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Cevo: la mostra di artisti camuni sulla Resistenza, il ricordo del 72° incendio e il libro su Della Porta

mercoledì, 20 luglio 2016

Cevo –  La mostra “Volti e luoghi della Resistenza”, allestita dal Museo della Resistenza della Valsaviore con il contributo di artisti camuni, aperta in occasione delle celebrazioni del 72esimo anniversario dell’incendio di Cevo (Brescia) lo scorso 3 luglio riaprirà dal 6 agosto e sarà visitabile nel mese di agosto.meseo resistenza

A Cevo tengono banco due eventi: il ricordo dell’incendio di Cevo e una mostra di artisti camuni sulla Resistenza. La manifestazione ufficiale sull’anniversario dell’incendio di Cevo, per mano fascista, è avvenuta quest’anno proprio il 3 luglio come 72 anni fa. L’ANPI di Valsaviore, il Museo della Resistenza di Valsaviore, Cgil Cisl Uil Vallecamonica Sebino Brescia insieme alle Federazioni dei Pensionati SPI, FNP, UILP, l’Unione dei Comuni della Valsaviore (Cevo, Berzo Demo, Cedegolo, Saviore dell’Adamello, Sellero) hanno organizzato la tradizionale manifestazione per ricordare la distruzione del paese. Alla cerimonia erano presenti Savino Pezzotta, già segretario della Cisl e parlamentare, che è intervenuto sulla Resistenza, il sindaco di Francavilla Mare, il primo cittadino di Cevo, Silvio Citroni.

LA MOSTRA

E’ stata allestita dal Museo della Resistenza della Valsaviore con il contributo di artisti camuna la mostra “Volti e luoghi della resistenza”. La mostra è stata aperta in occasione delle celebrazioni del 72esimo anniversario dell’incendio di Cevo (Brescia) lo scorso 3 luglio riaprirà dal 6 agosto nello stabile della scuola elementare di Cevo.

Si tratta di una mostra di artisti locali con opere aventi per tema la Resistenza e che è stata apprezzata dal pubblico. Edoardo Nonelli ha esposto i disegni originali che sono stati pubblicati sul libro “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia, edito a cura dell’Ecomuseo della Resistenza in Mortirolo e del Comune di Sonico. Disegni ed illustrazioni che, nell’arricchire la pubblicazione, rappresentano alcuni tragici momenti della guerra di liberazione in Valle Camonica e alcune figure di Partigiani che hanno combattuto contro i nazifascisti per conquistarci la libertà, a volte con il sacrificio della loro vita.

Sabrina Valentini era presente con le sue illustrazioni che hanno arricchito i libri “Il Racconto di Rosi”, “Il Racconto di Enrichetta” e “Il Racconto di Gino” pubblicati dal Museo della Resistenza di Valsaviore, ANPI di Vallecamonica, Circolo Culturale G. Ghislandi.

Lo Scultore Gio Mario Monella ha esposto alcune delle sue sculture, prodotto di un lavoro duro e ricco di fantasia artistica, lui stesso ebbe a dire “… si tratta di togliere il superfluo per liberare il tempo, la figura, il soggetto …”. Con le sue opere propone sogni perenni di vita, di pace, d’amore, di gioia, di gioco, irrimediabilmente impastati con il dolore, il pianto e la tragedia.

LA FIGURA DI DONATO DELLA PORTA  

In questo contesto lo scorso 3 luglio è stato presentato il libro “Sulle ali della memoria” dedicato all’eroe Partigiano della 54ª Brigata Garibaldi, Donato Della Porta, vittima di un commando nazifascista il 12 dicembre 1944 in località Baulé.

Donato Della Porta nacque il 17 marzo 1922, appena diciannovenne fu dichiarato abile e arruolato e nel 1942 chiamato alle armi. L’8 settembre del 1943 con la dichiarazione dell’armistizio con gli alleati, nelle caserme e dell’esercito seguì una totale confusione, gli ufficiali erano tutti scomparsi ed i soldati abbandonati a se stessi. Il 18 settembre, in questa zona, nacque la Repubblica di Salò sotto la protezione ed il comando dei nazisti, in quel clima di estrema incertezza e di drammatico sbandamento per centinaia e migliaia di militari italiani, preda della reazione tedesca, Donato appena ventenne del sud mandato a combattere una guerra voluta dal regime fascista, decise di essere Ribelle e di non arruolarsi nelle file fasciste. Donato non ebbe bisogno di pensare, di riflettere su cosa fare e compì subito una scelta di campo chiara e coraggiosa: fare il Partigiano sulle montagne, sulle montagne della Valle Camonica.

Fu tra coloro che iniziarono a costituire i primi gruppi delle formazioni partigiane, per combattere contro gli orrori del nazifascismo, divenendo costruttore di un paese fondato sulla libertà e la democrazia, valori incancellabili della Resistenza come molti di voi hanno affermato questa mattina, e come molti testimoni che ho incontrato in questi giorni e non solo di Partigiani Rosi e Gino ma anche molti figli, fratelli e nipoti di coloro che hanno combattuto su queste montagne. Donato aveva imparato a muoversi tra le vallate, tra gli strapiombi, i laghi e le fitte pinete, come se fosse cresciuto in questi luoghi, molto diversi dal clima e dalla terra aspra e secca del suo paese segnato da masserie e distese di ulivi. Fu tra gli uomini più affidabili e fidati del leggendario comandante della 54ª Brigata d’assalto Garibaldi, Antonino detto “Nino” Parisi e nel periodo ottobre novembre del 1943, mesi molto difficili per l’Italia e per questo territorio, operava nei gruppi di partigiani che erano isolati e poco in contatto tra di loro. Donato costruì forti legami di amicizia con tanti giovani della Val Saviore che ancora oggi, dopo tanti anni, conservano un commovente ricordo di lui e con particolare ammirazione salutiamo il Partigiano Virginio detto “Gino” Boldini che ieri con la sua testimonianza diretta ha arricchito tutti noi, perché Gino ha conosciuto Donato e anche con particolare stima e ammirazione salutiamo la più giovane Partigiana d’Italia Rosi Romelli. Donato insieme ai suoi compagni d’armi, combatté con il suo nome di battaglia “Brindisino” sul capo del quale i fascisti avevano messo una taglia, la determinazione dimostrata da Donato nell’attività militare e nelle azioni di pattuglia delle sue capacità organizzative a guidare squadre di Partigiani portò la 54ª Brigata d’assalto Garibaldi “Bortolo Belotti” ad assegnargli il comando di un Battaglione della stessa Brigata.

GLI SPOSTAMENTI DEI PARTIGIANI

I Partigiani per non farsi catturare dovevano essere molto attenti e spostarsi continuamente, applicavano la norma di sicurezza che prevedeva di non sostare troppo lungo in un medesimo luogo, per ridurre i rischi di spiate e rastrellamenti. Cadere nelle mani dei tedeschi e dei fascisti significava essere sottoposti a incredibili ed indicibili torture che venivano praticate per strappare informazioni utili per l’arresto dell’intera formazione. Famiglie indifese venivano regolarmente trucidate nelle loro case, molti furono deportati a Mauthausen e non tornarono mai più.

Nella primavera del 1944, i Partigiani subirono un duro colpo, un ragazzo Lodovico Tosini, in servizio nei reparti delle S.S. italiane, recatosi sui monti di Cevo in ricognizione, fu catturato dai garibaldini, il suo favore giocò la sua giovane età, non aveva ancora compiuto 16 anni, decisero di non fucilarlo, lo congedarono intimandogli di rigare diritto, era il tardo pomeriggio dell’8 dicembre giorno dell’Immacolata, invece di ringraziare la sorte benigna, il giovane milite corre subito al presidio della (G.N.R.) guardia nazionale repubblicana di Capo di Ponte dipendente dal Comando di Breno, raccontando di essere appena sfuggito ai fuorilegge e di conoscere il loro rifugio. Alle 7:00 del 9 dicembre la baita fu circondata dalle forze nazifasciste, e quel gesto di generosità fu pagato a caro prezzo, il sei garibaldini si trovarono in trappola, senza via d’uscita, la baita poco si prestava alla difesa ma i partigiani decisero di respingere le intimazioni di resa e si ingaggiò una furibonda sparatoria durata circa quattro ore. I fascisti richiesero rinforzi e poi strisciando da un lato che i difensori non riuscivano a controllare bene per la mancanza di finestre, diedero fuoco alla cascina. Donato Della Porta con l’intenzione di salvare gli altri partigiani uscì gridando di essere il comandante del gruppo, fu subito colpito a morte, accasciandosi nella neve alta mezzo metro. Costretti dall’incendio alcuni Partigiani si arresero, altri tre rimasero asserragliati nella baita e scelsero di suicidarsi piuttosto di cadere vivi in mano nemica. Il parroco con quattro giovani del luogo tentarono di soccorrere Donato che fu trasportato nella canonica. Dopo alcune ore di patimenti, nella sera dello stesso giorno, il ferito spirò sul tavolo della cucina, nel testo autografo di Don Francesco Sisti è riportato “Della Porta Donato rimasto orrendamente ferito venne trasportato nella casa parrocchiale, amorevolmente curato e assistito, morì verso sera dopo aver ricevuto i Sacramenti, la confessione, viatico, e l’estrema unzione, con edificante pietà. In quei lunghi istanti di straziante agonia Donato ebbe la piena consapevolezza di avere immolato la propria vita per Grandi Ideali, lo confortò la profonda speranza di avere contribuito a edificare un futuro di libertà, di giustizia e di democrazia”. Il sangue di un giovane del sud seminò libertà sulle montagne della Valle Camonica, nei suoi sogni non sorrisero più i volti amati. Una compagna gli dedicò parole toccanti che ancora oggi sembrano fermare il tempo e suscitano in ciascuno di noi sentimenti di riconoscenza per Lui. Ieri sera durante la lettura di quel brano abbiamo rivissuto attimo per attimo la tragedia.

Il comandante della 54ª Brigata Garibaldi Antonino Parisi il 1 ottobre 1945, comunicò da Edolo al sindaco di Francavilla Fontana che Donato Della Porta era caduto gloriosamente il 9 dicembre 1944 in Valle di Saviore, in combattimento contro forze nazi fasciste. Il padre, il fratello, la sorella, vennero in valle per portarlo a casa. La salma accompagnata da due carabinieri e da sei rappresentanti della 54ª Brigata d’assalto Garibaldi, durante tutto il percorso di oltre 1000 km, veniva accolta in ogni luogo con manifestazioni di onore, di solidarietà e di addio. Questa mattina ho incontrato il figlio di uno degli autisti perché noi avevamo pubblicato la foto del camion (con gli autisti) utilizzato per il trasporto della salma, questa mattina abbiamo avuto il piacere di conoscere un figlio di uno di questi. A Francavilla giunse il 16 novembre 1945, i funerali si svolsero con la partecipazione di una moltitudine di persone giunte anche dai paesi vicini. Mutilati e Reduci di guerra con le loro bandiere giunsero ad accompagnare il feretro portato a spalla da quattro militari venuti da Brescia.

L’Autore continua ricordando l’oblio successivo alla tumulazione della salma del nostro Donato Della Porta, alludendo al fatto che negli anni successivi alla guerra di liberazione, comunque, nella città di Francavilla la cultura dominante fu per anni di destra, monarchica. I valori della resistenza furono estranei alla vita dei cittadini. Solo negli ultimi anni, ha ricordato l’autore, l’impegno suo personale e dell’ANPI è stato quello di avviare una ricerca su personaggi di Francavilla che furono vittime della dittatura e di coloro che hanno combattuto per sconfiggerla. Termina dicendo “… ripristinare la verità è indispensabile per tutelare la nostra democrazia, la mia ricerca è spaziata sulla vita dell’unico Partigiano combattente che Francavilla Fontana ricorda. Nel libro – sulle ali della memoria – riporto il frutto della mia ricerca sulla vita di Donato Della Porta. Per il periodo della guerra di liberazione ho preso contatto con il professor Rolando Anni docente dell’Università Cattolica di Brescia e responsabile dell’Archivio Storico della Resistenza Bresciana, il Professore mi ha trasmesso una scheda specifica e altra documentazione riferita all’attività della 54ª Brigata d’assalto Garibaldi e di Donato Della Porta, ciò mi è stato di aiuto e stimolo per proseguire la mia ricerche. Nel 2013 abbiamo saputo che i sindaci di Saviore Tonsi e di Cevo Citroni hanno deciso di trasformare la baita, teatro della battaglia di Baulè, in museo per ricordare Donato Della Porta ed i suoi compagni caduti. Per noi quel museo è come se fosse nella nostra città. Ricostruire la straordinaria avventura ed il sacrificio di Donato Della Porta, per noi, assume straordinaria importanza perché nel ricordare Donato noi ricordiamo l’unico Partigiano combattente della nostra terra, della mia città rappresentata oggi dal sindaco Maurizio Bruno. I giovani debbono conoscere e noi abbiamo il dovere di far loro conoscere coloro che hanno sacrificato la loro giovane vita per donarci la libertà e la democrazia. Se oggi possiamo vivere in pace e possiamo discutere e confrontarci anche su idee diverse è perché giovani come Donato Della Porta hanno avuto il coraggio di fare una scelta di campo, una scelta per la democrazia e per questo giunsero fino all’estremo sacrificio della loro vita. Questo libro verrà presentato il 9 dicembre di quest’anno in occasione del 72º anniversario della morte di Donato, nel cinema della città alla presenza di centinaia di giovani studenti delle scuole superiori … Oggi più che mai abbiamo il dovere del ricordo e quello di trasmettere questi pezzi di storia, non per raccontarli, ma per condividerne l’attualità, delle parole degli ideali che hanno animato le gesta di migliaia di giovani che offrirono la loro unica vita per un’Italia nuova e democratica”.

GLI INTERVENTI E LA RIFLESSIONE DI SAVINO PEZZOTTA 

Il sindaco di Francavilla Fontana (Brindisi) Maurizio Bruno, nel ringraziare l’autore per il lavoro di ricerca effettuato e per la cura nella stesura del libro sulla vita di Donato Della Porta, ha dichiarato, tra l’altro, che “… La memoria non si può fermare né con le mani, né con il cuore, né con la mente… Un grazie particolare all’autore del libro Alessandro Rodia, che ci permette, con quest’opera, di conoscere e di apprezzare la vita ed il sacrificio di un nostro concittadino che su queste montagne insieme ad altri tanti giovani ha riscattato la nostra dignità, contribuendo a liberare il nostro Paese dall’occupante tedesco e dai fascisti della Repubblica di Salò. Grazie anche a voi per tutto quanto avete fatto e per quanto continuerete a fare per coltivare la memoria dell’accaduto, per far sì che non accada mai più”.

Alessandro Rodia autore del libro “Sulle li della Memoria” ha sottolineato: “Ritengo che gli incontri come quelli di questi due giorni, arricchiscano un po’ tutti, gli amministratori che sono chiamati ogni giorno ad affrontare problemi in un momento molto delicato della nostra nazione dove le risorse scarseggiano ed anche sistemare delle strade diventa un problema ma, ritengo sia un valore aggiunto l’incontro come quello avvenuto tra la Valsaviore e Francavilla Fontana, due città che sono distanti 1000 chilometri. Io ritengo che con l’incontro per la prima volta del sindaco di Cevo con il sindaco di Francavilla Fontana in occasione, dell’evento del 3 luglio, del 72º anniversario dell’incendio di Cevo, da parte dei nazifascisti, si scriva una pagina importante nella memoria storica delle due comunità. L’iniziativa di inserire la presentazione del libro “Sulle ali della memoria” dedicato a Donato Della Porta nel programma delle manifestazioni nel ricordo di una data storica, non solo per i comuni della Valsaviore, ma per l’Italia intera, sancisce il legame tra due terre lontane e unite dal sacrificio di un Protagonista della Resistenza. Questo grazie all’idea promossa dal Museo della Resistenza della Valsaviore e all’attivismo di Katia che ci ha contattati per telefono e per e-mail e questo è stato possibile grazie ai contatti che abbiamo avuto. La presenza dell’ANPI Valsaviore e delle Organizzazioni Sindacali Bresciane tra i promotori dell’iniziativa, rafforza il rapporto di collaborazione con l’ANPI di Francavilla Fontana, che io rappresento, e quello di Brindisi che esprime a tutti voi, mio tramite, un sentito ringraziamento per l’impegno costante a non far dimenticare che tra queste montagne iniziò a nascere la Costituzione. Resistenza, Costituzione, Libertà, Democrazia, i temi che questa mattina Savino Pezzotta ha illustrato a tutti noi che eravamo presenti e a tanti che erano presenti alla cerimonia, sono valori che tanti giovani hanno perseguito combattendo e rischiando spesso la propria vita per sconfiggere il nazifascismo e costruire una nuova Italia.

Il sindaco di Cevo, Silvio Citroni, ha invece sottolineato: “Chi mi conosce sa che non sono molto avvezzo a viaggiare ma, mi piacerebbe un giorno, magari propongo al sindaco di Francavilla Fontana, se riusciamo il 9 dicembre di quest’anno di consentire a una delegazione di cittadini del Comune di Cevo di venire a portare dei fiori sulla tomba di Donato Della Porta per ricordare questa sua triste, purtroppo, storia. Da parte nostra io non posso che ringraziare tutti i presenti per questa cerimonia di oggi che si conclude. Credo che abbiamo fatto qualcosa di bello, abbiamo onorato i nostri Partigiani, abbiamo ricordato i tragici fatti di Cevo di 72 anni fa, credo che il messaggio che la popolazione di Cevo sta dando pur ricordando pagine tristi della nostra storia, sia sempre un messaggio positivo che sta dando i suoi frutti. Ho detto stamattina che questo luogo diventerà il Museo della Resistenza di Valsaviore che sicuramente sarà il luogo dove chiunque potrà venire per capire cosa è successo sulle nostre montagne e troverà il luogo dove studiare e approfondire cos’è stata la Resistenza dalle nostre parti cos’è stata la Resistenza in Italia e cosa è successo poi, legato alla stesura della Costituzione italiana. Credo sia bello sia importante per noi essere qui e ne approfitto per ringraziare ancora sia Savino Pezzotta che il Sindaco di Francavilla Fontana per il loro prezioso contributo alla riuscita di questa ricorrenza.

Il Presidente del Museo della Resistenza Guerino Ramponi ha inoltre ringraziato tutti per la partecipazione e Savino Pezzotta ha tenuto una riflessione: “Viviamo in tempi pieni di incertezze, soprattutto per quanto riguarda il futuro. Costretti a fare i conti con una crisi economica che sembra distrugga, trasformi e riduca il lavoro; la crisi ambientale che mette a rischio la stessa sopravvivenza del Pianeta e che si impatta con l’esplosione della violenza che attraversa la nostra società e che si è scatenata a livello planetario provocando un intreccio tra i disastri naturali e quelli provocati dagli uomini che trova il suo punto apicale nel terrorismo islamico e il permanere del rischio atomico, sono questioni che fanno tremare i polsi. In questo contesto ci viene da chiederci se ha ancora valore il richiamo alla Resistenza. Sono proprio le questioni del nostro tempo che ci chiedo di abbandonare ogni memoria retorica per andare al cuore di cosa questo termine può oggi significare per noi: Resistenza significa non arrendersi alle conseguenze che la crisi economica ha introdotto nella nostra società; Resistenza significa non abbandonarci alla disperazione e alla paura; Resistenza significa non abbandonare gli ideali di un’Europa unita. Quello che mi preoccupa non è il fatto che l’Inghilterra esca dall’Ue (è una possibilità prevista dai trattati e quindi lo poteva fare) ma sono l’emergere di incrinature ideali che consentono il rinascere della xenofobia, di resuscitare nuove forme di razzismo, la circolazione e il radicamento di idee incomprensibili e di spinte che portano alla costruzione di nuove cortine di ferro. Resistenza significa mantenere aperto il sogno di un umanesimo che riconosce in ogni uomo la dignità e che rifiuta la guerra. È triste constatare che si vogliano respingere le persone e i bambini che per il pane fuggono dai loro luoghi d’origine o che fuggono dalla guerra: la Resistenza è nata anche per porre fine alla guerra. I nostri Partigiani hanno combattuto non solo contro un regime dittatoriale ma contro un regime che aveva voluto la guerra. Resistenza indica la capacità di accogliere chi ha bisogno. Sappiamo bene che l’accoglienza costa, ma non c’è un atto di generosità senza costi, ma la generosità impagabile e alla fine produce un guadagno; Resistenza vuol dire coltivare un pensiero critico poiché non è necessario dire sempre di sì, tante volte un no ben detto vale meglio di molti sì; Resistenza è un modo per rispettare la dignità delle persone, se io non rispetto la dignità di un altro non rispetto nemmeno la mia dignità; Resistenza impone di non accettare mai ciò che noi riteniamo sia male, il male non va fatto perché non si deve fare.  Non ho mai creduto che i Partigiani fossero degli eroi anche se in certe circostanze lo sono stati: i Partigiani non hanno coltivato il culto dell’eroismo e non hanno fatto della loro azione una mitologia.

Il Partigiano era una persona comune, non è salito in montagna per fare l’eroe o per salvare il mondo, era un uomo normale, la sua sua forte dignità lo spingeva a scegliere la parte giusta. Sono queste le cose, i significati, i valori, queste che dobbiamo insegnare e trasmettere ai nostri ragazzi. A volte mi prende la paura che con la voglia del benessere abbiamo allevato una generazione più portata ad adeguarsi che a ribellarsi. Camminare eretti non è cosa facile ma è alla base di un concetto di libertà che porta sempre a discutere, a confrontarsi ed esprimere le proprie opinioni anche quando questo può avere dei costi, anche quando è comodo accettare e dire di sì.

 Abbiamo il dovere di contribuire a generare uno spirito critico che non si lascia condizionare o imbambolare dai moderni strumenti della comunicazione, della tecnologia, a non lasciarsi mai dominare. Internet è una cosa molto bella perché ti mette in comunicazione con il mondo ma, ogni persona vale più di Internet ha una dignità, una personalità che non può essere omologata a ciò che è di moda. Resistere è riconoscere la nostra dignità di uomini e la dignità di ogni essere umano di questo mondo, ogni volta che questa dignità viene offesa, calpestata, denigrata, è necessario reagire e resistere”.

Il racconto di  quella giornata tratto dal libro “La terza età della Resistenza” di Tullio Clementi e Luigi Mastaglia

“Il 3 Luglio si stavano preparando a Cevo i funerali del giovane Partigiano Luigi Monella della 54a Brigata Garibaldi, ucciso durante uno scontro a fuoco, avvenuto il 1°Luglio nei pressi della centrale di Isola, con il presidio militare fascista. Nella sparatoria caddero anche tre militi, due vengono feriti, gli altri si daranno alla fuga.

Il comando della GNR di Breno, ben informato da spie locali, organizza una rappresaglia che scatta il 3 Luglio. L’obiettivo è quello di assalire e annientare, una volta per tutte, i partigiani della 54a Brigata Garibaldi che, in massa, parteciperanno al funerale di Luigi Monella. I componenti la Brigata avevano trascorso la notte nel paese di Cevo per essere pronti, di buon mattino per la cerimonia funebre. Alle 6 antimeridiane, tre colonne fasciste salgono da Grevo, da Andrista e da Berzo-Monte, ma i Partigiani che comunque erano all’erta, collocati in luoghi ben conosciuti, ingaggiano uno scontro e riescono a fermare gli avversari ma, il numero e l’armamento nettamente superiori decidono la sorte dello scontro a favore delle forze fasciste che dopo due ore di combattimento riescono a entrare in paese dove mettono in azione lanciafiamme e bombe incendiarie.

Alcune camice nere, certamente bene informate, si dirigono a casa del giovane Luigi Monella, strappano bandiera tricolore e cospargono di benzina la bara, dando fuoco alla salma e alla casa. Altri iniziano a provocare nuovi lutti. Cadono sotto i colpi fascisti il barbiere Giacomo Monella, la contadina Giacomina Biondi, lo scalpellino Francesco Biondi, un ragazzo di 19 anni Cesare Monella si arrende ma viene vigliaccamente ammazzato, un altro ragazzo di 18 anni Giovanni Scolari catturato dopo essere stato legato su una sedia viene torturato per costringerlo a rivelare i nascondigli dei partigiani, non riuscendo nell’intento lo fucilano. Uno dei carnefici, con un calcio, fa rotolare il cadavere, ancora legato alla sedia, lungo una scarpata. Il corpo e la sedia scheggiata dalle pallottole verranno recuperati e dopo aver sepolto il giovane, la sedia verrà custodita gelosamente. Ora è conservata nel Museo della Resistenza della Valsaviore come reliquia/reperto a perenne ricordo della crudeltà fascista. La sesta vittima è Domenico Rodella di Saviore, un uomo di cinquant’anni, invalido della grande guerra, viene torturato e ucciso perché denunciato da una spia come favoreggiatore dei Partigiani. Il Paese di Cevo è quasi completamente distrutto, nell’incendio vengono danneggiate centocinquanta abitazioni e centinaia di cevesi rimasero senza tetto. Alcune case furono incendiate anche a Saviore e molte furono depredate …”.


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