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Corteno Golgi, il racconto di un’escursione al Telènek in una giornata di fine estate. Photogallery

sabato, 17 settembre 2016

Corteno Golgi –  Una passeggiata in uno stupendo ambiente naturale, da Corteno a Telènek. Andata e ritorno in giornata con salita alla bella piramide orobica passando dalla Magnolta,  Val Belviso e il lago di Pisa.

 

IL RACCONTO DELLA GUIDA ANTONIO STEFANINI 

L’escursione inizia alle otto dalla baita dei cacciatori della Magnolta, quota 1950, poco oltre il confine con la montagna bresciana, che qui ai confini con la media Valtellina spesso si passa e ripassa. Prima foto del gruppetto davanti a un inizio di antica galleria: parte da qui il tunnel della fatica per gli ignari compagni di viaggio Miriam, Luigi e Tomasz – men che quarantenni – e del settoscritto.

Le varianti a quella che è ancora per alcune centinaia di metri strada carrozzabile di montagna, realizzate in funzione del nuovissimo percorso per Mountain bikle sono del tutto consigliate, perché evitano gli iniziali, inutili saliscendi e permettono al contempo di apprezzare l’opera. Le catene di sicurezza, nuove fiammanti, non sono necessarie, ma danno fiducia.

La mattina, col sole ancora abbondantemente dietro le montagne, è fresca. Qui il giorno prima è senz’altro arrivato un bell’acquazzone, perché l’erba è imperlata e sul sentiero si deve saltare qualche pozzanghera. Un po’ di tristezza all’arrivo a Malga Magnola, seminuova, ma attorniata da pascoli poco o per nulla,  pascolati e da vecchi ruderi di baracche contadine.

Gli ordinati cartelli del CAI Aprica ci avvisano che mancano solo – si fa per dire – 2 ore e mezza al lago di Pisa. Si cammina velocemente al fresco e l’ombra massiccia del Demignone si proietta sull’intera diga di Belviso, mentre il resto del versante opposto, esposto a est, è inondato dal sole. Il sentiero, segnavia n. 326, prosegue in leggera salita, ogni tanto allo scoperto, ma più spesso nel bosco di larici. È una bella pista larga mediamente un metro e mezzo e ovunque si nota, nonostante sia ormai consolidata, che è stata interessata da lavori recenti; c’è solo da togliere qualche sasso di mezzo. Dopo un po’ si arriva al bivio verso valle per Malga Nembra.

La bassa Val Belviso in ombra si apre a V sul bel panorama del Bernina. Si colgono lamponi, uva ursina e persino mirtilli, che dai boschi bassi di Aprica sono quest’anno scomparsi già a luglio. Dopo un bel passaggio con sfondo l’elegante pala del Demignone, si entra finalmente nel versante sgombro da vegetazione d’alto fusto e lo sguardo può spaziare: il versante opposto della Val Belviso è tagliato visivamente, più o meno alla stessa quota, dal lungo sentiero che dai Laghi Torena arriva a Malga di Pila.
Il sole è sorto anche per noi quando arriviamo al bivio per il Lago di Pisa, quota ancora sotto i 2200, che ci porta bruscamente alla realtà della salita ripida su un sentiero poco più che accennato. Superato il primo crudele tratto e giunti a un dosso, ecco comparire lassù, a perpendicolo, Sua Maestà il Telènek, meta di giornata. Ancora un po’ di attesa e siamo ai roccioni levigati che ci versano dolcemente nel cupo blu del magnifico Lago di Pisa, quota 2446. Sono le 10:30 circa e, siccome il sole va e viene, prima di rifocillarci trovo necessario fare le prime foto-ricordo davanti al bacino e poi alcune specchiate, sempre suggestive, con distese di slavati eriofori un po’ ovunque.

Scruto il discreto moloch davanti a noi e, da poco esperto alpinista del lunedì-martedì, decido di approcciare il versante a destra guardando, dove c’è un canalino verde che porta a una selletta tondeggiante, dalla quale salire poi alla cima. L’unica donna del gruppo è invece attratta dalle crestine del lato opposto. Mi avvio verso la meta, passando abbastanza facilmente di sasso in sasso, confortato anche da un paio di ometti di pietra che trovo quasi subito.

Il lago di Pisa rimane progressivamente più in basso alla sinistra della mia salita. Superata la pietraia di base e il successivo ghiaione, entro nel canalino erboso, lungo il quale si sale a zig-zag in relativa sicurezza, anche per frequenti appoggi del piede tra le zolle, segno di precedenti salite. L’erba però è bagnata e allora trovo più prudente scegliere il filone roccioso a sinistra, tra il canalino e il ripido ghiaione che scende a cono dalla cima. Mi fermo per scattare qualche foto e rassicurare con gesti i giovani compagni rimasti a bordo del lago a patire un po’ il freddino. Miriam è nel frattempo rientrata alla base, scoraggiata – mi dirà – dall’erba scivolosa.

Entro nel bel terreno di gioco fatto di grandi massi e qualche roccetta; dopo non molto arrivo all’anticima, dalla quale appare, un poco arretrata, la vetta con la croce.

Mi vengono in mente Giacomo Salvadori e compagni del CAI Santìcolo, che l’hanno forgiata, portata e posata quassù nel 1989. Poi le immancabili foto al paesaggio circostante: il Pasò, la Valle di Campovecchio e il Padrio a nord; le cime delle Orobie cortenesi e la Val Rosa a nord-est, Palone del Torsolazzo, Torsoleto, Castèl di Pìcol e Culvègla a est; Borga, Torsoleto e Largone con in secondo piano Camino e Presolana a sud-est; Teglio, Bernina, Torsolazzo, Pasò e Val Poschiavo a nord-ovest.
Inizio della discesa dalla cresta nord-est, dove ci sono evidenti tracce di passaggio nel pietrame mosso, poi giro a sinistra per rientrare nella conca di Pisa, scendendo con circospezione qualche muretto verticale. Il lago di Pisa rispecchia bei pennacchi e si avvicina sempre più, sebbene la discesa nello sfasciume sia lunga e a suo modo faticosa. Biancheggiano qua e là, tra la maggioranza di quelli scuri, massi erratici contenenti quarzi.

Ancora qualche foto specchiata con protagonisti i ritrovati compagni d’escursione e nuvole rococò, poi giù verso il gruviera nel pascolo, disseminato dalle tane di marmotta del Foppo Alto. Traversata di rientro per il medesimo sentiero 326 Magnolta – Veneròcolo, allo stesso tempo adatto alle due-ruote e alle due-scarpe. Favorevole visione pomeridiana del ruscello che precipita con una profonda cascata in Val di Campo, fiori confortati dal sole e finalmente riaperti, frutti di bosco intiepiditi e addolciti dal tepore.

Infine, ecco alcuni nuovi, bei passaggi iniziali (per noi finali) nel bosco del percorso mtb, poco prima della Magnolta. Abbiamo riconosciuto, tra le piante: felci come la Huperzia selago, l’Astranthia in fase di maturazione e dispersione dei semi, la Gentianella insubrica (dubbio con la germanica), la Saxifraga bryoides, la Saxifraga stellaris, l’Erica carnea accanto alla Calluna vulgaris, l’Astranthia minor, qualche Sempervivum gigante, l’Eriophorum latifolium (o vaginatum), lo Helianthemum e qualche altra più comune.

Non c’era fila, in ogni caso per ammirare il multiforme e multicolore spettacolo al nostro vero stadio delle Alpi. Forse è stato meglio così.


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