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Trento: “La montagna tra marginalità e crescita”, uno studio per il rilancio delle attività in quota

venerdì, 3 giugno 2016

Trento – La montagna tra marginalità e crescita. Al Festival dell’Economia di Trento è stato presentato uno studio sulle aree montane e sulle opportunità di sviluppo.

Tracciare una nuova mappa socio-economica della montagna per sostenere un processo di sviluppo demografico e produttivo lontano dai luoghi comuni che ancora la vedono come luogo ‘altro’ rispetto alla vita in pianura, è stato il tema dell’ incontro ‘La montagna da luogo della marginalità a luogo della crescita’ organizzato da Censis, Trentino School of Management (Tsm) e Università degli studi di Trento. L’incontro ha acceso i riflettori sugli studi condotti in sinergia tra i diversi interlocutori sulla scorta della ricerca promossa dal Tsm, ‘La montagna perduta’, e da un dato inconfutabile: il 48,9% del territorio italiano è costituito da montagne, ma la visione che ancora è diffusa a livello di massa è che la montagna sia un luogo isolato e di rinuncia. “Una dicotomia di visione – si è detto, con diversi accenti – tra chi ci vive e chi la vede con una prospettiva urbanocentrica, tra luogo dell’alterità e valvola di scarico per gli amanti dello sport invernale. Al netto dei centri turistici chi vive in città non sa cosa sia la montagna”.

DA LUOGO DELLA MARGINALITA' A LUOGO DELLA CRESCITA, LA NUOVA MAP

“Nella percezione urbanocentrica la montagna è la vetta – ha affermato l’antropologo Annibale Salsa- ma per il valligiano è l’alpeggio”. Il presidente della Provincia autonoma di Trento Ugo Rossi (nella foto) ha sottolineato l’importanza della strategia perseguita con altre 47 regioni alpine (Eusalp) per valorizzare il ruolo socio-economico dei territori alpini nella strategia complessiva dell’Unione europea. “Grazie all’Autonomia sono state implementate politiche mirate allo svilupposostenibile delle comunità che vivono in montagna e certamente i livelli di qualità di vita delle nostre genti sono diverse da quelle di chi vive in altre regioni, anche se a Statuto speciale. Noi cerchiamo di offrire a chi vive in montagna le stesse opportunità di cui godono le popolazioni che vivono in pianura”.

“Ad esempio, il tema dei punti di nascita è centrale – ha evidenziato Rossi – ; cerchiamo di coltivare la logica dell’innovazione e di scoprire che ci sono ospedali che si collocano al di sotto del numero canonico di 500 parti l’anno, ma con esiti migliori rispetto ad altri ospedali con un numero più alto di nascite. Un dato positivo su tutti – ha concluso Rossi – è che la montagna trentina non soffre di spopolamento: da noi la montagna ha perso l’immagine di arretratezza, ma guai a perseguire logiche di isolamento, bisogna, invece, coltivare la logica dell’eccellenza. Perché è possibile vivere in montagna mantenendo uno sviluppo al passo con il resto del mondo”.

Per l’antropolgo Annibale Salsa la montagna fa parte del territorio nazionale e la sua marginalità va capovolta, “perché non è sempre stato così. In termini di geografia fisica effettiva, la montagna non è marginale e nel corso della storia le Alpi erano al centro dell’Europa, fino all’800. Poi cominciano a diventare marginali. Qui entriamo nel campo della geopolitica – ha spiegato – ; l’Appennino, ad esempio, è diverso perché qui non c’è una tradizione di autogoverno, mentre per le Alpi è stato più facile il rilancio perché il loro territorio è considerato strategico. Dal 2004 ci sono stabilizzazioni degli insediamenti con il fenomeno dei ‘ritornanti”.

Per il presidente della Tsm Mauro Marcantoni la popolazione in montagna si è ridotta del 10% e in pianura è cresciuta del 44%, anche se negli ultimi anni la popolazione delle aree montane è cresciuta di alcuni punti percentuali, quasi del 3,4%. “La crescita – ha poi osservato – non è determinata solo dalle Autonomie speciali (Trentino, Alto Adige e Val d’Aosta) perché in Friuli, anche questo un territorio di autogoverno, invece è calata. La vocazione non è solo turistico-agricola; ci sono altre realtà, anche industriali, che si insediano in montagna, e che ci fanno vedere le potenzialità di questi luoghi. La montagna – ha concluso – senza presidio politico, infrastrutture, e senza l’elemento più importante, ovvero il capitale sociale forte, non può creare la capacità di reazioni virtuose che la rendono in grado di cavalcare logiche di sviluppo”.

Marco Baldi, ricercatore del Censis,ha osservato che alcuni parametri tra pianura e montagna non presentano forti divari, a differenza dei luoghi comuni. Ad esempio i tassi del livello culturale delle popolazioni e dell’ occupazione.”Fare impresa in montagna – ha detto – è più difficile, ma nei distretti montani si producono 48 miliardi di lavoro aggiunto. Poi la montagna ha un territorio libero e solo il 2% di suolo consumato, mentre in pianura è arrivata a quota 10%. Per il professor di Economia e Gestione delle imprese all’Università degli Studi di Trento, Enrico Zaninotto, i fattori di sviluppo in montagna sono suscettibili di futuro laddove in particolare l’Autogoverno sappia intercettare in nuovi trend dell’economia puntando su innovazione sociale e tecnologica.


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