Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione anche di "terze parti" per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookies. Se vuoi saperne di più o negare il consenso clicca qui.
X
Ad

Ad
Ad

Ad


Val Gardena, campagna di test: 26% a contatto col virus, meno delle attese. Poche segnalazioni e 17% di asintomatici

mercoledì, 17 giugno 2020

Val Rendena – Niente immunità di gregge, poco più di un cittadino su quattro a contatto col virus in Val Rendena. In pochi si sono ‘autodenunciati’, curandosi per proprio conto. La quota di asintomatici è del 17%.

I DATI
Tra il 26 maggio e l’8 giugno 2020 in Val Gardena è stato condotto uno studio su larga scala per rilevare la diffusione del nuovo coronavirus. Circa 3.000 persone selezionate in modo rappresentativo sono state invitate a partecipare al test. I primi risultati sono ora disponibili e riservano qualche sorpresa.

test sierologiciL’Istituto di Statistica della Provincia di Bolzano (Astat) ha selezionato un campione rappresentativo di 2.958 persone. Queste sono state successivamente invitate a partecipare allo Studio. Alla fine, 2.194 persone hanno accettato l’invito, il che corrisponde a un tasso di partecipazione di circa il 74 %. Alle persone sottoposte al test sono stati effettuati un tampone nasofaringeo ed un prelievo del sangue per il test anticorpale.

Un primo risultato sorprendente mostra che, in passato, solo un quarto circa delle persone sottoposte al test sono entrate in contatto con il nuovo coronavirus sviluppando gli anticorpi. La sieroprevalenza degli anticorpi IgG anti SARS-CoV-2, corretta per sensibilità e specificità, è del 26,86 %.

“Siamo ancora lontani dall’immunità di gregge anche in Val Gardena”, afferma Michael Mian, responsabile dello Studio nonché del Day Hospital onco-ematologico dell’Ospedale di Bolzano: “Sono venute a contatto con il virus molte meno persone del previsto. Se si considera quanto emerso nel contesto di un cosiddetto “hot-spot”, mettendo a confronto l’Alto Adige con la Val Gardena, si giunge alla conclusione che nel resto della provincia ancora meno persone sono state contagiate dal nuovo virus”.

Ci sono differenze significative tra i sessi. La sieroprevalenza è del 24 % tra le donne, contro il 28,7 % degli uomini. Ci sono anche differenze significative tra i comuni: la sieroprevalenza è stata del 23,2 % a Ortisei, del 27,7 % a Santa Cristina e del 31,1 % a Selva.

Anche il contesto professionale ha avuto un’influenza sulla presenza di anticorpi. Tra le persone che lavorano nel settore sanitario, il 27,26% ha sviluppato anticorpi. La percentuale di coloro che lavorano nel turismo è stata del 31,59 % e del 23,01 % tra le persone “non attive”.

“Il tasso di infestazione è stato quindi più elevato nella zona alla fine della valle. C’è stato anche un tasso di infezione più elevato tra gli occupati nel settore del turismo. Questo potrebbe indicare che l’ondata di infezioni si sia propagata attraverso questo canale e che sia partita dalla fine della vallata”, ha proseguito Mian.

Un altro risultato particolarmente interessante è che tutti i tamponi rinofaringei erano negativi, tranne uno che ha dato un risultato dubbio. Nessuno dei circa 2.200 partecipanti è quindi gravemente malato di Covid-19. Attualmente il virus non circola nei comuni gardenesi, o quasi per nulla. Per l’Assessore alla Salute Thomas Widmann si tratta di un risultato estremamente positivo: “Possiamo giustamente affermare che le misure di isolamento hanno avuto effetto. Al momento il virus è quasi totalmente assente nella valle. Ciononostante, dobbiamo continuare a stare attenti, a mantenere le distanze, a lavarci le mani regolarmente e anche a continuare a portare la mascherina dove previsto”.

Non sono state riscontrate differenze statisticamente significative tra le diverse fasce d’età, il livello di istruzione e il numero dei membri di una famiglia.

Negli ultimi mesi il sintomo più comune della malattia tra le persone con un test sierologico positivo è stato il dolore agli arti (41,45 %), immediatamente seguito da perdita del senso del gusto e dell’olfatto (37,24 %), mal di testa (34,54 %), tosse (33,34 %), stanchezza (32,05 %), mal di gola e – o – sintomi di rinite (30,75 %), una temperatura corporea elevata di oltre 37,5 gradi Celsius per almeno tre giorni consecutivi (29,1 %), disturbi gastrointestinali (21,14 %), dolore toracico (11,28 %), difficoltà respiratorie (11,25 %), congiuntivite (7,91 %) e aumento dei battiti del polso (3,7 %).

Rispetto ai soggetti con test sierologici negativi, tutti questi sintomi si sono verificati molto più frequentemente. La durata media dei diversi sintomi è stata di sette giorni. Più della metà delle persone sottoposte al test (54,3%) ha dichiarato di aver avuto i sintomi clinici nella prima metà di marzo 2020.

Tra le persone che sono risultate positive agli anticorpi e che hanno notato i sintomi, il 62,1% non ha contattato, e quindi nemmeno informato, l’Azienda sanitaria, nonostante le varie opzioni che sarebbero state disponibili (Medico di Medicina Generale, Centro di emergenza provinciale, numero verde e Pronto Soccorso degli ospedali). Solo il 17,29 % delle persone con un test sierologico positivo non ha mostrato alcun sintomo.

Un’analisi più dettagliata dei dati – in particolare per quanto riguarda l’effetto immunizzante degli anticorpi individuati – sarà effettuata nelle prossime settimane. La pubblicazione dello Studio dettagliato è prevista entro la fine del 2020 e comparirà nella letteratura scientifica.

I risultati dello Studio sono stati presentati dal Responsabile dello Studio Michael Mian, dall’Assessore alla Salute Thomas Widmann, dal Direttore generale Florian Zerzer, dalla Direttrice tecnico-assistenziale Marianne Siller, dal Coordinatore della Demoscopia ASTAT Stefano Lombardo e dai Sindaci Moritz Demetz (Santa Cristina) e Rolando Demetz (Selva Gardena).

Partner dello studio è il centro di ricerca bolzanino Eurac Research: i ricercatori hanno affiancato i medici dell’Azienda sanitaria già a partire dall’ideazione dello studio e la biobanca dell’Istituto di biomedicina presso l’Ospedale di Bolzano è l’infrastruttura che conserverà i campioni per i prossimi dieci anni. Covid-19 è una malattia per molti aspetti ancora sconosciuta, quindi è estremamente importante conservare i campioni per ricerche future, per esempio per perfezionare test sierologici sempre più affidabili o per studi che mettano in relazione determinate caratteristiche genetiche allo sviluppo della malattia. In questo modo i campioni diventeranno una risorsa per la ricerca medica sulla Covid-19 a livello internazionale e avranno quindi un valore molto importante anche nel lungo periodo.



© Gazzetta delle Valli - Testata registrata in tribunale, direttore responsabile Alberto Panzeri - P. IVA 03457250136