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Festival della famiglia/2 Comunità educante: una sfida per il nostro futuro

venerdì, 4 dicembre 2015

Riva del Garda – Festival della Famiglia 2015: buone pratiche e alleanze trasversali. Comunità educante: una sfida per il nostro futuro. Compito del Festival è cogliere cosa sta cambiando intorno alla famiglia. Quali sono gli elementi nuovi che rendono le famiglie più fragili, ma anche quali le buone pratiche, italiane e non solo, che possono sostenerla. Ne hanno parlato, oggi a Riva del Garda, Luciano Malfer, dirigente dell’Agenzia per la famiglia e Leonardo Becchetti, professore dell’Università di Roma Tor Vegata. Poi due esempi concreti, uno siciliano e uno tedesco, raccontati da Salvatore Rizzo e Roman Grabolle (nella foto sotto).

“Una comunità educante fiorisce ogni giorno – ha spiegato il dirigente dell’Agenzia per la Famiglia Luciano Malfer – La funzione educativa è svolta dalla famiglia e dalla scuola. Entrambe riscontrano oggi difficoltà dovute alla complessità sociale. Serve quindi un patto sociale tra famiglia, scuola e comunità. La comunità educante può confermare, integrare ed espandere i concetti e i valori familiari attraverso i servizi. Tutti gli attori esercitano una quota di funzione educativa. Noi in TGabolle Festival Famigliarentino stiamo portando avanti strumenti quali il distretto famiglia, il marchio family. Le alleanze possono costruire un nuovo paesaggio educativo”.

Leonardo Becchetti, professore dell’Università di Roma Tor Vegata, si è invece soffermato sugli ideali della famiglia, i problemi che esse vivono, le soluzioni proposte e la risposta educativa messa in atto. “Per arrivare a un modello sostenibile per le famiglie dobbiamo votare con il portafoglio. I nostri stili di vita sono decisivi. Abbiamo un potere enorme ma dobbiamo esserne consapevoli. Le cose cambiano dall’insieme delle azioni dal basso. Bisogna imparare ad organizzarsi”.

La crisi si affronta guardando al futuro ma soprattutto partendo dal presente di comunità che educano e si educano. Ci sono territori infatti che dimostrano come sia ancora possibile costruire e promuovere opportunità nelle quali diversi soggetti possono tornare ad essere protagonisti attivi e consapevoli del proprio territorio.

Ne sono esempi le esperienze di rigenerazione e valorizzazione di spazi e beni collettivi presentati oggi al Festival della Famiglia. Entrambe esperienze che non sono frutto di mere intuizioni estemporanee o di decisioni calate dall’alto, ma di alleanze aperte che rimettono al centro educazione, giustizia, dignità, bellezza, relazioni e passione.

Salvatore Rizzo ha raccontato il progetto della Fondazione di Comunità di Messina: “Un esempio concreto per fare comunità educante in Sicilia, che ha messo in luce il tema della giustizia sociale, ovvero il garantire a tutti pari opportunità”. Il percorso ha al suo centro il vivere in contesti più belli, riscoprendo luoghi abbandonati per restituirli alla fruizione locale. Luoghi che erano terra di nessuno, sono ora diventati occasione di una sfida. Da qui è nata la Fondazione Comunità Messina che ha messo a sistema questa esperienza di economia civile. La Fondazione ha creato un fondo, lo ha investito e con il rendimento finanzia programmi di sviluppo di comunità. Uno dei quali è “Primi spassi”, nella Vallata di Camano, per aiutare i neonati che nascono in famiglie con difficoltà. “Si è sviluppata così una rete di protezione – ha spiegato Rizzo – le azioni che abbiamo sperimentato non sono nuove, il loro valore sta nel contesto dove sono state applicate, ovvero in un territorio segnato dalla assenza delle opportunità. L’esperienza è riuscita a contaminare le istituzioni”.

Roman Grabolle ha invece portato l’esempio della città di Lipsia, nella Germania. Una città che ha subito una forte migrazione con il crollo del muro di Berlino. Erano circa 60.000 gli edifici abbandonati. Nel 2000 c’è stata una svolta con una forte crescita demografica. In questo contesto è nata la necessità di creare e ristrutturare spazi. Si è avviato così un processo di gestione sociale e partecipata dei quartieri. I quartieri quindi vivono grazie ai cittadini stessi e al loro apporto nella quotidianità.


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