infine uniformato le integrazioni plastiche e gli scompensi cromatici delle superfici originali.

Lorenzo Haili, “Ercole e Ciclope”, legno intagliato, dorato e parzialmente dipinto, ultimo decennio XVII secolo
Le due statue sono state individuate nel 2007 presso la mostra di antiquariato di Palazzo Corsini a Firenze come pregevoli opere del trentino Lorenzo Haili. Le connotano il consueto dinamismo della composizione, il retaggio nordico nel panneggio a pieghe spezzate, la resa anatomica dei corpi, la caratteristica fisionomia dei volti ma, anche, la posa teatrale e scenografica dei personaggi, identificabili come Ercole, con la clava e la pelle di leone, e un Ciclope, con il martello da fucina. La coppia, in legno intagliato, dorato e parzialmente dipinto, con effetto simile alle sculture rinascimentali in bronzo dorato, è datata all’ultimo decennio del XVII secolo, quando il linguaggio di Haili, attivo nel ducato parmense come scultore di corte di Ranuccio Farnese, si arricchisce di suggestioni del Barocco romano, evidenti negli atteggiamenti enfatici delle due figure. Le due opere, studiate da Luciana Giacomelli, sono state restaurate da Antonello Pandolfo. Leaccurate indagini diagnostiche preliminari hanno evidenziato tra l’altro i segni di precedenti interventi conservativi. L’intervento di restauro, dopo le fasi di consolidamento e pulitura, è culminato nella reintegrazione plastica e cromatica delle lacune inclusa l’applicazione a “missione” di foglia d’oro zecchino. Per ristabilire le proporzioni originali tra le due sculture, alla base della statua di Ercole è stato collocato un nuovo listello perimetrale in legno di abete, simile a quello del Ciclope.

Ignoto pittore del XVIII secolo, “Martirio di Santa Caterina d’Alessandria”, olio su rame, metà del XVIII secolo; Manifattura tedesca (Augsburg?),”Cornice ottagonale”, legno ebanizzato, rame dorato, bronzo fuso, dorato e cesellato, lamina d’argento, fine secolo XVII
Dalla collezione Wolkenstein, la cui acquisizione si è conclusa nel 2009, provengono 4 tondi ad olio su rame dipinti tra il XVII e il XVIII secolo. Nella serie, analizzata da Michelangelo Lupo, fa spicco la scena del martirio di Santa Caterina, maggiore per dimensioni e attribuibile ad un pittore più maturo, già pienamente settecentesco, avvicinato ai modi ai modi del pittore marchigiano Sebastiano Ceccarini. Il dipinto raffigura il momento in cui un fulmine distrugge la ruota dentata che avrebbe straziato le carni della martire, perseguitata dall’imperatore Massenzio. La figura della santa, molto venerata, si collega anche alle vicende genealogiche della committenza. Il nome Caterina, infatti, ricorre più volte nella casata Wolkenstein tra Seicento e Settecento. Il conte Gaudenzio Fortunato (1629-1693), in particolare, doveva la sua fortuna alla zia Caterina Casati Stampa nata Altemps, marchesa di Soncino, della quale acquisì la ricca eredità fedecommissaria istituita nel 1654.
I dipinti sono inseriti in cornici ottagonali di manifattura tedesca realizzate a fine Seicento. La scena del “Martirio”, senz’altro successiva, è stata adattata all’incorniciatura e ne rimane parzialmente nascosta. La decorazione, particolarmente ricca, manca di interi elementi figurati che non è stato possibile risarcire in fase di restauro. L’intervento, eseguito da Roberto Perini e Maria Luisa Tomasi, ha comportato lo smontaggio del manufatto e il trattamento differenziato dei diversi elementi con le sostanze di pulitura più adatte ad ogni singolo pezzo e materiale.

Scagliolista di ambito lombardo, “Tavolo con piano in scagliola”, legno di noce lastronato con radica di pioppo e scagliola monocroma, ultimo ventennio XVII secolo e XIX secolo
Degli arredi acquisiti nel 2003 dalla famiglia dei conti Crivelli e provenienti dal loro palazzo di Pergine Valsugana fa parte un tavolo con piano in scagliola raffigurante Santa Caterina d’Alessandria tra decorazioni floreali. Come spiega Luciana Giacomelli, si tratta del prodotto storicizzato di due manufatti di epoca diversa assemblati tra loro: il tavolo ottocentesco in legno di noce lastronato con radica di pioppo, aderente al gusto neoclassico nelle linee semplici ed essenziali, e il piano in scagliola, databile all’ultimo ventennio XVII secolo, che esibisce lo stemma dei Bertoldi di Denno in val di Non.
La scagliola – uno stucco marmorizzato con effetto cromatico simile agli intarsi di pietre dure – con ogni probabilità era in origine un paliotto d’altare, come suggeriscono le dimensioni e il soggetto sacro. Si collega ad un gruppo omogeneo di manufatti conservati proprio in area anaune, da Mezzolombardo a Coredo a Vigo di Ton, riferiti ad un medesimo artefice di cultura tipicamente lombarda. Tra i motivi decorativi, diffusi attraverso i libri di disegni proposti per ricamatori, orafi, armaioli e intagliatori, colpisce la grande varietà di fiori: accanto ad anemoni, passiflore, garofani, rose e narcisi, compare anche il tulipano, di gran moda nella seconda metà del Seicento e considerato prezioso come un gioiello. Il restauro, condotto daAntonello Pandolfo, ha permesso di consolidare gli elementi lignei del tavolo e si è concentrato poi sulla scagliola, con la rimozione delle polveri e di antichi ritocchi, il consolidamento e fissaggio delle parti disgregate, la stuccatura delle lacune e l’integrazione pittorica degli stucchi con colori ad acquerello.

LA MOSTRA
Tesori dal passato. Arte e storia in dieci anni di acquisizioni
Casa de Gentili, 20 giugno – 12 ottobre 2014
Trento, Torre Vanga, 21 novembre 2014 – 1 febbraio 2015


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